Abito alla periferia di me – Matteo Zattoni

Abito alla periferia di me – Matteo Zattoni

Foto di Daniele Ferroni

 
 
 
 
Abito alla periferia di me, vorrei tornare
dove non sono mai stato con la placenta come
abito nella pancia della balena, impiantarmi dei finti
ricordi di un finto passato appassire
piano piano vicino al muretto basso del cortile
giocare col rampicante in giardino senza per forza
seguirlo anche in tutti i suoi sviluppi verticali, assestarmi
a meno di un millimetro dal limite ultimo
del mondo, tornare indietro ridendo per l’assurdo
sforzo cieco e umido, stasera non ci sono per nessuno
sono al centro di me, sono solo.
 
 
 
 
 
 
L’estraneo bilanciato
 
A mezzanotte non sono io l’ospite che dorme
con il respiro soffice e delicato dell’estraneo che non ha
una sola responsabilità sulla casa, come una mamma
lo guardo nel sogno e non sono invidioso del suo confidente
riposo, del suo tirar su col naso
mi potrebbe ingoiare con la bocca grande
e vorace, coi denti scoperti sminuzzare in un boccone
neanche, poi si sveglierebbe voglioso di raccontare a qualcuno
chiunque sia, il buffo sogno
si crede al riparo da tutto, si crede al sicuro
bilanciato tra l’orma pronta del guanciale e l’altra ancora
da plasmare sull’opposto versante, penso che in fondo anch’io
sono stato così, confidente e beato
ora giro scalzo per una casa non mia di cui sono guardiano
sono così stanco, vi giuro, di tutto come se avessi già vissuto
molte e molte più vite, e mai nessuna mai
che sia felice.
 
 
 
 
 
 
La neve

Mais où sont les neiges d’antan?
François Villon

 
Sembra cadere dal nulla, la neve
e poi torna nel nulla da cui proviene
e così la gente e tutte le altre cose
che conosce, lei le assorbe in un dolore
così dolce a chi lo prova che vi s’abbandona
senza riserve, è come un bacio
la neve – e un attimo dopo, cadere…
 
(Matteo Zattoni, L’estraneo bilanciato, Stampa 2009, 2009)
 
 

In queste composizioni di Matteo Zattoni si enuclea un sentimento di estraneità, sia contestualizzato che globale, rispetto all’antropocene come macrocontesto che – passando per la tappa (fondamentalmente esistenzialista) dell’esperienza di straniamento dal singolo dal proprio simile – si configura come insieme al cui centro focale si snoda lo sforzo (rectius: “l’assurdo sforzo”) della progressione verticale.

Già dalle prime battute del libro si instaura una poesia che si macchia del negativo in cui la caratteristica propria e basale si estrinseca come “stato del non”.

Questo perché la negatività di cui si fa portatore Zattoni nel suo poetare si può declinare come perno attorno al quale la ricerca ontologica si fa, tramite una maniacale conferma del “non siamo/non vogliamo” montaliano, per cui l’io poetante si dia non già in quanto essente, ma in quanto dimostrazione del non-essente il cui termine di paragone, all’altezza di una coscienza se non nichilista quasi certamente stoica, emerge come risibile per la pochezza di cui è portatrice.

A dimostrazione di questo, l’esperienza dello sguardo del poeta – nel seguire una pianta rampicante, presumibilmente simbolica dell’esistenza globale, nel suo sforzo di inerpicarsi al cielo – si dà come coscienza in grado di spingersi fino al limite dell’esperibile per poi avvolgersi necessariamente su sé stessa, ritraendosi nella finzione della memoria tramite la quale rielaborare la presenza dell’esistenza, per poi ripiegare tuttavia in una sorta di centralità quasi onfaloscopica e dedita all’appassimento eremitico in cui si attua un isolamento universale (perché esclusivo del prossimo) della più intima sfera poetica.

Gli avvenimenti che si avvicendano all’esterno della sensibilità poetica, in effetti, nella poetica di Zattoni si realizzano al di fuori di un’ipotesi di stabilità e benessere, se non anche alla possibilità del reale che, anche nella probabilità più rosea perché immaginifica, trasfigura dall’immagine periferica dei corpi e del corpo, al sentore di mortificazione del percettore del sé.

Proseguendo nella dialettica negativa, l’Autore – piuttosto coerentemente alla propria in-essenza naturale che in maniera sofferta – si appresta alle conseguenze umanissime che l’io poetico è costretto a patire. È infatti la solitudine con il suo abisso a piagare l’agente della poetica di Zattoni, perché conscio e di aver già vissuto nell’infelicità molte più vite di quelle concesse (si veda il componimento “L’estraneo bilanciato”), e della triste naturalità delle cose (come si può denotare dalla poesia “La neve”, in cui il poeta estende logica per cui “dal nulla […] nel nulla” il creato sembra precipitare, viventi e cose comprese).

Carlo Ragliani