Notizie da Patmos – Fabrizio Bregoli

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Notizie da Patmos, Fabrizio Bregoli (La Vita Felice 2019, prefazione di Piero Marelli).

 

Oggi, nel mio blog personale e come riflessione sull’articolo La critica è morta, stroncare non conviene di Francesco Specchia su Davide Brullo, ho parlato appunto di stroncature producendo inaspettatamente anche due belle discussioni su Facebook (qui e qui), motivo per cui sarebbe logico io proponessi qui su Laboratori Poesia una stroncatura.

E invece voglio parlare di un libro che mi è onestamente piaciuto: Notizie da Patmos di Fabrizio Bregoli (La Vita Felice 2019, prefazione di Piero Marelli). Libro che a distanza di un anno dice ancora molto dell’eleganza di un autore attento allo stile, alla ricerca della parola ma anche dell’eco giusta.

 

Ma facciamo un passo indietro: Fabrizio Bregoli è uno dei redattori più attivi di Laboratori Poesia, il lit-blog di proprietà della Samuele Editore, e nel 2021 assieme a Mario Famularo sarà l’apripista della Collana Laboratori Poesia dell’editore pordenonese. Una collana di poesia e critica che si appoggerà al lit-blog e premierà i migliori autori nazionali e internazionali pubblicando in volume recensioni, note, traduzioni edite e inedite (senza dimenticare che da qualche settimana Laboratori Poesia è diventato un aggregatore di notizie, in Home Page, da più di 30 siti letterari, e un segnalatore attraverso le recensioni delle migliori case editrici di poesia direttamente dal Menu: qui la casa editrice La Vita Felice).

Va da sé che per Fabrizio Bregoli la poesia è innanzitutto studio. Basti vede la sua rubrica: Poesie a confronto. Un tema, la ricerca di diversi autori classici e contemporanei, un confronto acuto, intelligente ma anche leggero, non divulgativo ma nemmeno troppo lontano da una buona leggibilità.

Tutte queste caratteristiche le ritrovo in Notizie da Patmos. Non a caso Fabrizio ha necessità di inserire, in chiusa, note d’avvertimento per far comprendere la tessitura dei versi che non si esauriscono in se stessi, ma affondando nel passato. Carducci, Anedda, Luzi, Sereni, Pound, Pasolini, Hesse, Lorenz, Gera, Mariano, Campo, Giudici, Montale, Fortini, Zanzotto, Eliot, Rilke, Celan, sono solo alcuni dei poeti che si nascondono fra queste pagine. Che sono stati la base di queste pagine.

Versi equilibrati, eleganti, che trattano l’io come fosse una parte dell’insieme, come fosse una distanza dal quale osservare meglio non sé stessi ma il mondo. E, nel momento di un avvicinamento, un noi.

La scelta poi dello stile, che alterna giochi musicali che talvolta sforano nella rima (senza cadere nella cantilena), sa lasciarsi ispirare da terminologie scientifiche, tecniche, attraverso una modalità che ormai da qualche decennio vuole la poesia attingere ad altre sfere linguistiche. Un modo per sopravvivere, per espandersi, per comprendere meglio il mondo.

Perché la poesia è questo, è comprensione del mondo. E fin dall’inizio Fabrizio lo ammette:

 

L’algebra è, nel suo stesso atto costitutivo, anello di congiunzione.
Arte della riparazione.

(Come la poesia)

 

Un Come la poesia tra parentesi come l’io, come la propria presenza nel mondo. Una presenza breve come i versi mai eccessivamente lunghi o ridondanti.

 

Li crederanno troppo brevi
questi versi, diranno
che parlano e non dicono.
Una lotteria del vuoto.

Serviva dire la sradicatura
fiondare le radici contro il cielo
e dopo tacerne, come si fa
per i numeri ricevuti in sogno.

 

Il noi, come detto, appare un avvicinamento mai eccessivo all’io, alla propria persona, che assieme all’eleganza di un verso accorto e misurato comunica quasi un pudore, un bel pudore. Tornando all’articolo sulle stroncature di cui sopra, Fabrizio non si espone né ostenta. Osserva, analizza e ne tra le conclusioni anche se non di rado appaiono aspre, se non agrodolci.

