Ultima vela – Francesco Belluomini

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Ultima vela, Francesco Belluomini (Samuele Editore, 2018)

La fama del Premio Camaiore e del suo storico Presidente, Francesco Belluomini, è indiscussa, e probabilmente precede quella dell’opera in versi del suo fondatore, cui da quest’anno, dopo la sua scomparsa, è stato dedicato anche il nome del premio.

La Samuele Editore pubblica postuma una sua opera, “Ultima vela” (pref. di Vincenzo Guarracino), che è un vero e proprio poema narrativo autobiografico, in strofe da dodici versi, tendenti all’endecasillabo, ricco di aneddoti, episodi di vita vissuta, ironia e leggerezza, ma anche di riflessioni, punti di partenza e di arrivo, in cui Belluomini ha custodito l’intera sua esistenza, sia di uomo che di poeta.

Colpiscono le esperienze umane, in particolare il lavoro iniziato in giovanissima età, e portato avanti negli anni, su cui l’autore si sofferma con particolare dovizia di dettagli, raffigurando nei versi la propria quotidianità, le preoccupazioni materiali, i personaggi, le vicende, e i mille risvolti ed imprevisti di tutta un’esistenza, dando nuova vita ai compagni di viaggio e di mestiere, agli avvenimenti, ma anche alle tragedie in cui è incorso, che con puntuale vivacità rivivono nelle pagine e nei versi.

Colpisce allo stesso modo la maniera in cui la poesia, in un tessuto del genere, si intreccia come esperienza autentica e, dapprima, sotterranea – nelle letture svolte con passione nelle ore notturne di lavoro, nei primi versi curati e dati alle stampe, nei primi riconoscimenti e premi ricevuti.

Poco alla volta, la poesia diventa sempre più predominante nella vita di Belluomini, e la narrazione dei primi passi del Premio Camaiore, le difficoltà burocratiche e sociali, la partecipazione sempre più sentita del pubblico e degli autori, sono, al di là del valore biografico, anche un documento storico che testimonia la nascita e la crescita del premio, dal principio fino al suo evolversi ed imporsi sullo scenario italiano ed internazionale, attraverso la diretta esposizione del suo progenitore.

Non nasconde Belluomini il proprio orgoglio per la riuscita sempre maggiore del Camaiore, né per le proprie opere in versi, di cui parla con modestia ma senza nascondere i traguardi e gli obiettivi raggiunti, non senza difficoltà.

Ne emerge un quadro di grande dignità della figura umana, nelle proprie vicende lavorative e personali, nel proprio viaggiare (il titolo stesso della raccolta, in una più ampia metafora marittima, ricorda l’adagio navigare necesse est, vivere non necesse), affiancato in ogni momento dalla presenza cara e necessaria della moglie Rosanna, ricorrente nel testo, insieme ad altre figure familiari (ad esempio il padre).

Emerge allo stesso tempo la personalità di Belluomini, persona verace, umile ma profonda, che, come bene evidenzia il prefatore, fonda questa sua opera su una “ricerca fatta di “mestiere” … una historia sui … in una lingua dal forte sapore idiomatico … senza indulgenza per un elegiaco lirismo da “carta straccia” (oltre che verso certa correttezza lessicale e sintattica troppo letteraria) …” in un continuo andirivieni di porto in porto, di mestiere in mestiere, fino ad approdare alla certezza della poesia, e al solido riferimento del Premio Camaiore, in cui l’impegno profuso dal suo creatore continua a vivere, in una manifestazione di importanza e prestigio internazionale.

Ciò grazie all’intuizione di Belluomini, che aveva compreso l’importanza, nell’ambito di un concorso di poesia, di un giudizio non solo tecnico e critico, certo autorevole e necessario, ma anche spontaneo e popolare (forte della propria esperienza di vita), proprio per tentare un avvicinamento della poesia a uno spettro di lettori il più ampio possibile.

E credo sia un interessante spunto di dibattito che, nell’anno in cui esce questo libro, Cesare Viviani scriva nel proprio saggio “La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…” (il melangolo, 2018) che “l’autobiografia non può mai essere poesia” – frase di certo veritiera, in relazione a certo tipo di autori, ma che pone più di un dubbio in casi come questo, dove “Ultima vela” si mostra come testimonianza vivida e storica, registro di un’esistenza.

