E ovunque sono fiori senza nome – Flavio Ferraro

E ovunque sono fiori senza nome - Flavio Ferraro

foto di Dino Ignani

 
 
 
 
Noi grandemente presi
nel fondo di una sola mente,
nell’abbaglio di una sola
universa moltitudine –
e questo cielo che non sa
schiarire, quest’ansia di nubi
prossime a sciogliersi e tutto
senza fine, come da trama
 
Sai, non c’è desiderio
che ci colmi, né precipizio
che al vuoto ci conduca
e ovunque sono fiori
senza nome – e vicino
inafferrato il tutto, finché morte
da morte non separi.
 
 
 
 
Stordita da carezze,
provi ancora l’antica voce,
la moduli in un rantolo.

 
Sì, qualcosa dovrà fiorire,
in tutta la sua agonia.

 
 
 
 
I fiumi conoscono la loro
meta: dal mare hanno origine,
e al mare fanno ritorno.
E guarda questi frutti
alti tra i rami: il seme
sepolto è uguale a loro.
 
Tornare alla propria radice,
è questa la quiete.
Per questo devi perderti:
per trovare Colui che cerchi.
Così l’amante scompare
nell’amato, finché solo
l’Amore resta.
 
 
(Flavio Ferraro, Il silenzio degli oracoli (Poesie 2009-2016), L’arcolaio, 2021)
 
 
 
 

Questi testi selezionati di Flavio Ferraro vibrano di un’intensa ricerca del sacro nell’esistere e nel mondo circostante, trasfigurato attraverso i dettagli del paesaggio e della natura, restituendo una riflessione sull’esserci e sul divenire di particolare profondità e lucidità: il desiderio, il vuoto, la vita e la morte, la fioritura e la sua afflizione, l’origine e il ritorno; l’osservazione e l’aspirazione al divino si risolvono in un amore che si sostanzia in uno sparire dell’io nella cosa amata, estesa simbolicamente al tutto, al sacro sotteso in ogni cosa.

Già il primo testo inizia evidenziando la partecipazione di ogni singola coscienza umana a un’esperienza, in fondo, unica e universale (“Noi grandemente presi / nel fondo di una sola mente … una sola / universa moltitudine”), traslato subito dopo agli elementi del paesaggio (“questo cielo che non sa / schiarire, quest’ansia di nubi / prossime a sciogliersi e tutto / senza fine”): il desiderio non porta soddisfazione, incapace di rendere completa la percezione dell’esserci, e nessuna voragine è abbastanza vertiginosa da realizzare un vuoto perfetto; il mondo circostante è caratterizzato da una bellezza innominabile (“ovunque sono fiori / senza nome – e vicino / inafferrato il tutto”), a evidenziare infine anche l’inopportunità e l’insufficienza della nominazione e del linguaggio. La chiusa accenna alla presenza del pensiero della morte solo in vita, con un’allusione alla filosofia epicurea (“finché morte / da morte non separi”) o quanto meno a una concezione spirituale della fine, che non vede il fine vita come l’assoluto antagonista negativo del vivere – più che altro come pensiero afflittivo che lo può caratterizzare.

“Qualcosa dovrà fiorire, / in tutta la sua agonia”: la sofferenza della fioritura è presupposto del risveglio e della bellezza; la rivelazione del sacro passa necessariamente attraverso l’orrore del dolore e della morte, lo splendore del bello attraverso l’afflizione della carne e dello spirito; in quel dovrà si può intravedere quanto questo sia un processo sia necessario, che doveroso.

Il testo finale delinea l’orizzonte dell’esistenza umana attraverso ulteriori immagini naturali: i fiumi che “dal mare hanno origine, / e al mare fanno ritorno”, consapevoli della loro “meta”, e i frutti “alti tra i rami”, consci che il “seme / sepolto è uguale a loro”.

Così la vita degli uomini è la quiete del “tornare alla propria radice”, ed è per questo che il testo invita alla necessità di perdersi nell’incoscienza dell’origine, “per trovare Colui che cerchi”. Il sacro dunque è all’origine, destinazione dell’esserci, paradosso dell’ “amante (che) scompare / nell’amato”, processo estensibile ad ogni frazione dell’esistere umano, che può realizzare la quiete della comprensione del mistero di ogni cosa attraverso il proprio annientamento nell’amore dell’altro-da-sé.

Il divino risiede in ogni cosa altra, o meglio in ogni cosa sic et simpliciter, una volta superata l’illusione dell’io, “finché solo l’Amore resta”: la scelta della maiuscola finale esorta nuovamente a una concezione universale e spirituale del sentimento, estesa da ogni singola forma di vita a una totalizzante ed estesa concezione di Amore assoluto, senza nome e inafferrato, prodotto di ciascuno e di nessuno, di tutte quelle coscienze che hanno finito per smarrirsi universalmente “nel fondo di una sola mente”.

Mario Famularo