Arnold de Vos – un ricordo

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Arnold de Vos - un ricordo

 
 

Ebbi la fortuna di conoscere Arnold de Vos nel 2009, quando pubblicò Il giardino persiano con la Samuele Editore. Il mio primo libro fu pubblicato subito dopo, e così ebbi modo di incontrare Arnold in quei primi eventi organizzati da Alessandro Canzian. Ripensandoci, Il giardino fu uno dei primi libri “seri” di poesia contemporanea che lessi. Ne fui corroborato: la raffinata scelta del lessico, dalla quale traspariva l’amore per una lingua italiana imparata sui grandi classici e presa a modello anche per un parlare quotidiano, mi pareva così lontana e fresca da quella dei poeti a noi contemporanei (in quegli anni come in questi). Non solo: il costante richiamo all’eredità culturale antica, al sacro, al corpo che nel suo esprimersi più vero materico diventa porta del Paradiso (e non in senso puramente edonistico) furono e sono per me la testimonianza di una poesia che non ha paura di essere alta partendo dal basso ventre, ricollocandosi in una tradizione millenaria mai interrotta.

Ecco, credo sia questa l’inattualità della sua poesia: in questi decenni nei quali la “Cultura” (e non solo) non si volta mai indietro (anzi vedrebbe la cosa come un gesto “reazionario”), Arnold si voltava indietro eccome, quasi la Luce fosse sempre alle sue spalle. Forse il suo mestiere di filologo e archeologo lo portava naturalmente in questa direzione. Forse lo faceva anche per non vedere l’ombra che si proiettava davanti a se? Forse. Fabrizio Bregoli ha scritto, citandone alcuni versi (QUI) che l’opera di Arnold è “[…] ripiego, unica alternativa consentita a chi vuole davvero conoscere la vita e quindi […] immersione consapevole in questa vita […], perché scrivere la vita è sempre un negarla, fossilizzarla sulla pagina, volere lasciare una traccia che tende a dissolversi appena la si è scritta.[…]”. Aggiungo che nel suo caso (come accade sempre quando si tratta di vera arte), la scrittura è surrogato della vita. L’essere umano, quando crea, non subisce e racconta la vita, ma ne inventa un’altra a partire dalla vita stessa, anche quando gli accenti sono i più realistici e quindi, apparentemente, più aderenti alla realtà.

Non sono un letterato, perciò per una analisi accurata delle ragioni poetiche di Arnold rimando alle acute e profonde riflessione che Alessandro Canzian (QUI) e Fabrizio Bregoli (QUI) hanno scritto in questi giorni. Quanto a me, quando proprio Alessandro mi telefonò pochi giorni fa per darmi la notizia della sua morte, mi raggiunse subito il ricordo della sua voce che nelle letture pubbliche articolava fievolmente, eppure con precisione, disegnando i margini di ogni parola in modo che risuonasse chiara e cristallina; il suo affetto verso di me, che vedevo in lui un modello; gli aneddoti della sua ricchissima vita che ho scordato negli anni; il suo darmi del “lei” dopo l’ictus, cercando di ricordare chi fossi; la stretta di mano dopo le ultime letture di quel giorno, decisamente troppo stretta.

Questa è una poesia che gli ho sentito leggere molte volte.

 

Federico Rossignoli

 
 
 
 
IL GIARDINO PERSIANO
 
È un paradiso in terra
il tuo simmetrico corpo
per cui la mano vaga
senza necessariamente scegliere
se tu la lasci andare
per vene d’acqua e strade bianche
in corrispondenza delle qanate sotterranee
e i pozzi d’ispezione a fior di pelle.
Che marezzarsi di colline e verzure
rosee, ondivaga prora
che animi il mar del cielo:
“Se c’è un paradiso sulla faccia della terra,
è qui, è qui, è qui.”