Carte correnti – Roberto Galaverni (con un’intervista)

Continua la carrellata di recensioni, traduzioni e note che Laboratori Poesia ha deciso di dedicare ai libri presenti al Salone Internazionale del Libro di Torino. Dopo l’intervista ad Alessandro Canzian (Samuele Editore) di lancio dei “Progetti territoriali” di “Laboratori critici” (QUI), da cui poi conseguentemente l’articolo di Mary Barbara Tolusso apparso sul “Nuovo Almanacco del Ramo d’Oro” (Serie speciale di “Laboratori critici”, Anno III, Speciale Num. 1) e Il quotidiano poetico di Bianca Tarozzi di Anna Toscano, apparso su “Ritratti di Poesia 2024” (Serie speciale di “Laboratori critici”, Anno III, Speciale Num. 2), la traduzione da Charles Baudelaire a cura di Milo De Angelis da I fiori del male di Charles Baudelaire (Mondadori, 2024), lo speciale Mito e Logos a cura di Olga Cirillo su E allora dammi mille baci e cento (curato da Giovanni Greco per Ponte alle Grazie Editore QUI), oggi presentiamo una recensione con intervista all’autore a cura di Federico Migliorati su Carte correnti di Roberto Galaverni (Fazi Editore, 2023).

Il volume sarà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 11 maggio alle ore 17:00, pad. OVAL stand del Friuli Venezia Giulia, a cura di Pordenonelegge. (l’intero programma QUI)

La Redazione


 

Il senso della poesia, l’essere e il dire di un verso, la discesa negli aspetti più reconditi di un testo da cui coglierne gli elementi precipui, il tutto per affrontare, tra l’altro, il valore attuale di una scrittura poetica: sono tematiche sviscerate con acume in Carte correnti, il minuzioso saggio del critico letterario Roberto Galaverni, recensito in prima battuta nei mesi scorsi su Pordenoneleggepoesia (QUI), e che qui riprendiamo e ampliamo con alcune domande rivolte direttamente all’autore. Riteniamo infatti essenziale che in un contesto come il Salone del Libro di Torino si possa e si debba parlare, approfondire, dibattere e, perché no, anche scontrarsi su ciò che la poesia rappresenta, in un’epoca in cui tutti si dicono poeti e pochi sono quelli che leggono versi (dei classici o meno). Dunque come approcciarsi a questo variegato universo che cresce in misura esponenziale ogni giorno con nuovi adepti? Carte correnti tratta, come bene è evidenziato nel prologo che apre con illuminanti considerazioni la polimorfa, approfondita esegesi, di una “fissazione”, di un ritorno che per Galaverni significa ribattere nuovamente sui tasti di quei punti che già in passato lo avevano visto cimentarsi con particolare acume (si pensi al testo Difesa della poesia apparso ormai svariati anni fa). Dunque, più che il “cosa” conta il “come”, più che l’intenzione conta il senso del dire e del dispiegare la scrittura in versi. La poesia è per sua natura “anfibia”, difficilmente inquadrabile, sfuggente a un tratto come la verità (a portata di mano eppure irraggiungibile) nonché figlia della necessità e della scelta, come si può enucleare dall’ampio saggio dedicato a Montale, poeta che apre l’opera nella quale rinveniamo anche sguardi critici pregevoli su Fabio Pusterla, Vittorio Sereni, Franco Fortini, Andrea Zanzotto, Remo Pagnanelli, Valerio Magrelli e Milo De Angelis.

Federico Migliorati

 

 

Federico MiglioratiIl libro che lei ha dato alle stampe per Fazi Editore si presta a molteplici spunti di riflessione, denso com’è di suggestioni anche particolarmente brillanti e originali. Vorrei dunque muovere da Carte correnti, che non a caso reca come sottotitolo, a mo’ di succinta, ma penetrante illuminazione di ragionamento, Nove lezioni sul senso della poesia, per chiederle da critico letterario e attento osservatore quale opinione si è fatto dell’evoluzione del genere dei versi negli ultimi, diciamo, decenni rispetto al sostrato che troviamo negli otto autori da lei affrontati. Assistiamo, questa almeno è la mia opinione, a un Io sbrecciato e fragile, per dirla con Bertoni, dove riesce difficile immaginare, salvo rari casi, una concezione della poesia che vada oltre la limitatezza dell’autoreferenzialità, di un Io, appunto, autoriferito e sterile, talvolta picaresco, spesso figlio di una vanità indicibile. Ciò che vorrei sottoporle, in buona sostanza e al netto dei poeti da lei trattati, è quanto “senso della poesia” venga ricercato, sviscerato, concepito nelle giovani generazioni che si affacciano a essa o se invece non dobbiamo guardare con pessimismo a questo aspetto.

