Eterna sia solo la morte – Michela Gorini

Hits: 305

 1
 
 
 
 
prendi questa mia
estemporaneità evanescenza
 
prendi e rapiscimi
da mortalità con mortalità
 
nessuna eventuale remota riscossione
portami l’anima
porgila all’assoluto
 
eterna sia solo la morte
 
mia
la tua morte
 
quella che chiamo
nella vita
 
[quella che chiamo nella vita]
 
 
 
 
 
 
l’istante in cui ti seguo
presenza a annuire i miei anni
ripete e incontra il vuoto
 
lì m’appartiene
il buco dove tu non centri
 
nuda
l’abito che porto
m’indossa
nuda
 
non è l’improvviso lì dove
fallisco questa mia sostanza
e mi manco è il mio
vuoto che mi doni reale
 
non sono le cose che pensi di me
io non sono
 
non è spazio la distanza
che prima m’incide poi mi nega
i tuoi occhi per un filo di urgenze
e fatalità
 
l’attesa le fantasie smentite
mi trattenevano, non tu
così ti scagiono e ti chiamo a
sentirmi dolore
 
ti perdo voce
non esisto più
la mia lontananza indossa la tua e
nell’istante stesso in cui
mi nasce
la vita
mi muore
 
[nuda]
 
 
 
 
 
 
sì, io sono
per te sono
 
sono l’altra versione
 
 
 
 
 
 
qualcuno si arresta sul bordo
prosegue il silenzio e
– parlandomi – si doni
 
senza il mio rumore di fondo
senza ematomi
inghiottire dolore
senza rabbia
 
posso parlare di me, posso?
 
il tocco che mi tocca – voglio lui
due occhi – moltiplicati mille cento
vivi potenti li respiro in corpo
sulle gambe sulla bocca
nella saliva
 
(tu mi hai desiderato le mani la bocca)
toccami ti prego
i fianchi il seno soffocami
stringiti al mio respiro
ce ne vogliono tanti – di te –
per coprire il rumore
 
[rumore di fondo]
 
 
(Michela Gorini, La produzione di amore, Edizioni Dot.com Press, 2018)
 
 
 
 

In questi versi di Michela Gorini è possibile riscontrare una serie di voci stratificate che sembrano corrispondere ad altrettante sedimentazioni dell’esperienza relazionale con il sé e l’altro da sé, quasi a realizzare una strategia di sopravvivenza a una odiosa sensazione di vuoto, originaria, cui la dinamica del testo risponde con un coscienza lucida e disincantata ma, al contempo, proiettata verso un immolarsi alla corporalità condivisa, a un’idea di un noi autentico – idea che viene continuamente smentita dalla presenza di una razionalità amara, persistente, e irrequieta.

Il testo si appoggia all’utilizzo di polisemie e di voci corali – tra apparenza e sostanza, detto e non detto – con una superficiale sensazione di dissociazione tra il modo in cui l’io del testo si percepisce e viene percepito dall’altro, da un osservatore terzo: in questo, la parola della Gorini è esercizio di onestà, di nudità – pur nella sua apparente contraddittorietà e ambiguità.

Nei primi versi, ad esempio, si invita l’altro a “rapire” l’io del testo, caratterizzato da elementi provvisori e fragili (estemporaneità, evanescenza, mortalità) proprio attraverso le stesse caratteristiche (“da mortalità con mortalità”): lo scontrarsi di due elementi consimili ed egualmente deboli – senza implicare una consapevolezza dell’altro o del fenomeno – diventano possibilità di accedere “all’assoluto”, a un reciproco annientarsi che realizza un’eternità nello svanire reciproco (“eterna sia solo la morte / mia / la tua morte”), in un’idea di accesso all’eterno attraverso la dissoluzione del sé condivisa, proprio attraverso il suo opposto (“… morte / quella che chiamo / nella vita”), idea che però resta solo immaginata, perseguita, incompleta.

La presenza di un vuoto originario, riscontrato con lucidità come caratterizzante remoto, o risultato di una ferita inaccessibile e antica, resta prerogativa del soggetto (“ripete e incontra il vuoto … il buco dove tu non centri”), percezione autentica associata alla nudità fisica, che viene rievocata e rivissuta proprio attraverso il contatto mancato e imperfetto con l’altro (“mi manco è il mio / vuoto che mi doni reale”), apparendo (il vuoto) più concreto della persona che si ha di fronte, nella discrasia tra la sua percezione dell’io del testo e quella individuale (“non sono le cose che pensi di me / io non sono” – qui la polisemia è particolarmente efficace: “io non sono” né le cose che sembri poter pensare di me, né sono affatto, proprio perché un io inaccessibile persino nell’intimità del contatto finisce per non essere).

Ciò nonostante non vi è afasia o rassegnazione, ma slancio inquieto e impulsivo (“ti chiamo a / sentirmi dolore”); nonostante il desiderio di realizzare un contatto profondo l’asimmetria è più forte, “ti perdo voce / non esisto più / la mia lontananza indossa la tua”, e non appena si riesce a immaginare una completezza vitale di un contatto riuscito, “nell’istante stesso in cui / mi nasce / la vita / mi muore / [nuda]”, aggiunge infine la voce secondaria in contraltare, spietata e sincera.

Ma questa consapevolezza non porta a un sentire disperato, né a una postura di autocommiserazione, quanto piuttosto a strategie relazionali che possano ottimizzare, quasi in un atteggiamento di possibilità, tra il gioco e la speranza, le occasioni di contatto, pur in un cauto scetticismo: “per te sono / sono l’altra versione” – quella che è possibile percepire.

E in fondo in questo “inghiottire dolore”, stratificato, sparisce anche ogni sentimento o impulso negativo (“senza rabbia”), e il desiderio, il sentire – al di là del sentimento –, la fisicità sensibile, diventano occasioni concrete di acquietare la percezione dissonante di quella mancanza originale, irrisolta (“il tocco che mi tocca … due occhi – moltiplicati mille cento / vivi potenti li respiro in corpo”), cui si protende con abbandono pieno, quasi disperato (“toccami ti prego … stringiti al mio respiro”), per realizzare pur in modo imperfetto ed incompleto quell’idea di contatto che possa consentire di espiare o, quanto meno, di allontanare, quella desolante negazione di tale idea – nella percezione di una mancanza assoluta, originaria ed immutabile (“ce ne vogliono tanti – di te – / per coprire il rumore / [rumore di fondo]”).

In questo, la parola di Michela Gorini si rivela testimonianza umanissima del desiderio di superare l’empasse dell’incomunicabilità e della percezione del vuoto che, proiettate in una dimensione relazionale e sentimentale, attraverso una lucido contrasto tra incarnazione corporale dei sensi e vivacità del pensiero, restituiscono una voce onesta, profonda ed estranea alle dissimulazioni – pur espondendole senza veli o alcuna reticenza.

Mario Famularo