Sul presente una croce – Ilaria Palomba

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Sul presente una croce – Ilaria Palomba

Foto di Dino Ignani

 
 
 
 
Il silenzio delle corsie d’ospedale
è pieno di voci e nelle voci una
preghiera senza suono
è la mano della mia vicina di letto.
 
 
 
 
 
 
Questo mio sangue
non è che il perdono
della follia, Vivaldi, un bacio
che ti strappa le ciglia.
Sulla soglia i tre guardiani
parlano alle ninfe,
le seducono e le sgozzano.
 
 
 
 
 
 
Padre, tu sei la colpa
e il perdono smarrito,
inquietudine oscena,
risorgi dagli sguardi,
la voce delle spighe,
mi perdevo nei campi,
mi raccoglievi morta,
nello specchio il tuo volto.
 
 
 
 
 
 
È un tempio la finestra
che dà sul cortile interno,
come morta la città dorme,
immota guardo i tetti e il cielo,
il campanile e il gelso,
ricordo il tuo odore
senza sperare, senza sognare,
solo l’immagine sbiadita di te,
una sagoma nell’acqua,
sul presente una croce.
 
 
 
 
 
 
Le condizioni della carne stanno
all’umano come al lupo le ossa.
I falchi hanno beccato la nostra
pelle, nessuno escluso, hanno
sbrindellato i formicai, la lotta
per la vita ha il volto della morte.
Nuotiamo in un mare senza
terra, muliniamo le braccia fino
a perdere la rotta.
 
 
(Ilaria Palomba, Città metafisiche, Ensemble, 2020)
 
 

In Città metafisiche (Ensemble, 2020) di Ilaria Palomba assistiamo alla consolidazione di una autocoscienza poetica tanto profondamente radicata nel suolo nero della sofferenza esistenzialista, quanto al contempo stigmatizzata dall’ espulsione dal mondo materiale, che di poco pareggia il gelo del distacco delle sfere celesti. Di quest’angoscia l’io lirico si fa portatore penitente, incarnando un desiderio di catarsi e profonda immersione nel reale, e riportando fantasmi sulla scena della propria coscienza – più cosciente dell’orrore inscalfibile, e della conseguente mortificazione dell’esistenza.

In effetti la componente del dolore esistenziale, e della consapevolezza nullificante della corporalità in ogni suo aspetto, si insinuano nelle feritoie della materialità – ed in questa nidificano per poi schiudersi in una ekkolapsis completamente nichilista; soprattutto perché la percezione delle realtà in Palomba si declina come un ingombro strutturale, una macchia nera in cui la fattualità della vita sublima in quella sfera di possibilità che rimane del tutto preclusa all’io lirico stesso (coincidente senza nessuna possibilità di errore alla persona fisica di Ilaria Palomba). Quanto ne emerge è un canto sacrificale, così come attesta giustamente il Prefatore quando consegna al lettore il libro, affermando che “Il dolore e il sacrificio, punti cardine della poetica dell’autrice, sono qui trattati lucidamente e senza cadere nel dolorismo facile di certa poesia confessionale”.

L’esperienza di cui si fa martire e testimone Palomba nell’opera, in termini puramente esistenziali, demanda costantemente ragioni e motivi alla stessa presenza immanente della creazione medesima, ricevendo solo il più crudele dolore come responso.

Tutta la narrazione sottesa alla raccolta, in seconda lettura, inchioda il lettore (se non anche la poeta, e la poesia) attorno ad un ricordo – una memoria semi distorta per il tanto parlarne – la cui unica certezza allude ad una assenza, tanto fisica che incorporea, che ingoia ogni referente percepibile dei corpi, sfigurandone i sembianti e le forme, e dei pensieri, corrompendoli in eterno.

Ed è da questo contesto che sembrerebbe emergere la poesia in Palomba, come l’unica conseguenza plausibile (ma di certo la più sofferta) di questo gorgo plutoniano e composto di larve e fantasmi; e tale risultato è completamente proteso all’esercizio per cui il canto trattenga lo sfregio di dover sia tollerare che resistere la continua visione della morte, e la sua seduzione interminabile.

La voce della Nostra si convoglia in una askesis che sussume quel nucleo ellenico fondamentalmente orto-pratico nel suo porsi nella concretezza degli eventi, per cui l’umiliazione delle cose vive, col totale svilimento di tutto ciò che appartenga alla compagine umana, possa essere l’unica via percorribile per giungere a quanto di più prossimo alla gnosi più pura, alla compresenza del divino alla materia.

Tuttavia, i propositi di epurazione intrinsechi all’ars poetica dell’autrice si traducono in una catabasi mortale, una discesa all’Averno che coincide perfettamente con il quotidiano di cui essa stessa è percettrice. E questo, seppur sfigurato dal berciante dualismo vita/morte – tutto/nulla – divinità/umanità, sottende la certa autenticità e della tensione religiosa all’alterità spirituale (coinvolta nell’attitudine completamente monastica e penitenziale, fa sì che l’io lirico più volte si rivolga ad un “Padre”, interrogandolo con fare accusatorio) e, contemporaneamente, dei moti umanissimi verso l’effettività dell’esistere come ricerca, indagine di almeno una motivazione che possa risolvere tutto il dolore nel nulla che si auspica e, paradossalmente, si desidera.

Così, come il corpo (fisico e metafisico) è crocefisso al mondo, il mondo stesso è infisso alla carne della Nostra; e la campitura urbana nel farsi dell’opera passa dal significato simbolicamente più severo, a mera circostanza fattuale di cui il vero soggetto è il male che vi si cela, il di cui epifenomeno è il vuoto in cui si indova tutto il nero della voragine, ed al cui fondo è incisa la privazione dei referenti minimi, con l’impossibilità di una completa adesione al quid ultra-materico.

La spaccatura che compete l’io lirico sembrerebbe emergere di contraltare sia alla tematica amorosa, che alla tematica non scindibile dallo spettro della mortalità. Ma, in ultima istanza, tollerare l’esistenza – in Palomba – assume un voto molto più eroico e nobilitante che l’evento conclusivo della vita.

Anzi: la poiesis contenuta in Città metafisiche, lordata col sangue sgorgato dal sacrifico volontario che si consuma sull’altare delle res humanae, si fa vera – e senza timore – nell’atto di darsi più nuda che mai in pasto a quei demoni che popolano il reale, conquistandolo.

 

Carlo Ragliani