Canto in fuga di un viandante – Arnold de Vos

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Canto in fuga di un viandante – Arnold de Vos
Arnold de Vos

 
 


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L’amore mio ha questo di terribile:
due anime innamorate del Dio assente
con desideri surroganti
incrociati. Perduellioni che baciano
non combaciano, zoccoli spaiati
appaiati perché allacciati.

 
 
 
 
I gorgoglii del gabinetto musicano
il cubicolo: liquidi fluidi, amore
irriguo. Come la saliva la lingua,
il pene il ricettacolo,
amiamo per sbalzi le balze del corpo. Amore
a valle dell’anima, pozzo artesiano del cielo.

 
 
 
 
Visiti la tua terra di rigore, il corpo
col cuore in gola
ogni volta che svela la sua grisaille
nella semiluce della pupilla,
l’occhio divergente come può
per non perdersi niente di queste albedo
prima della nigredo
della disfatta, l’amore sfatto.

 
 
 
 
Crocevia
di corpi estranei, l’enjambement
che via della seta e fonte di scambi
il sesso, setaiolo più delle bache
che pure amerebbero
al calduccio, l’elsa del gelso.

 
 
 
 
L’indicibile, detto
resta tra ragione e scienza
un allumare strabico su una monodia
indecifrabile
se non con forzature al nictemerale
diktat della creazione: Fiat lux.

 
 
Da Ode o la bassa corte dell’amore (Puntoacapo 2009, prefazione di Adele Desideri, postfazione di Alessandro Canzian)
 
 
 
 
In morte di Pier Paolo Pasolini
 

Il sogno di una cosa

 
I
 
In fondo era un amore cupo, il tuo
per i luoghi incolti invasi da un sole
sbieco, della selva italica.
 
Vi siamo dentro fino al collo
in tali anfratti sgangherati, veramente
non c’era bisogno del tuo amore efferato
 
sui tavolati malconci per le piogge rissose.
Pesto e malazzato m’incammino
per la mia strada di malavventuriero
 
incauto, incanutito tra i sonni lividi
d’una mente senza soste, tesa
come le fila dell’ordito travagliato dei liccioli
 
pronto all’agguato. Ma eri già pervaso da morte
che ti si legge negli occhi sfogliando
le immagini cupe della tua vita dirupata,
 
arroccato nella torre di difesa, di apoca-
littica contemplazione e aridità, le mani
aggrappate al legno fresco stillante
 
resina: la pietra non genera di questi
residui vitalizi, il sogno è la tua
prigione, la tua finestra sul mondo
 
ottenebrata da delusioni, non guardi
lo spettacolo della natura che ancora resiste
alle molteplici screpolature di un mondo
 
volto verso la fine, immancabile ma lontana
inarrestabile e mondana; che non ti andava.
Volevi, perspicace avversario, valoroso amico
 
una fine tutta tua, e ti sei messo
sulla strada irreversibile verso il mare.
Ti piango, ti compiango; sei irripetibile,
 
non ti trovo più né fuori né dentro
questo cuore in rivalsa, che tenta di uscire
dalle trincee di guerra passata.
 
Le triremi veloci striano il mare
verso orizzonti di vetro, destini ignari:
il mondo è scaduto, da emarginati
 
e certe guerre, amico caduto,
albero abbattuto sotto una pioggia
impazzita di stelle, non le faremo mai più.
 
 
Da L’obliquo (Samuele Editore, 2011, con un racconto dell’autore)
 
 
 
 
L’obliquo
 

… il canto in fuga di un viandante
(Massimo Scrignòli, Vista sull’Angelo)

 
Nella mia veneranda età
io da me mi escludo.
Resta l’amorfa figura
nelle viuzze del pensiero
a cercare una faccia alla finestra,
una sagoma che svolti angolo
e la trasporti nell’incertezza
se seguire. Dietro l’angolo
porte e finestre chiuse
reimmettono nel vicolo cieco della vita
non senza l’attesa di un avvento
in procinto di succedere
che trattenga il fiato dietro un’anonima porta:
la liberazione dall’oggi
che riporta a uno ieri
ricordato con gioia nel domani,
il canto in fuga di un viandante.
 
 
Da L’obliquo (Samuele Editore, 2011, con un racconto dell’autore)
 
 
 
 


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