Uomini blu – Elisa Donzelli


Uomini blu, Elisa Donzelli (Stampa 2009, Varese, 2023)

La poesia si nutre di Tempo. Non è (solo) un attestato di poetica, è piuttosto una constatazione statistica, che viene dopo aver letto in filigrana la traccia della nostra Modernità in versi italica. Tempo vuol dire anche tempo perduto, irrimediabilmente; tempo senza luce, male di vivere; tempo ritrovato e riabitato attraverso la memoria e il ricordo. Perché c’è sempre una porzione di vita che unisce cuori e menti, avvenimenti e date della propria microstoria e della Storia con la maiuscola. La poesia è il luogo intrinseco di questi legami postumi, di queste memorie riemerse, dove dimora ciò che è andato perduto, ciò che con violenza o per inerzia è stato separato spesso per sempre. Fare questo lavoro in poesia è «fare identità», rimettere a posto quel che resta, sapendo che l’operazione non sarà né totalizzante, né conclusiva, né indolore.

Questa semplice riflessione mi viene dalla lettura di Uomini blu (blu come blues? Cioè blu come tristi? – so che è solo una mia suggestione – ma avvincente) di Elisa Donzelli, opera seconda di una poetessa capace di interrogarsi sulla tipologia, la presenza e la sopravvivenza di queste porzioni temporali, con l’intento, sobrio ma deciso, di riportare a galla «quel che fu senza luce» (per dirla con Bonnefoy): la separazione, il dolore di ciò che perdiamo allontanandoci dagli altri, ancora più profondo quando i protagonisti sono figure di attaccamento primarie (genitori) o secondari (partner, amici e figli – ma quest’ultimo non è il nostro caso).

La Donzelli parte da un assunto eziologico: in natura tutto si infrange, si polverizza, si separa. Ma invece di un poema sul βίος, con qualche correlazione umanizzante, l’autrice trasfigura splendidamente in effigie e ricordo, con grazia, in sospensione, il dato biologico deterministico. Non che si possa fermare il corso della creazione e delle cose, ma le si può comprendere e renderle meno definitive – sebbene ciò avvenga attraverso la definitività e la tragicità della parola poetica. La poesia affonda le sue radici nel teatro greco, ed è singolare che sia proprio la sua vicinanza alla teatralità a permettere alla nostra autrice di ricostruire situazioni e personaggi resuscitandoli dal capitolato della pena che tutti abbiamo in corpo. Questa operazione così umanizzante merita una menzione speciale, soprattutto per la sorprendente freschezza con la quale viene eseguita, e poi perché quelle tali figure di attaccamento sono evocate senza aloni protettivi, pur con tutto il male che provocano a chi scrive.

L’interrogativo che ci lancia la Donzelli è perché? Perché la guerra, Πόλεμος, in natura? E voi, miei carissimi, perché non avete saputo amarvi? Cosa chiedere di più a un libro di poesia? Un libro tutto da leggere, da vivere, da immaginare insieme all’autrice. Per questo non citerò questo o quel componimento. Uomini blu ha molto del poematico, è insieme poesia e arte dei suoni, denso come un trattato, struggente ma senza malinconia – poiché sa guardare alla vita passata sapendo che gli errori (anche questi frequenti, in natura) possono solo diventare canto. Non possono essere né rimossi, né cauterizzati, né evitati. Inoltre l’idea che da essi si impari è pura mitologia. Perché siamo creature naturali, nate per devastare, eppure sempre in cerca di una epifania – poetica o divina, direi che non c’è più differenza ormai, quando si cerca nell’arte un abbrivio tanto prossimo al nostro comune patire.

Stelvio Di Spigno

 
 
 
 
Tuaregh. Ode to my parents
 
blu è il mio nome familiare
e blu è stato il moto dei giorni
diluito sulle pareti ogni volta dipinte
secondo pantone, più azzurro nelle tele
più fondo nei riti, indaco tra gli scaffali dei libri
 
e blu erano tutte le cose con cui mi spingevo
lontano da voi, negli spazi congiunti poi divisi
dalla paura per giorni di dormire fuori di casa,
con la lucina da notte attaccata alla presa.
 
Forse perché non si poteva dire che il luogo
in cui sono iniziata non è stato a terra
ma su una barca, a largo del mare,
è berbero il ricordo che ho di voi
uomini blu, persone unite
 
 
 
 
 
 
Terriccio universale
 
vanno tolte le radici questa domenica
dai vasi del nuovo terrazzo. Presa
con le mani la terra, scavo tra le larve
scartando cose morte dall’argilla
che servirà per i nuovi impianti
 
di forza ci metto dentro tutte le braccia
sommerse di asciutta terra, che si sgretola
la terra tra le unghie e riempie l’ordine
di pienezza inerte. Me lo hai detto tu
di non pensare troppo ai passaggi,
“non rinuncio del mondo
ai suoi piccoli crolli”