Roberto Galaverni: Mah, quanto alla poesia delle nuove generazioni direi che il pessimismo possiamo risparmiarcelo. In fondo, per quanto riguarda i più giovani è ancora tutto da fare, e dunque un senso di credito è comunque dovuto. E forse più per quanto si attende che per quello che già si può vedere. O almeno che posso vedere e capire io, vale a dire un lettore al quale quasi tutto, buono o cattivo che sia, sembra ancora appartenere alla lunga e ormai interminabile coda del Novecento, questo secolo breve davvero per modo di dire. Del resto, che si aspetti qualcosa dalle ultime generazioni non è nemmeno questa una novità. È stato così anche per quelle che le hanno precedute. Poi a volte cose buone sono arrivate e altre volte no, alcune volte subito e altre più tardi. E in ogni caso sono convinto che uno dei compiti fondamentali di ogni generazione poetica sia quello di riconoscere anzitutto da sé, dentro al proprio seno, quali sono, come suol dirsi, quelli bravi, sempre ammesso che ci siano e ben sapendo che non sono mai tanti. Dunque i giovani che oggi scrivono poesie, che non sono tanti ma tantissimi, dovrebbero prendersi delle responsabilità e fare delle scelte, che poi significa questo sì e tutti questi altri no. Vittorio Sereni ha scritto in un’occasione che il boom dei poeti non coincide affatto col boom della poesia. È una considerazione che a me è sempre parsa perfetta, perché fa capire bene quale sia la questione e perché è vera sempre, e forse oggi anche con più urgenza di quando non sia stata pronunciata. La poesia va difesa dai poeti che poeti non sono. Tutti qui.

Credo che se la si prende nel complesso, vale a dire con uno sguardo panoramico, della nostra cultura poetica attuale si possa dire tutto il male possibile, e non sarebbe probabilmente abbastanza. E credo anche che chi sostiene il contrario o mente perché gli fa comodo, oppure non se ne accorge, il che è anche peggio, perché significa che ha perso o forse non ha mai avuto un parametro anche minimamente credibile per giudicare quello che accade. Il fatto che si possa scrivere poesia o critica scadente senza che la considerazione della stessa persona che scrive ne venga in qualche misura intaccata, è un segno inequivocabile di pessimissima salute. A quanto ne so la poesia – la nostra poesia – è l’unica arte, e non solo arte, ma anche disciplina, pratica, attività, in cui conti poco saperla fare. Lo abbiamo davanti agli occhi tutti. Si possono scrivere le peggio cose e continuare impunemente a navigare nella nostra palude poetica come se niente fosse. Non si paga mai pegno. Non c’è libro, poesia, parola o verso scadente che abbia delle ricadute sull’immagine chi li ha prodotti o pronunciati. Detto altrimenti, per “esserci” la qualità di ciò che si scrive, che dovrebbe essere l’unico fattore discriminante, conta pochissimo, certo troppo poco rispetto ad altre, chiamiamole così, abilità. Si parla con sempre maggiore soddisfazione dell’apertura e della fluidità del panorama poetico, del pluralismo, della molteplicità e via dicendo. Ma a me sembra ormai che la direzione da tenere dovrebbe essere proprio il contrario, e puntare a qualcosa di simile all’ortodossia, un po’ come nelle religioni. E dunque, a chi questa cosa che chiamiamo poesia è capace di scriverla o di capirla, dovrebbero essere richiesti atteggiamenti molto meno permissivi, concilianti e accomodanti, e viceversa molta più severità di giudizio, molto più coraggio nel prendere posizione e nel riprovare ciò che è riprovevole, ovvero nel dire no. Perché poi il risultato si vede qual è: che quasi tutti parliamo male, e con molta ragione, della cosa che siamo noi stessi a fare così male.

Quanto alla presunta evoluzione del genere-poesia, tanti segnali indicano che appunto in quanto genere sia meno esclusivamente vincolato alla scansione in versi di quanto non fosse fino a qualche decennio fa. Ma, anche da questo punto di vista, niente di nuovo sotto il sole. O almeno, quel po’ di interessante che si può vedere non dipende certo dall’avversione all’io poetico che viene messa in campo – quasi sempre con l’automatismo superficiale di un tipico passa parola passivamente subito; ovvero di una moda – quasi ubiquamente (il che di per sé potrebbe già fare pensare che si tratti di un pregiudizio). Così, se dovessi scegliere i discorsi più infondati ed equivoci che ho letto o sentito nella nostra poesia degli ultimi anni, senza dubbio indicherei, subito dopo i miei, la maggioranza di quelli che riguardano il cosiddetto io poetico. Ora, che la poesia italiana non degli ultimi anni ma degli ultimi decenni abbia problematizzato, reso insieme più labile, più capiente e sfrangiata, multipla anzi, l’istanza dell’io, è un fatto inequivocabile. Ma, in ogni caso, tutti gli io poetici in fondo sono diversi e di conseguenza, per riprendere i termini della domanda, concetti come «autoreferenzialità» o definizioni come Io «autoriferito e sterile», credo che possano valere per certi poeti, o meglio non poeti (la stragrande maggioranza, dunque), ma non certo per i poeti veri. Per questi ultimi l’io in fondo è una specie di specchietto per le allodole. Un punto di vista per parlare del mondo e degli altri attraverso di sé, proprio come diceva John Keats nella sua celebre lettera. Di fatto, la prima persona singolare ha onori e oneri esattamente come tutti gli altri pronomi. Per questo a me sembra che il problema venga posto per lo più in modo gretto e ideologico. La visione di un testo è qualcosa di molto più vasto e comprensivo di questa o quella persona grammaticale, dal momento che la o le implica, ma non coincide affatto con quelle. Dunque un testo costruito sul tu, il noi o il voi, oppure su dizioni impersonali può risultare altrettanto autoreferenziale, autoriferito, narcisista, egotico e compiaciuto quanto un pessimo testo costruito sull’io. Pensiamo solo alla cosiddetta poesia di ricerca (definizione che non è un granché, tra l’altro: perché ogni vera poesia è di ricerca, perché non si capisce cosa si stia cercando, e perché i poeti qualcosa che valga la pena dovranno pur trovalo prima o poi), che del rifiuto dell’io si è fatta addirittura una bandiera. E però, quanto c’è nel discorso poetico della maggioranza di quegli autori di autocompiaciuto, di egocentrico, di gratificato, di autoreferenziale, ma anche di esclusivo, di settario, di reazionario, con questa scrittura quasi sempre impostata in modo accademico, supponente, elitista? Sembra che il grande nemico qui sia il concetto di autorialità, quando poi è straordinariamente autoriale e perfino intimidatorio quello che viene scritto, pur senza essere, ed è questo che va notato, affatto passato per l’io (anche in quell’ambito, ovviamente, c’è poi caso e caso; a me ad esempio piacciono le poesie di Michele Zaffarano, perché mi fanno ridere e, almeno spero, ridere bene, con intelligenza, cioè anche contro di me). Questo, in sostanza, per dire che la questione dell’io è impostata male, perché come non basta dire “io” per essere egoriferiti o narcisisti, così non basta dire “tu”, “noi” o “si” per non esserlo e sentirsi in salvo. Dipende da ben di più e da ben altro, e soprattutto, mi si perdoni la tautologia, dipende dal fatto che ci sia un poeta che sia davvero tale a scrivere. In ogni caso, visto che si parlava di autori più o meno giovani, qualche settimana fa su Le parole e le cose ho letto le considerazioni di Alessandro De Francesco proprio su questo genere di problemi e le ho trovate molto pertinenti e condivisibili. Malgrado le tante trappole che l’argomento comportava, De Francesco ha capito e non ci è affatto cascato, il che, come si diceva all’inizio, fa bene sperare.

 

F.M.: “Poesie come persone” recita una celebre espressione di Vittorio Sereni per inferire quanto la costruzione del verso necessariamente comporti un’epifania dell’Io, di una visione del mondo, ma altresì della modalità stessa del poetare e del suo farsi. La poesia dice ciò che è ed è ciò che dice: vi è dunque un rapporto biunivoco e simmetrico tra la realtà che essa contribuisce a narrare e la modificazione che subisce ad opera della realtà sì che i due ambiti finiscono per diventare indistricabili. Ma dov’è, come si costruisce, su quali elementi aggetta il senso di una poesia, per Roberto Galaverni?

R. G.: Questa formula di Sereni, Poesie come persone, ho anche pensato d’impiegarla come titolo del libro, ma poi gli ho comunque preferito quello originario, Carte Correnti (che ha nell’orecchio il Passi Passaggi che è titolo di una raccolta di Antonio Porta), perché era comunque più confacente all’immagine complessiva del libro. Così alla fine ho richiamato l’indicazione di Sereni solo nella scheda di presentazione del libro stesso. Direi in ogni caso che i punti messi in luce nella domanda mettano il dito sulla vera direttrice di uno studio che, per altro, parte spesso per la tangente, divagando di qua o di là. Però è vero che ho guardato anzitutto a lì: ai processi di costruzione poetica e di determinazione del senso e, in particolare, alla reciprocità o reversibilità a cui sono sottoposti un po’ tutti i termini in gioco nell’atto creativo e nella sua risultante, la poesia appunto: attività/passività, forma/vita, immediatezza/mediazione, natura/cultura, femminile/maschile, maturità/infanzia, impegno/gioco, necessità/libertà, memoria/utopia, veglia/sogno, regola/esperienza, e avanti così. Come un poeta, quel poeta, abbia dato adito al senso di una poesia, quella poesia: in fondo la questione che il libro si è posta è questa. E dunque, per rispondere all’ultimissima questione, io non so affatto come un poeta dia luogo a una certa poesia e a un certo senso poetico. Ciascuno del resto avrà la sua propria ricetta. Posso dire però che ogni volta si entra in quello stato d’indifferenza e, come detto, di reversibilità delle precedenze, delle gerarchie, delle autorità, che per me costituisce l’aspetto più qualificante e più prezioso dell’esperienza poetica, anche perché dalla sua presenza, ovvero da quello che una poesia è, dipende la plausibilità di quello che una poesia dice. E viceversa.