POESIA A CONFRONTO: La fabbrica

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POESIA A CONFRONTO: La fabbrica

 
 

POESIA A CONFRONTO: La fabbrica
VOLPONI, SERENI, DI RUSCIO

 
 

La fabbrica (e quindi l’esperienza dell’operaio che vi lavora) sono temi che entrano nella letteratura italiana – e nella poesia ancora di più – relativamente tardi, forse per resistenza di fronte a un materiale ritenuto di per sé impoetico e certamente poco funzionale rispetto alla matrice prevalentemente lirica della poesia italiana. È soprattutto nel XX secolo, con le avanguardie storiche, che i temi relativi alla tecnologia (si pensi al Futurismo) iniziano gradualmente a prendere piede e solo nel dopoguerra il tema della vita in fabbrica inizia ad assumere quell’evidenza che la nuova società industriale, dal boom economico in poi, pretende.

Partiamo da una poesia di Paolo Volponi. In questa composizione dal ritmo incalzante, dai versi brevi o brevissimi, rimati o ritmati, il tono apparentemente leggero sottende in realtà una evidente denuncia (con ironia) nei confronti del modello taylorista (la catena di montaggio) che trasforma ogni lavoratore in un vero e proprio santo, a causa delle dure prove fisiche e psicologiche a cui è sottoposto, generalmente per un salario oltretutto modesto o inadeguato. Ciò che conviene invocare è la possibilità di vedere un nuovo giorno, consapevoli però che anch’esso sarà segnato dalla fatica, dallo stento.

Di vita in fabbrica molto concretamente parla Sereni a proposito di una sua “visita in fabbrica”: qui siamo negli anni del boom economico e ciò che Sereni denuncia è una certa assuefazione («Non ce l’ho – dice – coi padroni. Loro almeno / sanno quello che vogliono. Non è questo, / non è più questo il punto» dice la splendida apertura dialogica), assuefazione che, in virtù del benessere che il salario, anche povero, può offrire, spinge l’operaio a una tacita e accettata alienazione, una schiavitù del suo tempo (si veda la citazione leopardiana; “E di me si spendea la miglior parte”) e dei suoi interessi, assuefazione che percepisce però come benevola. Allora l’operaio vive “sempre in regresso sul lavoro / o spento in esso” per avere quel pane che, dantescamente, sa amaro – a patto però di esserne davvero consapevole. Ma questo equilibrio, ci lascia capire Sereni, è inevitabilmente precario: l’esigenza di un’umanità che rivendica il proprio spazio di libertà è ineliminabile, “un grido troppo tempo in noi represso” è destinato a farsi sentire: occorre solo saper attendere. L’ambiente della fabbrica, per quanto ben organizzato, funzionale, generatore di reddito è pur sempre un “asettico inferno” come ci ricorda lo splendido ossimoro nella chiusa.

In fabbrica, una fabbrica di chiodi a Oslo, lavorò per 40 anni Luigi Di Ruscio, migrante per necessità economica, poeta per esigenza inestirpabile, a costo di dedicarsi a questa passione della scrittura di notte, nel poco tempo libero rimasto a chi di lavoro ha davvero bisogno. La sua è un’esperienza autentica di poeta operaio che racconta ciò che ha vissuto e provato nel vivo della fabbrica (“il Dio fresato e saldato ogni giorno”). Come si evince dalle due poesie proposte il suo linguaggio è diretto, concreto, assolutamente anti-retorico e anti-letterario: la lingua così espressiva dà evidenza plastica dello stato di alienazione dell’operaio (“la produzione è il diario nostro”), del lavoro disumanizzante (“la macchina è l’anima nostra / nel cartellino delle timbrate / sono le date della nostra storia / la produzione è il diario nostro”). Si veda in particolare il parallelismo maiale-uomo, dove l’operaio sconta una sorte ancora peggiore, se possibile, rispetto a quella dell’animale – “sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente / devi resistere intero / (sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi)”. Gli unici esiti possibili sono la lotta frontale, come nel caso dello sciopero di cui si parla nel primo testo (“la macchina ferma mammut scannato”) o la perdita di sé, l’insania a scadenza programmata (“misura la rabbia / aspettati che scoppi”).

 

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
PAOLO VOLPONI
(Da Memoriale, Einaudi, 1962)
 
Nella fabbrica c’è un santo
con una barba bianca;
porta anche lui la tuta
e tutto il giorno aiuta
la gente che si stanca.
È un santo ottimo
per chi lavora a cottimo,
di grande pazienza e coraggio
per quelli del montaggio,
con la mano piccina
per quelli dell’officina,
con l’occhio a raggio
per quelli dell’attrezzaggio,
aiuta, aiuta
sotto la tuta
quelli della fonderia
il piede a tirar via,
porta l’aria pura
a quelli della verniciatura
e porta via i rumori
a quelli dei motori.
Questo santo
tanto tanto
aiuta tutti quanti
sotto i grandi impianti
dietro le grandi porte
dove si soffre forte
dietro tutti i vetri
dove si sta in un metro
e non arretri
sempre in piedi
per tutte quelle ore
nel freddo e nell’ardore
dell’estate.
Lavorate, lavorate
tutti quanti
non fermate
la fatica
e quel santo par che dica
lavorate tutti quanti
lavorate;
siete stanchi? siete santi!
Non gli altari
solo i banchi
tutt’in fila
che non manchi
d’esser pari
nella fila
tutti uguali,
i santi mortali.
Nella fabbrica
si predica;
la preghiera
alla sera
è quella di uscire
per benedire
un altro giorno;
dopo quel forno
con una
boccata d’aria
ed una
occhiata alla luna.
 
