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All Mario Famularo

Nell’aria il merore delle aurore di separazione – Arnold de Vos



 
 
 
 
È pace mesta quella di chi
visita la tomba dell’amore:
cenotafio, non resta più niente
a cui aggrapparsi. Le epigrafi si sovrappongono
in nostra vece: è stato detto tutto, e resta
nell’aria il merore
delle aurore di separazione, l’ora nella quale
tutto quello che pareva vero diventa fittizio
una carezza postuma, data distrattamente
alla luce che tumula
l’accumulo ancora vibrante degli abbracci.
 
Come passi nella neve che si fermano dove stai
e non sono tuoi, e non vedi nessuno
m’accorgo della tua presenza
in me, Verbo che mi visiti e mi fai vedere
dentro gli strati del passato, nella cripta del presente
il vuoto lasciato dall’amato – se non sei tu per caso
che mi fai: “Sii felice, passante.” Ma come,
se tutta la terra è la tua tomba?
 
È la mia iniziatrice
la vita. Sei il mio iniziatore,
ghiotta prebenda. Vi disputate la mia sorte
sul mio corpo, in un vortice
che porta rovina. Grande
l’anima che vi doma, la mia
è alla vostra portata:
ebete, si compiace dell’eden
delle prime turbe
nel mio corpo adolescente
fissato per sempre nel mio alter ego
adolescenziale, il nudo ineludibile
di verde cipressino che m’incammina
passo passo lungo l’alberata di corpi sempre più belli
nei giardini della morte.
 
(Arnold De Vos, Il giardino persiano, Samuele Editore, 2009)
 
 
 
 

L’amore adolescenziale non è questione anagrafica, ma di autentica compartecipazione, di abbandono infantile e completo al testimoniare la vitalità, la vivace pulsione di una intimità relazionale che trascende fino a farsi pieno connubio di fisicità e passione della mente e del corpo: i versi di Arnold De Vos non sono né i primi né gli ultimi che riescono a realizzare questa eterna primavera di sensazioni pure e febbrili, in cui l’amore si intreccia alla proiezione del suo termine, e l’ombra dell’imminente morte di tanta vitalità diventa pungolo per perdersi interamente nell’estro dell’attimo, nella verità del sentimento, riuscendo a far dimenticare l’età anagrafica del suo autore (si potrebbe citare, tra le altre, la passione di Ungaretti per Bruna Bianco).

I testi qui selezionati, provenienti da Il giardino persiano (Samuele Editore, 2009, nota introduttiva di Manlio Sgalambro), presentano questa particolare compresenza di morte ed amore (topos antico e ricorrente), che realizzano appunto un cortocircuito di rara intensità evocativa ed espressiva; “chi / visita la tomba dell’amore” conosce l’ossimoro di una “pace mesta”, serena ma inquieta, nella consapevolezza che “è stato detto tutto” e resta solo il doloroso “merore / delle aurore di separazione”: l’assenza non fa che rendere più pungente l’attrazione verso l’intensa passione, simbolo della vitalità completa, ingenerando una profonda tenerezza (“una carezza postuma”), nella consapevolezza che anche le cose più belle devono finire, amplificando “l’accumulo ancora vibrante degli abbracci”, la cui presenza sembra più intensa proprio dopo la loro scomparsa.

Ed ecco che “i passi nella neve”, immagine del freddo che resta dopo la scomparsa dell’amore, non impediscono la ricerca di chi è perduto, per poi scoprire infine che tale sentimento non si è dissolto (“m’accorgo della tua presenza / in me … mi fai vedere / dentro gli strati del passato, nella cripta del presente / il vuoto lasciato dall’amato”), ma si è fatto nostalgica celebrazione di una relazione profonda, che l’io del testo non può più separare dal proprio ; e il ricordo della persona amata sembra dire “Sii felice, passante”, intuendo l’irrequieta sofferenza di chi resta solo, che risponde, con un’ingenuità tenera e commovente: “Ma come, / se tutta la terra è la tua tomba?”, confermando la natura esclusiva (letteralmente, perché riesce ad escludere tutto il resto del mondo nel trionfo della propria intensità sentimentale) di un trasporto completo, pieno, viscerale, immagine di un amore che ha forti connotati infantili, nel senso migliore, per la purezza del proprio slancio, tale da apparire irrazionale a un occhio adulto e smaliziato. Sono versi che sembrano riecheggiare quelli di Rilke per Lou Salomè (“Io non ti penso, ciò che sono per amor tuo mi commuove”), per la loro compresenza di nostalgia e commozione, di gioia tormentata e dolore consolatorio.

Ed ecco la conclusione, la consapevolezza che la vita “è la mia iniziatrice”, nel riconoscimento che la vitalità piena, cui ci si abbandona con pienezza, e di cui la persona amata non è che “l’iniziatore”, anche se “porta rovina”, consente alla “grande anima” di compiacersi “dell’eden / delle prime turbe / nel mio corpo adolescente”: il corpo e la sua età anagrafica, di nuovo, non c’entrano affatto, anzi, è “fissato per sempre nel mio alter ego / adolescenziale” il “nudo ineludibile” del sentimento vitale, puro e completo, che accompagna per tutta l’esistenza “lungo l’alberata di corpi sempre più belli / nei giardini della morte”.

Ed ecco di nuovo che tale potente compresenza realizza un terribile cortocircuito tra i sentimenti più intensi e incontrollabili, la bellezza più piena e travolgente e la consapevolezza della loro fine inevitabile, quasi imminente, prossima, che invita a perdersi completamente nella febbre dell’attimo. Scriveva bene il recanatese quando ribadiva “tanto alla morte inclina / d’amor la disciplina”; ed è solo una delle tante cose che proprio chi non c’è più sembra volerci gridare attraverso le parole che restano, affinché possiamo comprenderlo prima di doverli raggiungere – prima che sia tardi.

 

Mario Famularo

 
 
 
 
 
 

Questo articolo di Mario Famularo conclude la settimana che Laboratori Poesia ha voluto dedicare al poeta Arnold de Vos, recentemente scomparso (L’Aia 1937, Trento 2020). Poeta vero, la Redazione lo ha così salutato:

 
Arnold de Vos – una poesia inedita segnalata da Emilia Barbato

Qualche appunto imperfetto sulla poesia di Arnold de Vos – a cura di Fabrizio Bregoli

Arnold de Vos – una traduzione in spagnolo di Rocio Bolanos

de Vos, magnifico sarto di corpi – una recensione di Alessandro Canzian

Arnold de Vos, un ricordo – a cura di Federico Rossignoli

Nell’aria il merore delle aurore di separazione, Arnold de Vos – a cura di Mario Famularo