POESIA A CONFRONTO – Dire addio

Pillola di Poesia di Milo de Angelis

foto di Dino Ignani

 
 

POESIA A CONFRONTO – Dire addio
UNGARETTI, AUDEN, BISHOP, DE ANGELIS

 
 

Perdere una persona cara è sempre un avvenimento tragico, irrimediabile. È una delle esperienze che segna maggiormente le nostre vite, lasciando spesso delle ferite insanabili, sollevando interrogativi ai quali si è impossibilitati a rispondere. Il tema del distacco, del commiato è da sempre appannaggio profondo della parola poetica. Come sostiene anche Rilke, in fondo, “noi viviamo per dire sempre addio”.

Nella raccolta “Giorno per giorno” Ungaretti scrive della tragica perdita del figlio Antonello, di soli 9 anni, avvenuta durante il suo soggiorno in Brasile. Lo stile del poema è per frammenti di vita vissuta in cui il padre ricorda gli ultimi giorni sofferti del figlio, ora affidato a “un passato di favola” irrecuperabile: di lui rimane solo una “ombra” tuttavia capace di illuminare, rimanendo “a lato, timida”, quasi a consolare il padre. Il frammento 8, che si riduce a un solo verso esclamativo (con quei puntini di sospensione finali), attraverso l’iterazione e l’allitterazione delle ‘t’ sottolinea anche sonoramente l’idea dello “schianto”, dello scacco definitivo.

Auden sceglie invece il blues (appartenente alla tradizione dei neri d’America, genere musicale ancora oggi molto noto) per dare corpo alla perdita dell’amato. A prevalere in questa poesia è la figura retorica dell’iperbole: agli accadimenti quotidiani, alla natura, all’ordine stesso del cosmo viene chiesto di sconvolgersi, arrestarsi nel loro ordinario accadere, perché tutto deve essere vestito a lutto, specchio nero della perdita. La dura realtà è riassunta in un verso semplice, netto: “I thought that love would last forever: I was wrong”.

Diversa la strada scelta da Elizabeth Bishop che preferisce affidarsi all’understatement per definire il proprio dramma. Si afferma negando: è quasi un vademecum, quello della Bishop, per saper praticare “l’unica arte”, quella di saper perdere, perché in definitiva la vita è costellata di perdite, e bisogna saperlo accettare. In fondo non è mai un disastro: in un caso, in uno soltanto, non è possibile esimersi dallo scriverlo, quando si ricorda un viso, un gesto per noi indimenticabile, insostituibile.

Al “tema dell’addio” De Angelis ha intitolato una sua raccolta legata a noti eventi biografici. Nei suoi versi esemplari il dramma della perdita è rappresentato con immagini nette e incontrovertibili: “l’urlo” a cui si è costretti a essere “vicini”, il “cuore / buio dell’estate”, “la tua assoluta / voce nella segreteria”. L’uso sapiente dell’enjambement e i periodi brevi o brevissimi sottolineano la frattura (si veda: “Tu / non sei qui.”), rendono il verso ancora più efficace, drammatizzano l’evento, quell’”attimo separato dal suo vortice”, fino alla chiusa, in sé categorica e paradossale, di una “morte che non ha luogo”, perché anche se è avvenuta è impossibile da accettare.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
GIUSEPPE UNGARETTI
(Da Il dolore (1937-1946) – Mondadori, 1947)
 
DA GIORNO PER GIORNO
 
4.
Mai, non saprete mai come m’illumina
L’ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più…
 
 
 
 
5.
Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
Che in corsa risuonando per le stanze
Sollevava dai crucci un uomo stanco?
La terra l’ha disfatta, la protegge
Un passato di favola…
 
 
 
 
8.
E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…
 
 
 
 
 
 
WYSTAN HUGH AUDEN
(Da Four Cabaret Songs for Hedli Anderson, 1940)
 
FUNERAL BLUES
 
Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.
Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message ‘He is Dead’.
Put crepe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.
He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last forever: I was wrong.
The stars are not wanted now; put out every one,
Pack up the moon and dismantle the sun,
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.
 
 
 
 
FUNERAL BLUES
 
Fermate tutti gli orologi, staccate il telefono,
perché non abbai, gettate al cane il suo osso succoso,
zittite i pianoforti e nel suono smorzato dei tamburi
portate fuori la bara, inizino i lamenti.
Gli aeroplani gemano in cerchio là in alto
scarabocchiando in cielo il messaggio ‘È morto.”
mettete un nastro in crespo al bianco collo dei piccioni,
che i vigili indossino guanti di cotone nero.
Era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est, il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo domenicale,
il mio mezzogiorno, la mia mezzanotte, la mia voce, la mia canzone;
pensavo che l’amore durasse per sempre: sbagliavo.
Le stelle non servono a nulla, ora; spegnetele tutte,
impacchettate la luna e smantellate il sole,
prosciugate l’oceano e spazzate via i boschi;
perché niente ora può essere di alcun conforto.
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
ELIZABETH BISHOP
(Da The Complete Poems 1927-1979 – Farrar, Straus & Giroux, Inc., 1979)
 
ONE ART
 
The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.
 
Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.
 
Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.
 
I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.
 
I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.
 
– Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.
 
 
 
 
L’UNICA ARTE
 
L’arte di perdere non è difficile da esercitare;
così tante sono le cose che hanno in sé l’idea
di essere perdute che la loro perdita non è un disastro.
 
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’agitazione
di quando perdi le chiavi di casa, le ore spese male.
L’arte di perdere non è difficile da esercitare.
 
Allora esercitati a perdere di più, a perdere più in fretta:
posti, e nomi, e luoghi dove avevi intenzione
di viaggiare. Nulla di questo causerà un disastro.
 
Ho perduto l’orologio di mia madre. E pensa! L’ultima, o
la penultima, delle mie tre amatissime case, svanita così…
L’arte di perdere non è difficile da esercitare.
 
Ho perduto due città, davvero amabili. E, perfino,
alcuni regni solo miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
 
– Ho perso perfino te (la voce scherzosa, un gesticolare
che amo). Non sto mentendo. È evidente
che l’arte di perdere non è difficile da esercitare
anche se può essere (questo scrivilo!) davvero un disastro.
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
MILO DE ANGELIS
(Da Tema dell’addio – Mondadori, 2005)
 
Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.
 
 
 
 

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