 
 
 
 
 
VITTORIO SERENI
(da Gli strumenti umani – Einaudi, 1965)
 
UNA VISITA IN FABBRICA
 
IV
 
«Non ce l’ho – dice – coi padroni. Loro almeno
sanno quello che vogliono. Non è questo,
non è più questo il punto». E raffrontando
e rammentando: «… la sacca era chiusa per sempre
e nessun moto di staffette, solo un coro
di rondini a distesa sulla scelta tra cattura e morte…»
Ma qui non è peggio? Accerchiati da gran tempo
e ancora per anni e poi anni ben sapendo che non
Più duramente (non occorre) si stringerà la morsa.
C’è vita, sembra, e animazione dentro
quest’altra sacca, uomini in grembiuli neri
che si passano plichi
uniformati al passo delle teleferiche
di trasporto giù in fabbrica.
Salta su
il più buono e il più inerme, cita:
E di me si spendea la miglior parte
Tra spesso e proteste degli altri – ma va là – scatenati.
 
 
 
 
V
 
La parte migliore? Non esiste. O è un senso
di sé sempre in regresso sul lavoro
o spento in esso, lieto dell’altrui pane
che solo a mente sveglia sa d’amaro.
Ecco. E si fa strada sul filo
cui si affida il tuo cuore,
ti rigetta
alla città selvosa:
– Chiamo da fuori porta.
Dimmi subito che mi pensi e ami.
Ti richiamo sul tardi –.
Ma beffarda e febbrile tuttavia
ad altro esorta la sirena artigiana.
Insiste che conta più della speranza l’ira
e più dell’ira la chiarezza,
fila per noi proverbi di pazienza
dell’occhiuta pazienza di addentrarsi
a fondo, sempre più a fondo
sin quando il nodo spezzerà di squallore e rigurgito
un grido troppo tempo in noi represso
dal fondo di questi asettici inferni.
 
 
 
 
 
 
LUIGI DI RUSCIO
(da Le streghe arrotano le dentiere – Marotta, 1966)
 
Otto ore moltiplicate per tutta la vita
che copre il coraggio degli eroi e di tutti i santi
uomini intercambiabili e danzanti
la macchina è l’anima nostra
nel cartellino delle timbrate
sono le date della nostra storia
la produzione è il diario nostro
che raspa su tutte le coperture pagliaccesche
tutta l’anima nostra tra quattro mura rivoltanti
dove l’Iddio del duemila crepa perpetuamente
e perpetuamente rinasce
ogni nostro giorno per questo Iddio che è voce nostra
il Dio che è nelle nostre mani
il Dio fresato e saldato ogni giorno
e non vi è nulla di più incantato
di quando questo furore s’arresta
colta da paralisi mortale
la macchina ferma mammut scannato
lo sciopero votato nelle riunioni dei sindacati
s’è arrestato l’Iddio
e il suo manovratore e la terra trema
la fabbrica ferma
butta sulla terra il terrore dell’ultimo giudizio
e se oggi timbrare è il verbo
è sospeso il giorno della vittoria nostra
per questo giorno viventi
viventi per questa attesa.
 
 
 
 
 
 
LUIGI DI RUSCIO
(Da Istruzioni per l’uso della repressione – Savelli, 1980)
 
chiudere un porco vero nel reparto
non un porco normale
un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore
vediamo come reagisce l’associazione protezione animali
vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale
schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile
vediamo se il sistema nervoso non gli si è spezzato
vediamo se è diventato impotente con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi
se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale
portiamolo nelle tante terre abbandonate
e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi
sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi
sgambetta liberato respira arie pure saziati
però la proposta dimostrativa non può essere accettata
il maiale è stato selezionato perché ingrassi tenere bistecche di maiale
sottilissime fette di prosciutto
e ingrassi un grassissimo cervello
per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa
ti aspetta un lungo coltello
chi lavora in un reparto è stato selezionato per tutta una cosa diversa
resisti allo schianto per tutta una stagione
sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente
devi resistere intero
(sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi)
metti un uomo nel reparto
chiudili dentro per otto ore consecutive
vedi come reagisce
prendi un uomo dell’umanesimo staccalo
dai quadri affreschi dei grandi umanisti
prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce
fare moltissime prove vediamo cosa succede
vedi se diventa pericoloso
(può diventare pericoloso
chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive
può diventare molto pericoloso
controllate tutti i telefoni
apri il suo cervello vedi cosa medita
misura la sua rabbia
aspettati che scoppi)