Canzoniere della morte – Salvatore Toma


Canzoniere della morte, Salvatore Toma (Einaudi, 1999).

Nel Canzoniere della morte (Einaudi, 1999) di Salvatore Toma non c’è differenza tra l’esterno e l’interno; tutte le immagini che tormentano l’autore sono ben visibili ad occhio nudo. La sua morte prematura, avvenuta a soli trentacinque anni, sebbene attribuita al suicidio, in realtà sembra sia sopraggiunta per uso eccessivo di alcolici.

Quello di Toma è un linguaggio assai lontano dal suo tempo. Poeta visionario, la poesia in questa sua raccolta ruota attorno al tema della propria morte.

«Il suicidio è in noi / fa parte della nostra pelle / in essa vibra respira si esalta / appartiene alla nostra vita / plana sui nostri pensieri / spesso senza motivo […] Perciò io ho rispetto / di chi muore così / di chi così si lascia andare / perché solo chi si nega la vita / sa cosa significa vivere».

Toma si fa portavoce del dolore, veste gli abiti mortuari, esalta la morte a discapito delle sue conoscenze: «Quando sarò morto / che non vi venga in mente / di mettere manifesti: / è morto serenamente / o dopo lunga sofferenza / o peggio ancora in grazia di dio. / Io sono morto / per la vostra presenza».

Morte che acclama a sé come la più intima delle creature; morte desiderata sebbene a seguito di tormenti e solitudini di un paese di provincia. Morte come ancora di salvezza. L’antologia si divide in tre sezioni che sottolineano altrettanti temi fondamentali per Toma: la pietas verso gli animali, il sottile fascino della morte, l’immaginario e il sogno.

«Vento leggero che parli / con voce di foglie / che apri i germogli / e li fai trepidare / nella primavera. / Vento che asciughi / i panni, bianchi / come visi di bambini, / e a volte con dolcezza / il sudore della fronte, / fa’ che la mia morte / sia liscia, serena / come il tuo respiro».

Salvatore Toma vorrebbe essere vento, passare dalla vita all’orizzonte successivo senza troppe pretese, in un silenzio assordante. Con la morte instaura un rapporto familiare, seguendone la naturale inclinazione. Non lascia molto spazio al perdono; tutte le cose in lui hanno raggiunto un grado di consapevolezza. Conosce bene la strada del suo epilogo e non fa assolutamente nulla per cambiare direzione. Alla morte dedica uno sguardo disincantato, naturale.

Alla poesia, invece, nonostante tutto, riconosce la sua funzione trascendente e la capacità di trasformare il dolore in bellezza.

Patrizia Baglione

 
 
 
 
Io ho l’incubo
della mia vita
fatta di grandi
sconcertanti conoscenze
e di sogni paurosi.
Per questo credo
di vivere ancora per poco
e non rischiare
di sfiorare l’eternità.
Se passa una nube
fra incerte piogge
quella è nube
in cerca di serenità.
 
 
 
 
 
 
Spesso penso alla morte
al modo in cui dirò addio alla vita
a come avrò la bocca in quell’istante
le mani il corpo.
Vorrei morire mi dico
senza saperlo
a tradimento
in un momento
in cui non me l’aspetto.
Ma ecco che l’alba
riaffiora assurda
e la vita ridiventa
l’incontenibile gioco.
 
 
 
 
 
 
Chi muore
lentamente in fondo al lago
fra l’azzurro e i canneti
non muore soffocato
ma lievita piano in profondità.
Avrà sul capo una foglia
e su di essa un ranocchio
a conferma dell’eternità.