I miei figli stanno bene e li chiamo ogni sera – Fabiano Alborghetti

Sollevare più domande possibili

Quando scrivo, io vivo sul campo ciò di cui scriverò: ho vissuto tre anni coi migranti clandestini (e sarò arrestato due volte; era il 2001); ho spiato e seguito famiglie nei parchi o nei centri commerciali per altri tre anni; ho tagliato legna nei boschi, attraversato ospedali, vissuto la strada degli ambulanti. È il mio modo, il più naturale, per entrare nei fatti e nelle sfumature meno evidenti delle vicende che ho deciso di scoprire, per scriverne. Nessuna invenzione ma l’essere sul campo o, come scriveva Walt Whitman «non avrai cose di seconda o terza mano, ma le cose scoprirai da te stesso»: l’ho sempre fatto e sempre lo farò. Per testimoniare qualcosa bisogna prima viverlo, bisogna essere nella realtà e non vicino.

Sono settimane che torno all’ufficio di collocamento a Lugano per ascoltare, forse intervistare. Mi è stata commissionata una serie di testi sul mondo del lavoro per una rivista della Svizzera italiana.

Quella mattina parlano in pochi; mi sono spostato al bar di fronte, e mentre sfoglio gli appunti e sono sul punto di andarmene, questa ragazza si siede, beve un cappuccino e poco dopo inizia a parlare, senza che io le abbia rivolto la parola. Inizia a raccontarmi di sé in un monologo senza fiato. Poi si interrompe, mi guarda fisso per la prima volta e mi dice «tu sei scrittore, io visto te in televisione. Racconta di mia storia. Sono una persona onesta». Non so da dove sia arrivata, non so dove se ne va quando si alza e scompare.

Onesta. Questa è la parola che mi colpisce ancora più della storia. Lo scriveva Saba, nel 1911 in Quello che resta da fare ai poeti, inviato alla rivista Voce. «Ai poeti resta da fare la poesia onesta…». E continua, Saba (e qui mi permetto di condensare): andare ogni poco oltre la superficie dei versi; lavorare con la scrupolosa onestà dei ricercatori del vero per vedere quello che non per forza d’inerzia, ma per necessità deve ancora essere significato in versi.

Aggiungo io due ulteriori cose: scrivere avendo pudore. Capire cosa si può raccontare e perché, tenendo sempre a mente che se della vita di altri si parla, di quelle vite bisogna rispettare tutto, anche delle scelte non condivise; e senza dare mai una risposta: questa va lasciata a chi legge.

Sollevare più domande possibili è il dovere di chi scrive, le risposte ognuno le troverà secondo la propria formazione, sensibilità, apertura. Un monito che -prima inconsapevolmente, poi nel tempo cosciente- applico in ogni scritto se qualcosa è necessario che venga scritto. Più spesso è meglio il silenzio.

Fabiano Alborghetti

 
 
 
 
Anni 22, accompagnatrice
 
Da sei mesi sono in proprio
sono in tutti i siti web
con le foto fatte bene da un fotografo mio amico
 
che ho pagato con l’amore
ma non è un mio cliente. Ora alzo mille franchi
ogni giorno di lavoro
 
e metà va dritta a casa, dove studiano i miei figli
un pochino nei vestiti, nell’affitto e nei locali
dove vado per lavoro perché il business va cercato.
 
I miei figli stanno bene e li chiamo ogni sera
gli ripeto che poi torno ma che devo lavorare
e poi chiudo col magone, e poi bevo del liquore
 
che mi aiuta a mascherare quella voglia di star sola
senza un corpo che mi preme che mi spinge dentro il seme
ma poi penso che ogni colpo fa star bene i miei bambini
 
ed allora io sorrido e al cliente questo piace
sembra quasi che io godo, sembra tutto naturale.
È per questo che lavoro molto più di altre amiche:
 
quel sorriso cambia tutto, sembro quasi la ragazza
sembro amica o fidanzata, sembra tutto naturale
sembra che c’è un bel rapporto e non sia a pagamento
sembra che io son felice, e il cliente è più contento…
 
 
(da Sezione del lavoro, in Fabiano Alborghetti, Corpuscoli di Krause, Gabriele Capelli Editore, 2022)