Donna, sempiterno ricordo – Roberto Roversi

In memoria di Enrica Smeraldi
  
La nonna è morente
– vecchia e grassa qual è –
nella stanza d’affitto
lontano, oltre le mura.
La figlia infastidita
dal lento declino
– ogni anno più bianca
ogni anno più stanca –
l’avvolge in una rete
fitta di rancore.
Il peso del suo corpo
si fa immenso; nel letto
il viso solo affiora
dalle rughe trafitto,
e i capelli disfatti,
le flaccide mani,
gli occhi ormai fievoli
sui beni della terra
– tutto è abbandonato
tristemente alla morte.
Oh io ricordo gli anni
trascorsi, quando a Pieve
nell’ilare silenzio della casa
la nonna mi accoglieva
con la torta di riso e la ciambella
e il vino frizzante nel bicchiere
istoriato con Amore e Psiche.
Ritorno a te, nonna, sopra la tomba
riarsa, senz’ombra, in cui riposi.
Ti reco un lumino nuovo
che splenderà un mese
e quattro fiori di campo
gialli e rossi, come a te piacevano.
Ritorno a raddrizzare la croce,
a pulire il ritratto in cui sorridi
ilare, dal fondo di quegli occhi chiari
che tanta età videro, e piansero
sopra tante sventure.
Quando ti portai dentro la bara
come pesava il corpo
e a me come gridava il cuore:
sentivo il tuo capo sopra la mia spalla.
Era un mattino splendido d’inverno,
bianca la neve e terso il cielo;
sostavano ai cancelli, stupefatti,
i fanciulli.
Ritorno a te, nonna, sopra la tomba
in cui, quieta, riposi;
ti pongo adagio sul petto
quattro fiori di campo
come a te piacevano,
e per un poco anche ti siedo accanto.
Il viale dei cipressi è lieto, ora,
e gli uccelli sono così felici!
 
 
 
 
 
 
Mara
  
Mara vive come la farfalla
candida, fra un volo
e i lunghi indugi sui calici dondolanti;
splende il suo volto nei campi
quando ancora la luce dorme
sull’onda del canale
e gli storni dai merli della torre
bisbigliano lieti;
Mara cammina staccando
una foglia dal tralcio o un pampano
ritorto a cui succhia l’aspro umore.
Poi dilegua la nebbia
nel maestoso canto del sole,
la campana scende sul focolare del povero
e Mara ritorna
– l’accompagna il sonno del carrettiere
sotto l’ombrello verde
e il passo del cavallo affaticato.
Sulle pareti gli occhi di antichi guerrieri,
il martirio di un santo
dalle frecce trafitto
e l’ansia celeste
di Giuseppe e Maria fuggitivi.
Trascorrono le ore; ombre
cadono dagli alberi,
i buoi vanno allo stagno,
nuvole d’oro coprono il declino del giorno;
Mara ascolta la luce morire
e il suo male salire,
un tarlo le rode il petto,
il sangue nelle vene è come ghiaccio;
cereo il volto, ella si oppone al male
disperata e impotente.
«Tu sei il grillo» – dice Celeste
mentre impasta sul vecchio tagliere –
«tu sei il grillo paziente
che attende la buona ventura».
Nelle sere d’estate – la campagna
palpita e sul fieno
volano stridendo i pipistrelli –
Vincenzo e Celeste ricordano
gli anni trascorsi
e le antiche calure, quando il grano
ardeva come il ceppo nel camino.
Vincenzo canta: «Mara è bella
come la regina di Saba;
avrà mille servi e mille specchi
per la sua giovinezza; allora
sarò lontano per un suo sorriso».
Oh estati di fuoco e di ricordi!
Lentamente Vincenzo fu portato
lungo la vigna e il rigido novembre
spegneva i ceri,
e Celeste si avviò verso il compagno
pallida e stanca, nell’autunno; neri
strisciavano i cipressi contro il cielo.
Mara fu sola; crebbero i languori
e le smanie, il dolore acre
nel sangue; un male improvviso
l’abbatté al tramonto
e la flagellò nelle ore notturne
ed ella silenziosa e stupita soffrì
sola, come il passo
che nella notte cerca il paese. 
Ora anche essa è morta.
 
 
 
 
 
 
Di una giovinetta appena morta
  
«Anche ieri cantavo
mentre riversa sul prato
su me passavano lievi
le nuvole che corrono lontano,
ma ora sono fredda, bianca,
come la statua della fontana
con le braccia spezzate
e la bocca che grida pietà,
né sogno più le isole solitarie.
Quanta neve mi avvolge e quanto vento!
Mi guardi? non ti vedo,
se sfiori la mia fronte non sussulto,
non odo – se parli – la tua voce
che mi fu cara un giorno.
Terribile è il silenzio della morte.
E dimmi, prima che io cada inabissata
senza speranza, e che una pietra chiara
per sempre mi rinchiuda,
dimmi se il sole splende sopra i rami
caldi del melo e se dal pioppo ancora
canta l’usignolo.
Odora l’aria di erba novella?
e s’ode nella sera il fremito
del fiume che si accascia?
Oh addio, addio; addio a te per sempre;
è l’ora tetra e stanca del mortorio».
 

Roberto Roversi, Poesie per l’amatore di stampe (Pendragon, 2015)

 
 

Figure di donne ornano questa raccolta con un Roversi che sviluppa una sua originale e personalissima scrittura penetrando nel “mistero” femminile. Tra candore e sofferenza le immagini spiccano per una indefinita sensazione di sospensione: la vita e la morte appaiono inscindibilmente legate. Là dove la seconda è ormai dominante subentrano la tenerezza, il candore di un ricordo, l’evocazione di un’esistenza mozzata; là dove la vita apre i versi drammaticamente si fa strada una tragica realtà che non tarderà a manifestarsi. Un percorso a doppio senso in cui l’autore ci restituisce in tutta la sua pienezza una poesia fresca, libera da orpelli linguistici, debitrice di certa classicità, intensa e fremente.

Roberto Roversi (1923-2012) è considerato dalla critica uno dei massimi poeti italiani del Novecento. Fondatore con Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini della rivista «Officina» (1955), ha dato vita nel 1961 alla rivista «Rendiconti» e ha gestito per oltre 50 anni la libreria Palmaverde a Bologna.
Delle numerose opere poetiche, si ricordano: Dopo Campoformio, Feltrinelli, 1962 (poi Einaudi, 1965); Le descrizioni in atto, ciclostilato in proprio, Bologna 1969-1974 e L’Italia sepolta sotto la neve (2010), che raccoglie il suo lavoro poetico degli ultimi trent’anni. Ha collaborato a metà anni Settanta con Lucio Dalla componendo testi per alcuni suoi brani, sodalizio ripreso nella seconda metà degli anni Novanta. Le principali opere di narrativa sono: Ai tempi di re Gioacchino, Palmaverde,