POESIA A CONFRONTO – Figli

POESIA A CONFRONTO - Figli

foto di Dino Ignani

 
 

POESIA A CONFRONTO – Figli
OMERO, GIBRAN, KIPLING, PIERSANTI

 
 

Gli affetti famigliari sono uno dei motivi chiave della poesia, come della vita. Dopo avere affrontato i temi relativi alla figura della madre, del padre, dell’amore coniugale, della perdita dei propri cari è ora il momento dei figli.

Tutti ricorderanno, fin dalle letture liceali, lo splendido episodio tratto dal Canto VI dell’Iliade in cui Ettore saluta la moglie Andromaca prima di dover affrontare la prossima battaglia contro i Greci. Alla fine di questo episodio Ettore rivolge il suo saluto anche al piccolo Astaniatte, all’inizio spaventato dall’armatura minacciosa del padre che, sorridendone con Andromaca, è costretto a togliersi l’elmo, a deporre il suo ruolo di eroe per incarnare quello semplicemente di padre che alza al cielo il figlio, lo benedice augurandogli un futuro di onori e di gloria. Il tono epico e solenne che è proprio dell’Iliade assume qui una sospensione temporanea, per dare spazio a un intenso e struggente quadro famigliare: Ettore da guerriero imperturbabile, fedele nella missione richiesta dalla difesa della sua patria, torna qui a essere padre, uomo che deve innanzitutto difendere suo figlio.

Con un salto temporale di secoli, nella poesia di Kipling possiamo leggere tutta l’impronta solenne della preghiera laica: un padre si rivolge, nel suo ruolo di educatore, al figlio per ammaestrarlo sulla vita, indurlo a viverla consapevolmente, per poter essere davvero un uomo, con tutta la responsabilità, il sacrificio, l’impegno che questo comporta. La poesia gioca sulla struttura fortemente simmetrica, componendosi di una lunga sequenza di periodi ipotetici introdotti dall’anafora di “if”, in un susseguirsi di immagini e situazioni in climax ascendente; in ogni insegnamento prevale la figura dell’ossimoro fra ciò che avviene, per cattiva consuetudine, nel mondo e ciò che il figlio invece dovrà attuare, con concretezza d’atti; il tutto culmina nel verso finale dove troviamo la proposizione principale che regge tutta la costruzione sintattica e semantica della poesia, con il messaggio chiave di tutto il testo.

Tutta intrisa di spiritualità è invece la poesia qui proposta di Gibran: i figli sono un bene comune dell’umanità, hanno riassunto in sé il senso di un destino che sfugge ai loro genitori, che non se ne possono appropriare ma devono lasciarli liberi di svolgere la missione a loro assegnata. Tutto gioca sulla metafora dell’arciere (in cui è evidente il ruolo di una figura trascendente, aldilà di qualunque religione circostanziata e identificabile): i genitori sono archi nelle sue mani; solo obbedendo alla sua volontà potranno esserne strumenti, perché i loro figli siano frecce scagliate nella vita, così affidati al loro destino.

Chiudiamo con una poesia più intima, inserita in un cerchio di affetti privati: quella di Piersanti; la sua forza sta proprio paradossalmente in questo: potersi fare messaggio universale perché nasce dal vissuto autentico del suo autore. Il protagonista è Jacopo, figlio dell’autore, che soffre di una grave forma di autismo: figlio di Umberto, ma grazie a questi versi anche figlio di ogni lettore che entra in simbiosi con lui, grazie alle parole semplici e insieme coinvolgenti del padre poeta. La poesia gioca sul contrasto fra i divertimenti più moderni e chiassosi dei giovani di oggi e l’attenzione che Jacopo rivolge invece a uno dei giochi più antichi: la giostra (“quegli altri la rifiutano / così antica e lenta”), quella del “libro / di letture”. E alla fine non si può se non sentirsi, da lettori, legati indissolubilmente a questo ragazzo “nella zattera / dove sta(i) senza compagni”, “a quel figlio che gir(a) solo / nella giostra”, partecipi della sfida coraggiosa che il padre deve quotidianamente affrontare.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
OMERO
(Da Iliade – nella traduzione di Vincenzo Monti, 1825)
 
Dal Canto VI
 
Così detto, distese al caro figlio
l’aperte braccia. Acuto mise un grido
il bambinello, e declinato il volto,
tutto il nascose alla nudrice in seno,
dalle fiere atterrito armi paterne,
e dal cimiero che di chiome equine
alto su l’elmo orribilmente ondeggia.
Sorrise il genitor, sorrise anch’ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l’intenerito eroe tosto si tolse
l’elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto
palleggiato l’infante, alzollo al cielo,
e supplice sclamò: Giove pietoso
e voi tutti, o Celesti, ah concedete
che di me degno un dì questo mio figlio
sia splendor della patria, e de’ Troiani
forte e possente regnator. Deh fate
che il veggendo tornar dalla battaglia
dell’armi onusto de’ nemici uccisi,
dica talun: Non fu sì forte il padre:
E il cor materno nell’udirlo esulti.”
 
