Vora – Mara Venuto

«L’impeto e il nulla», «la grandezza e la miseria» sono binomi costanti su cui gravita il mondo, la dicotomia esistenziale, la ‘diplopia’ che aleggia nella poesia di Mara Venuto. Nella sua ultima silloge, Vora (Italic Pequod, 2023) edita nella collana a cura di Luca Pizzolitto e corredata da una pregevole prefazione del poeta Giovanni Laera, la poeta non cerca l’accessibilità, la facilità semantica; la sua parola è rivolta a chi può afferrare alcuni tratti di ciò che è indicibile da una pregnanza di considerazioni e rimembranze, come una mano che tenta di afferrare la sabbia: qualcosa sfugge della sua poesia, rimane nell’oscurità di un inghiottitoio. Nonostante questo, coaguli di luce, abbacinanti e disorientanti, paralizzano la lettura, alimentando la riflessione: «sui talloni il peso del domani e il suo travaglio».

Alcuni lessemi ricorrenti cercano l’impronta dell’incertezza della vita, l’indefinibilità di essa e il suo vacillare, sempre in limine, sull’orlo di un baratro. «Buco», «buchi», «vuoto», «nulla», «gola», «bocca», «fosso», sono l’imminenza di una caduta, della caducità dell’essere umano, la sua fragilità esprimibile anche attraverso i suoi tormenti: la paura di cadere, incubo ricorrente e ancestrale.

Il vacuum invade anche la città quale «Patria di case e tumuli». C’è un paesaggio che lampeggia fatto di abitazioni antiche, di vie («via Crispi», «via Mazzini»), di case popolari, di «borghi pieni di orgoglio, / [con] l’intonaco sputato dal vento, / i negozi con le insegne sdentate», di vicoli dove poter «crescere passando sul lato opposto della strada».

Gli «alveoli infantili riempiti di fatica» sono un transitare, un evolversi verso altre età con «le bocche adolescenti aperte / fino a strappare gli angoli»: Venuto rivede la sua storia infantile e adolescenziale in una «fragilità di fili d’erba / invisibili nella città sporca» nel tentativo di «Salvarsi la vita / dall’angoscia di trovarci grandi».

Si intravede, nella poesia di Mara Venuto, anche una sorta di pessimismo escatologico di fondo, laddove l’uomo miserabile è già l’esito dei peccati da espiare e la «fine di ogni colpa è tutto ciò che resta». Esiste, ad un tempo, anche qualcosa di ieratico, di sacerdotale, tra i versi dell’autrice, sorretto dai lessemi quali: «reliquario», «sacramento», «croce», «Dio», «monacale», «confessionali», metafora di qualcosa che si aggrappa ad una salvezza, di ciò che si àncora a un’entità superiore per non cedere alla «voragine», ma non prima di aver concesso la parola al martirio dello sguardo consapevole: «alzarsi e vedere che non esiste nulla, / quel terrore è la vita».

Serena Mansueto

 
 
 
 
La vita delle inezie e delle cose in comune,
nel negozio sotto casa e sulle sedie sfondate
davanti alla Tv.
Negli occhi una mappa vissuta e dimenticata,
anni mangiati come i bordi di una foto,
i capelli elettrici e i denti piccoli
il vaglio di un mondo lento.
 
Nelle vecchie case del centro,
nelle stanze fredde,
si disegnano i rumori della strada
gli odori dei letti
la nostra fragilità di fili d’erba
invisibili nella città sporca.
Salvarsi la vita
dall’angoscia di trovarci grandi
e soli in questa storia,
 
due chiavi rose di ruggine
aprono il reliquiario delle nostre ossa comuni.
 
 
 
 
 
 
Dove siamo nati non è dove morremo,
in fondo è una parentesi questa inclinazione,
la grandezza e la miseria
avvinte in una cellula piccola,
un’idea del vero nel quadro.
 
È ingombrante la tua presenza, la tua ambizione
violenta la nostra affezione alla fragilità,
alle picche sui cuori, alla danza
prima di crescere in strada
dove il nostro palcoscenico erano solo gli altri.
 
 
 
 
 
 
La senti questa vora che tradisce,
sulla bocca dove cade il conto delle ore
è orma impressa e distrutta,
l’amore dei nostri deboli intenti.
 
Lasciarci scomparire.
 
All’occhio velato e a quello rapace
emergere come larva,
bozzolo che nutre la volontà.
Con i denti aggrapparci al fiore
e strappare i petali come bocconi.