 

Isotopi

A volte penso a noi come a due isotopi
diversi solo per peso specifico
stesso ceppo, radice condivisa.
Come deuterio e trizio, le varianti
dell’atomo d’idrogeno, costretti
all’avvicinamento
nel confine di uno spazio comune,
a vincere la nostra repulsione
in un’unione nuova, luce intatta.
Una fusione controllata, senza
scorie. Energia pulita.
Il nucleo primo di una stella minima.
(Fisica di un’impresa non riuscita)

 

Come altre volte mi è capitato di ammettere, trovo che una poesia sia ben riuscita quando ti viene di appropriartene, di cambiarne una parola, quando quella poesia non è più dell’autore ma diventa tua, di te lettore, e la riscrivi.

 

Senza peso

Trovarla, una preghiera, a labbra strette
lì dove fa deriva la parola.
Siamo la mano che scosta il viso, aria
che sfiata, rovescio del sangue. Esilio
irredimibile dei corpi. Ciò
che non si compie.

Trovarla, anche impura. Violata. Come
un dacci oggi le quotidiane briciole
del nostro pane non spezzato, noi
che abbiamo volto il capo, visto un Dio
diventare sale. Adesso e nell’ora
dell’incorrotta resa.

                                       (E non mi manchi.
Assurdo di una colpa che non pesa)

 

In questo testo i primi due versi assieme agli ultimi, a questa continua negazione nel non che allittera con noi, li trovo così incisivi da non riuscire nemmeno a leggerli così come sono, ma modificati tanto mi sono entrati dentro:

 

Trovarla, una preghiera, a labbra strette
lì dove fa buia la parola.

 

Una parola che ricorda Quasimodo, laddove il peso di Fabrizio echeggia (forse in una lettura che va ben oltre le intenzioni dell’autore, ma così deve essere per una vera poesia) quello straordinario:

 

Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.

 

appunto di Quasimodo. Ma Fabrizio è anche la presenza di un padre che torna per ben 18 volte in 80 pagine di poesia. Un padre che:

 

Tutto comincia così, con una preghiera. Nel nome del padre, solo nel suo nome. Quel verbo ossuto, la sua parola murata. Latino mansueto dello schianto.

Nel sacrilegio delle mani, troppo piccole per accoglierci, la loro liturgia opaca. E quella sapienza: reprimere quieti il respiro. Poi, la stenosi del fiato, l’estrudersi esitante della voce.

Tutto comincia così, nel cuore inconcusso di una fine, nel suo destino compiuto. Con un gesto scaleno, definitivo.

Così.
Con una croce.

 

In una delle diverse prose che costellano il libro. Questo testo è tratto dalla sezione Nel nome del padre e ne ricalca e giustifica la titolazione. Ma il padre è anche:

 

Lettera a un amico

 

Chissà se poi l’hai davvero stanato
quel padre che non hai mai conosciuto,
magari rivoltando vecchie lettere
fotografie sgranate, flashback labili
sfrattati dal ricordo. Forse importa?
Infatti non occorre ritrovare
chi già abbiamo. Per me, tuo padre ha un volto
inequivocabile, il suo
di nonna risoluta dal sorriso
arguto e fragile, quella sua lingua
favolosa e arcadica – brioscia, e piova
per dire pioggia, come nel Leopardi –
la tua dominatrice di tempeste.

 

Del mio, tranne qualche emendabile
omissione, conosco tutto: data
di nascita, presunte passioni, occhi
per quanto di colore assai variabile,
i piatti preferiti. Ne conosco
tutto, stanandolo da sempre.
Senza, per questo, averlo mai trovato.

 

(dalla sezione Carteggio clandestino)

 

 

 

 

Esercitazioni di filatelia

 

Sottili trasparenze fra le dita
e le dentellature della carta,
calcografie policrome e misture
di timbri, inchiostri e gomma da leccare.

 

Pinzetta e lenti, ferri del mestiere
per l’ostensione dei feticci in ghingheri,
negli album come in scrigni di reliquie.
(Serbarvi tutto ciò che non è stato…)

 

Composta quiete, sabato di pioggia
questo suo cerchio illeso, senza dolo.
Nel cercarsi attento di mani e ciglia
pensarti padre, per un istante solo.