 
 
 
 
 
RUDYARD KIPLING
(Da Brother Square-Toes– Rewards and Fairies – scritto nel 1895, pubblicato nel 1910)
 
IF
 
If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise:

 

If you can dream – and not make dreams your master;
If you can think – and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same;
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ’em up with worn-out tools:
 
If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: ‘Hold on!’
 
If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings – nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And – which is more – you’ll be a Man, my son!
 
 
 
 
SE
 
Se saprai tenere la testa sulle spalle quando tutti attorno a te
l’avranno persa e ti rimprovereranno,
se saprai avere fiducia in te quando tutti lo metteranno in dubbio,
ma sarai tollerante, tuttavia, con il loro dubitare;
se saprai attendere senza essere stanco di quest’attesa,
o essendo schernito dalle menzogne, saprai non mentire,
o essendo odiato, non lascerai varco all’odio,
e senza sembrare troppo buono, o parlare troppo da saggio:
 
se saprai sognare – e non rendere i sogni i tuoi signori;
se saprai pensare – e non rendere i pensieri il tuo fine;
se saprai fronteggiare Trionfo e Sconfitta
e trattare quei due impostori allo stesso identico modo;
se sarai in grado di ascoltare la verità che hai detto
distorta dalle canaglie per farne una trappola per gli sciocchi,
o guardare le cose, per cui hai dato la vita, infrante,
e prostrato saprai riedificarle con le tue risorse ormai logore:
 
se saprai accatastare con indifferenza tutte insieme le tue vittorie
e rischiare tutto in un unico lancio secco: testa o croce,
e perdere, e ricominciare tutto daccapo
e non farti scappare mai una sola parola di delusione;
se saprai convincere il tuo cuore e i tuoi nervi e i tuoi tendini
a fare la loro parte ben oltre ogni loro naturale sfinimento,
e così tenere duro quando non è rimasto più nulla in te
se non la tua Volontà che dice loro: ‘Tenete duro!’
 
Se saprai confrontarti con chiunque e mantenere la tua virtù,
o camminare con i Grandi – senza perdere umiltà e buon senso,
se né i nemici né gli amici che più ami sapranno ferirti,
se per te conteranno tutti e ognuno, ma nessuno più degli altri;
se saprai riempire ogni singolo minuto che passa implacabile
con tutta la misura sfuggente dei suoi sessanta secondi;
allora tuoi sono la Terra e tutto ciò che vi ha casa,
e – ciò che vale di più – sarai un Uomo, figlio mio!
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
KHALIL GIBRAM
(Da The Prophet (Il Profeta) – Knopf, 1923)
 
And a woman who held a babe against her bosom said: “Speak to us of children”.
And he said:
Your children are not your children.
They are the sons and daughters of Life’s longing for itself.
They come through you but not from you,
And though they are with you yet they belong not to you.
You may give them your love but not your thoughts,
For they have their own thoughts.
You may house their bodies but not their souls,
For their souls dwell in the house of tomorrow,
which you cannot visit, not even in your dreams.
You may strive to be like them,
but seek not to make them like you,
For life goes not backward nor tarries with yesterday.
You are the bows from which your children
as living arrows are sent forth.
The archer sees the mark upon the path of the infinite,
and He bends you with His might
that His arrows may go swift and far.
Let your bending in the archer’s hand be for gladness;
For even as He loves the arrow that flies,
so He loves also the bow that is stable.
 
 
 
 
E una donna che stringeva il suo neonato al seno disse: “Parlaci dei bambini”.
Ed egli disse:
I vostri bambini non sono solo i vostri bambini.
Sono i figli e le figlie della Vita che anela se stessa.
Nascono grazie a voi ma non per voi soli,
e anche se vivono con voi, comunque non appartengono a voi.
Potete dare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
perché hanno pensieri che sono soltanto i loro.
Potete dare casa ai loro corpi ma non alle loro anime,
perché le loro anime abitano la casa del domani,
che non potete visitare, nemmeno nei vostri sogni.
Potete impegnarvi a essere come loro,
ma non cercate di renderli simili a voi,
perché la vita non va a ritroso né indugia su ieri.
Siete gli archi dai quali i vostri figli
sono scagliati come frecce nella vita.
L’arciere vede il bersaglio lungo il corso dell’infinito,
ed Egli vi tende con la sua Forza
così che le Sue Frecce vadano veloci e lontane.
Lasciatevi tendere dalla mano dell’arciere con gioia complice;
perché come Egli ama la freccia che è in volo,
così Egli ama l’arco su cui può fare affidamento.
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
UMBERTO PIERSANTI
(Da Nel tempo che precede – Einaudi, 2002)
 
LA GIOSTRA
 
ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ora che precede
dolce la sera
ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi
li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano
Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte
figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
così antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni