Dal deserto rosso – Maria Borio

Dal deserto rosso - Maria Borio

Dal deserto rosso, Maria Borio (Stampa 2009, I Quaderni, 2021).

 

Partendo dal titolo di un memorabile film di Michelangelo Antonioni del ’64, appunto Deserto rosso, dove è al centro una figura femminile inquieta e tormentata, Maria Borio compone un testo in due parti di intensa coerenza interna. La protagonista, rivolgendosi a un interlocutore reale o immaginario, scrive a partire a sua volta da una situazione di profondo disagio e insieme di sensibile apertura viva al reale che la circonda, in cui è anzi immersa. Una realtà anche naturale, talvolta vissuta come un sogno o un’allucinazione carica di tracce e presenze varie, in cerca sempre della parola autentica, «in questa cosa laica che è il mondo».

 

Con queste parole Maurizio Cucchi introduce Dal deserto rosso di Maria Borio, interessante quaderno di poesia edito da Stampa 2009. Va detto subito che, a dispetto del termine quaderno che potrebbe rimandare a un qualcosa di transitorio, incompleto, e in accordo col prestigio di un Editore che negli anni si è fatto molto apprezzare, l’opera della Borio appare fortemente strutturata e organica. Continua infatti Cucchi:

 

La compattezza materica del suo tessuto espressivo si offre con singolare densità, tutta minuziosamente da esplorare, in una straordinaria serie in felice accumulo di sensazioni e circostanze. Ma poi il rosso deserto di Maria Borio si sviluppa articolandosi in movimenti strofici, conservando la densa energia nei rivoli molteplici dell’osservazione di sé e del mondo e nella riflessione sull’identità e il senso del nostro esserci. Un capitolo molto significativo di una delle nostre giovani voci di più solida personalità.

 

Una delle voci più solide del panorama poetico contemporaneo, e non a torto. Dal deserto rosso infatti pone subito una questione che è centrale nell’opera: l’io e il resto, l’io e l’altro o addirittura gli altri:

 

Dal deserto rosso - Maria Borio 1

Maria Borio – foto di Dino Ignani

Pensarsi è unirsi – mentre la notte e il giorno
hanno un unico colore e impariamo a pensarci –
e un bene, come mai, nuovo?

 
 

[…]

 
 

“Tempo non è resistenza…” – lo dice anche lei
mentre pensa – che poi resistere vuol dire durare:
“Soffia via il male, come hai soffiato via i demoni,
liberaci adesso, spingi lontano, sarà più facile”.

 
 

[…]

 
 

Lei camminava in una forma nera, vuota –
dove è stata, dove sarà, l’acqua ora che scende
nella doccia, in un transfert autoindotto,
memoria di cose comprate, plastica, parole –
le persone, quante sono, si toccano?

 
 

[…]

 
 

Esce bagnata, beve un bicchiere. Cosa da niente:
quando ha incontrato qualcuno per amicizia? Ti scrivo
a piedi nudi, la nuca fredda. Lei è la luna, e sola.

 
 

[…]

 
 

Allora ascolta aprile, ovunque, com’è caldo,
pazzo, violento, rimuovi ogni mancanza.
Resisti a occhi chiusi, non respirare, pensa
un deserto… non me, non ho, non sento
il grano fuori nel vuoto che lotta immobile.

 
 

[…]

 
 

Non esiste felicità, ma qualcosa senza pudore:
piantare, allevare. Proteggersi fa spazio?
Senti adesso come si muovono i bulbi, le cellule,
il calendario gregoriano senza una variazione?

 

Un versificare che non disgiunge l’io dal mondo e dalla vita, e anzi in virtù di questa identità ne traccia un disagio esistenziale, una dicotomia nell’unità in una direzione quasi aporetica.

Si legga però, per meglio comprendere la sfumatura del rosso di questo deserto che originariamente era il deserto ravennate e che in Borio diventa uno status quo, un equilibrio della precarietà, la trama del Deserto rosso di Antonioni (dove non si può non notare una certa quanto divertente somiglianza tra la Borio e l’attrice del film Monica Vitti):

 

Dal deserto rosso - Maria Borio 2

Monica Vitti – Deserto rosso

A Ravenna, ridotta a deserto industriale, la giovane borghese nevrotica, moglie di un ingegnere, Giuliana, cerca vanamente un equilibrio. È depressa e tormentata, il suo senso di insoddisfazione e di inadeguatezza, che l’ha spinta sull’orlo del suicidio, non accenna a placarsi, complice l’assenza del marito e l’alienazione di una modernità priva di significato autentico. L’ingegnere Corrado Zeller, amico e collega di Ugo, sembra essere l’unico in grado di penetrare il mistero e l’isolamento in cui lei versa, che non ha tratto alcun giovamento dalla sua temporanea permanenza in una clinica psichiatrica, dopo il tentato suicidio, cui, nei dialoghi, si fa sempre riferimento definendolo un incidente stradale. Nemmeno Corrado, con cui Giuliana finisce per tradire il marito, dopo un’intensa relazione fatta di sguardi e cenni d’intesa, riesce ad aiutarla, perché, a sua volta, è incapace di adattarsi alla realtà che lo circonda, da cui scappa viaggiando continuamente.

 

Come è evidente questo ritorna del tutto in Borio in maniera drammatica ma controllata, come una domanda lacerante ma che si misura nella parola:

 

Osservi le persone, allontani un sentimento –
il deserto rosso, la scena, fermo-immagine.
Oggi il cielo aveva l’azzurro di un affresco
sopra le teste in fila davanti al supermercato:
soli, in proporzioni, distanza e silenzio,
si sgranava qualcosa, una polvere, lapislazzulo.
Era il cielo che si scioglieva? Ma il senso?

 
 

[…]

 
 

Lei andava in una notte bianca, le porte
automatiche dei negozi si aprivano,
le cellule fotosensibili la riconoscevano,
dall’alto i led rossi espandevano la faccia.
Lei camminava in una forma nera, vuota –
dove è stata, dove sarà, l’acqua ora che scende
nella doccia, in un transfert autoindotto,
memoria di cose comprate, plastica, parole –
le persone, quante sono, si toccano?

 

La domanda di un proprio luogo, di un proprio io che frammentato trovi risoluzione nell’esterno diventa una frammentazione ancor più accentuata e che non può non ricordare Aprire di Porta:

 

Ma com’era la bocca sulla pancia, le punte
si piegavano nell’inguine? Il grano cresceva
sulle labbra, verde, minerale, denso – dico
altro? Non ho, non io, non sento – cerco
la schiena, stringo le ginocchia: cosa salva
le persone autentiche? Desideri un mondo
verde, minerale, denso – chiedi solo cura?

 
 

[…]

 
 

Il giardino è il vuoto e il mondo: tagliate i rami,
gli sguardi cattivi, strappate via le parole-foglie.
Non esiste felicità, ma qualcosa senza pudore:
piantare, allevare. Proteggersi fa spazio?

 
 

[…]

 
 

Una voce di uomo gridava: “Gira,
girate”, ma era già muta – spingere la chiave
sbagliata nella serratura, come una mano violenta
nella bocca – tirare la voce fra le dentature
aguzza – girare e girare e girare – spezzandosi.

 

Fino alla domanda fondamentale:

 

Ma qual era la parola?

 

E l’attenzione alla felicità (Siamo i giardinieri, gli allevatori. Nella pancia / gli altri germogliano, il nostro amore li bagna: / fa sperare, senza pudore? Non esiste felicità) diventa visione, tenerezza di uno sguardo che non è unità contro la frammentazione e la precarietà di sé e della vita, ma percorso:

 

Molti secoli dopo ci stringiamo sotto il melo,
ma prima non c’era verità – né solitudine.

 
 

[…]

 
 

                                                   Ti scrivo:
starai sentendo dentro le mie parole cose soffici,
ignaro anche tu della fragilità? A volte niente è logico.
Lei sposta le orecchie verso il dorso, chiude gli occhi,
apre le labbra. Chiudo il computer, premo sulle tempie:
i denti sono conigli nelle tane, il cranio una volpe –
la tenerezza è un tessuto rigenerato.

 

Il rosso del deserto umano evolve in primule, benché fragili:

 

Sono fragili queste primule rosse,
le hai piantate accanto al granito. Mi scrivi,
i ricordi più densi tornano al nord: un campo
cosparso di pietre e altra terra leggera
in mucchi grandi quanto mele, fiori coltivati.
Hai bisogno di una fede per toccare le foglie
sopra i morti? Qualcosa pettina l’erba
e non è il vento: siamo noi, un peccato buono
come le primule ancora chiuse di serra
che resistono nell’inverno tedesco, nel suo orgoglio
che ama o odia, nessun compromesso. Anch’io
sono il fuoco e la durezza, li difendo.

 

La chiave di questo percorso passa attraverso, appunto, l’accettazione della fragilità dell’io, dell’essere umano, laddove niente è logico.

 
 

La seconda parte dell’opera invece fa un metaforico salto temporale dalla rugginosità del deserto rosso ai segreti della primavera dove la ricerca della comprensione della vita è del tutto manifestata, confessata:

 

Vediamo, desideriamo – forse non è
una stagione, ma l’ultima antropologia –
paura non del futuro, dell’amore…
Per cogliere il biancospino bisogna pungersi.

 
 

[…]

 
 

guardando le tortore nessuno può immaginare
una donna vestita da jogging e un uomo che porta
una sciarpa consumata – le tortore covano
e dimenticano quando le uova schiudono.
Come si dimentica? Cosa si desidera?

 

Fino a una chiusa emblematica che è con tutta probabilità un’esortazione a se stessa laddove il se stessa è diventata voce collettiva di donna che assume contraddizioni e istanze del vivere.

 

– poi una donna, in controluce, arriva
alta dall’altra parte del sole, ripete
“verità” e “verità”, “eroismo spoglio…” –
e lei è solo una persona, e contempla, adesso.

 

Che poi, a monte di un’opera che nella sua brevità esprime comunque una straordinaria compattezza, poco importa se ci sono state occasioni personali o altro. Il rapporto con un’altra persona, un amore, che non viene raccontato né detto ma si può intuire o travisare. Un amore per un uomo o addirittura un amore per se stessi che misura la distanza dell’altro, e sé nella distanza. Poco importa.

Dal deserto rosso apre e conclude una riflessione solida e movimentata, cocente ma necessaria. Uno sguardo alla precarietà della propria identità che aspira alla primavera, e contempla.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Sono un punto solo nel deserto rosso:
oggi è questa la mia dimensione, un punto
che non ha lunghezza, larghezza, profondità,
caduto dalla parte più alta del cielo su una terra
piena di silenzio e pura improvvisamente.
Ti scrivo da una zona rossa, ed è questa la verità:
i confini sono tracciati, il rosso ha riempito lo spazio,
vuoto, neutro, senza uscita, e tutti sono come me,
punti soli, senza illusione, nella prima primavera
del millennio che al tempo sta cambiando la faccia.
Ti scrivo e da questa stanza sussurro che se un punto
non ha dimensioni è perché forse le ha unite tutte in sé?
Pensarsi è unirsi – mentre la notte e il giorno
hanno un unico colore e impariamo a pensarci –
e un bene, come mai, nuovo?
 
 
 
 
 
 
Osservi le persone, allontani un sentimento –
il deserto rosso, la scena, fermo-immagine.
Oggi il cielo aveva l’azzurro di un affresco
sopra le teste in fila davanti al supermercato:
soli, in proporzioni, distanza e silenzio,
si sgranava qualcosa, una polvere, lapislazzulo.
Era il cielo che si scioglieva? Ma il senso?
Così ha detto, così ho spinto, la polizia e tutti,
mani nel lattice, bocca nel cotone – forse
una divisa da restauro per salvare il cielo
dalla corrosione – e gli uomini da che cosa?
Nel carrello il cibo rimbalza, la plastica scricchiola,
le confezioni scontate sembrano la stessa riserva
di cose pulite della pubblicità. Nel deserto
solo un lampo – bianco e alto l’albero del pane.
 
 
 
 
 
 
“Tempo non è resistenza…” – lo dice anche lei
mentre pensa – che poi resistere vuol dire durare:
“Soffia via il male, come hai soffiato via i demoni,
liberaci adesso, spingi lontano, sarà più facile”.
Si stacca dal computer, conosce un fine nelle cose:
il volto di Gesù, bellissimo, la sveglia fluorescente,
il pettine di legno, la crema per le mani, le pastiglie
sul comodino al loro posto e anche l’aria che Lui
ha lavato, i nervi tesi, lunghi fino alle ossa, la paura
per la neve di marzo, veloce e grigia, in una notte.
“Il 25, a mezzogiorno, il Papa chiede ai cristiani
in tutto il mondo di dire insieme Padre Nostro
che sei… – e saremo liberi, liberi”, sì, e anche lei
sorriderà nell’ovatta, credendo sempre ai miracoli
senz’altro veri, al volto bellissimo, giovane, di carta.
 
 
 
 
 
 
Lei andava in una notte bianca, le porte
automatiche dei negozi si aprivano,
le cellule fotosensibili la riconoscevano,
dall’alto i led rossi espandevano la faccia.
Lei camminava in una forma nera, vuota –
dove è stata, dove sarà, l’acqua ora che scende
nella doccia, in un transfert autoindotto,
memoria di cose comprate, plastica, parole –
le persone, quante sono, si toccano? –, lei che scivola
in un linguaggio inesistente millimetro per millimetro
scorre nel cortocircuito: ha spento la casa, la collina,
i fari delle auto, i cani ti cercano – inodore e insapore.
Esce bagnata, beve un bicchiere. Cosa da niente:
quando ha incontrato qualcuno per amicizia? Ti scrivo
a piedi nudi, la nuca fredda. Lei è la luna, e sola.
 
 
 
 
 
 
A guardia della porta chiusa l’ulivo secolare.
I frutti duri cadevano, il geco faceva una corsa
a ostacoli. Ricordi? Immaginavamo che la chiave
potesse trasformarsi nella sua coda fluida: aprire
senza forzare? Una voce di uomo gridava: “Gira,
girate”, ma era già muta – spingere la chiave
sbagliata nella serratura, come una mano violenta
nella bocca – tirare la voce fra le dentature
aguzza – girare e girare e girare – spezzandosi.
Sembrava un’allucinazione ma il sole si avvicinava,
e mentre scivolavamo in casa da una piccola finestra
come dentro l’ultimo rifugio del pianeta, chiedevo:
se il clima cambia potremo finire anche noi
vicino alle olive, spiare in alto la testa dell’albero,
mongolfiera che il sole riscalda ma non solleva?
 
 
 
 
 
 
Come capire la mappa? Le regioni sembrano quadri
di una scacchiera con pedine invisibili. C’è una parola
adesso sulla terra, che potrebbe piacerti, o una formula?
Una parola accurata, come la scienza – al tuo fischio
un uccello risponde dalla finestra aperta, la tua voce
strategica è con la sua: sillaba per le soluzioni.
Meno di una parola: un legame. In un alfabeto antico
lo scrivevano in forma di chiocciola, serpentello, osso
di pollo – συν – che diventa un disegno tentacolare
di cause e effetti: sindemia. Anche meridiani
e paralleli non si vedono, chiudono, controllano.
Ma la terra un giorno farà una rivoluzione più veloce,
le persone in una forma sospesa su un deserto cinetico,
rotazione impazzita, materia liquida, più levigata.
Ma qual era la parola?
 
 
 
 
 
 
MILLENNIO DI PRIMAVERA
 
Oggi vedo cos’è la primavera –
i segreti si sentono, leggeri e puliti:
li guardi nel cielo su zattere di pino,
all’argine il biancospino dice sono qui.
Vediamo, desideriamo – forse non è
una stagione, ma l’ultima antropologia –
paura non del futuro, dell’amore…
Per cogliere il biancospino bisogna pungersi.
 
…………………………………………
 
Si toglie il pigiama, è una mattina di aprile.
Dentro il corpo delle tortore può esserci
ogni ricordo, nella testa perfettamente tonda
negli aghi azzurri del pino perfettamente cuciti.
Nessuno vede chi eri, né i suoi desideri,
guardando le tortore nessuno può immaginare
una donna vestita da jogging e un uomo che porta
una sciarpa consumata – le tortore covano
e dimenticano quando le uova schiudono.
Come si dimentica? Cosa si desidera?
 
 
[…]
 
 
La nostra specie crede alle macchine
e al destino, fermi, vuoti, per la prima volta,
come il Santo Sepolcro dalla peste del Trecento.
La nostra specie, la tentazione – “Ciò che è, è
– se non è, non sono stato, non sono, non sarò?”.
Ma come sono autentiche le persone
per un momento, più vere delle parole
di Elisabetta II, il pulito We’ll meet again.
Più della luna fresca e lucida al mattino…
e un uomo non sa se è la luna o il sole.
 
…………………………………………
 
Oggi vedo cos’è la primavera… –
“Ciò che è, è – se non è, sono stato, sono,
sarò?”, a voce bassa Cesare e Napoleone
seduti insieme dall’altra parte della luna
– poi una donna, in controluce, arriva
alta dall’altra parte del sole, ripete
“verità” e “verità”, “eroismo spoglio…” –
e lei è solo una persona, e contempla, adesso.