 

(dalla sezione Padre nostro)

 

Quest’ultimo testo in particolare, nella sezione indicata, appare significativo a fronte del suggerimento sacrale che inevitabilmente porta in sé (Padre nostro) e che lo stesso Fabrizio in chiusa della sezione dichiara:

 

Preghiera da una fine

 

Ti prego dal rovescio del miracolo,
ti porgo la sua lebbra intatta. Ne sillabo
l’opaco, una novena di gelo. Prego
come si raccoglie un grano da zolle
malvagie, come si pigia da un’uva
sterile. Prego nella nervatura
della foglia il retaggio della luce,
la paralisi feconda del seme.
E il cielo, il suo nido bugiardo
quell’azzurro ostile, altre apocalissi
minime. È poco. Vorrei fosse meno:
un nulla circoscritto,
quello dove nasce una poesia.
Prego – e dovrei dire scrivo –
perché il silenzio è denso, immedicabile
più nulla è da difendere,
soltanto la disciplina del fuoco,
il suo Angelus di cenere
candela diligente della fine.

 

Il padre diventa quel noi sufficientemente distante dall’io da rispettarne gli spazi, il pudore, la dignità. E in virtù di questo può e sa diventare preghiera ampliandosi a uno sguardo più universale, seppure concreto. Più impersonale, come in un altro significativo testo inserito inella sezione Atti d’impenitenza:

 

Analisi grammaticale

 

Forse appartenevi a una tua sintassi
un tuo esperanto della negazione
il suo canone inverso.
Il nostro consegnarci nel presente
la dilazione a impalpabile aoristo,
l’irreale di un periodo ipotetico
e noi il suo congiuntivo trapassato.

 

Ripeti come si faceva a scuola…
Famiglia: nome astratto, parentesi
nella parentesi, scansare e eludere:
ausiliari buoni ad ogni verbo,
io e tu: pietre miliari dello strappo,
la e il veto intatto ad ogni congiunzione
la sua scoria terminale.

 

E noi, solo un pronome impersonale.

 

Ma soprattutto Notizie da Patmos è un canto alla poesia, alla sua possibilità di essere svelamento e conoscenza senza facili speranze ma con la forza di una dignitosa posa elegante che non forza il verso, ma chiede al verso stesso (e di conseguenza al tutto) d’essere ordinato, lineare, anche nel suo nulla. Talvolta un inevitabile nulla.

 

Alessandro Canzian

 

 

 

 

Quarto comandamento (ripresa)

 

Rimane la poesia, spietata e imbelle
tutt’intero il suo soldo bucato,
l’ovvio scrivere ciò che non sai dire
– assioma sghembo di un figlio scontato.

 

Onora il nulla
il solo che ci è dato.

 

 

 

 

 

 

Notizie da Patmos

 

Comincia tutto ripetendo un nome
da un buio prossimo, colpo di coda
di qualche creatura d’abisso. Dopo
è la stagione del balbettio – certe
muschiose lallazioni – infine frasi
fatte, proverbi storpiati, eserghi
o falsi. Rovine che non sorreggono.

 

Comprendi davvero d’essere lingua
quando il futuro diventa ipoteca,
passato da riscrivere, scandire
polso a polso la ruggine dei chiodi.

 

La poesia non cambia nulla
è il nulla che la cambia. La fa possibile.

 

 

 

 

 

 

Comuni divergenze

 

A unirci certi strani tarli, il debole
comune del piccolo artigianato,
altre stregonerie minime.

 

Tu amavi fabbricarti le cartucce
con antica perizia di speziale.
La polvere da sparo, il cartoncino
borre di feltro, pallini di piombo
il dischetto di sughero, orlare
infine il bossolo. Tutto dosato
negli accenti debiti, rudimenti
di metrica tascabile. Ricetta
per il bersaglio esatto.

 

Io invece preferisco la poesia,
la scienza bellicosa del disarmo.
Quel suo sparare a salve
per non fallire un colpo.

 

 

 

 

 

 

Alias

 

L’appartenersi è il principale ostacolo
quest’illudersi della fedeltà
dei corpi, quel loro spazio immutato
continuo. Crederci ancora gli stessi
che fummo, un ordine compiuto. Invece
siamo frattura dei volti, l’appello
degli scomparsi, il nostro inconosciuto.
Dislessia di un noi impronunciato. Postumo.

 

Diciamo solo l’incendio dei nomi
perché sappiamo la cenere
la sola lealtà al fuoco. Perché, in fondo
si scrive sempre la poesia di un altro.