È probabilmente necessario discernere, come fa anche Viviani nel proprio saggio, tra chi “sfrutta” le proprie vicende autobiografiche per sopperire ad una mancanza di contenuti o di ispirazione (in particolare riferimento a eventi tragici o drammatici, quelle che chiama “le disgrazie della vita di un poeta”), e chi le trasforma, naturalmente, in occasione per trasmettere un messaggio che possa avere aspirazione di universalità, dove la biografia privata diventa pretesto dello scrivere in versi (e non viceversa), senza che la parola si esaurisca nella narrazione del fatto o nell’autoreferenzialità.

“[…] le disgrazie (e aggiungerei in generale gli episodi biografici) della vita di un poeta … non possono diventare motivazioni dirette o contenuti espliciti della sua poesia … (anche se) certamente non possono non essere parte del rapporto oscuro e indecifrabile che c’è sempre tra l’esistenza e la scrittura”.

Proprio come in “Ultima vela”, dove il rapporto tra l’esistere di Belluomini, la sua profonda esperienza umana e letteraria, e il suo carattere, si trasfondono nell’opera in versi, che diventa, in ultima istanza, occasione unica per conoscere l’uomo, la sua storia, e quella del premio letterario Camaiore.

 

Mario Famularo

 

 

Alcuni versi tratti da “Ultima Vela”, di Francesco Belluomini:

 

Come se disarmato sulla testa
d’albero del velame di quest’ultima
regata, sulla boa di sopravvento
tentassi completare la bolina
con la vela rimasta nel pozzetto
per prendere le raffiche di poppa
e tagliare la linea del traguardo
nel valzer dell’insolite strambate.
Un percorso da stato d’emergenza
da vero giramondo dei mestieri,
non mancato scontare mio peccato
doppiando pure quattro continenti.

Non avere più nulla da mostrare
non significa farmi qualche giro
di respiro sul molo di Viareggio
o lungo le pinete disastrate
dal tempo e dall’incuria dei tutori,
che tanto son finiti quei valori.
Ma posso sempre rendermi presente
narrando con la forma prigionata
il tempo dell’esposta controversia,
allineando quest’ultimo poema
dopo quelli che stanno decantando
ancora sul fondale del cassetto.

So bene quale rischio sto correndo
nel presentarmi tanto discorsivo,
ma spero di pagare poca pena
con reggere la metrica stringente;
come del resto faccio da trent’anni
con esiti non tanto secondari.
Che nel restare dentro queste gabbie
sempre reso difficile l’impegno
di trovare vocaboli d’incastro
senza mai debordare dal concesso;
che nel vietarmi slarghi di confine
contengo lo sgorgare della fonte.

Oggi propongo tutto come stessi
tutt’uno con me stesso, dopo quasi
quarant’ anni di lunga prigionia
dal giorno che son stato soggiogato
dalla suadente voce pellegrina
risalita furtiva dall’inconscio;
sconvolgendo di colpo tal mio mondo
fatto di cose semplici e serene.
Un lungo travasar dalla memoria
dai tempi dell’acquoso scarrocciare,
prima di quella trappola beffarda
che m’ha manomesso l’esistenza.

E questo ne consegue che confessi
le premesse su come capitato
tra quelli che affastellano pensieri
e restano nel centro delle righe.
Da prima non compreso l’avvisaglie
perché lontano miglia da quel mare
solcato dai più grandi comandanti,
seppure l’attrazione per quell’onde
mi fecero seguire tali rotte
framezzo perigliosi fortunali;
non aspirando certo nel futuro
di reggerne le barre del timone.

Ho sempre mal compreso qual sentiero
percorrere per rompere l’assedio
delle parole, come già non fossi
sfruttato come l’ultimo dei guitti
sulla scena, dovendo recitare
dal giorno della nascita, la propria,
ove la vita perse suo valore
nel turbinio di folli quotidiani
con tutti quei governi di nazioni
in bellici conflitti d’oppressione;
sebbene non sia stato maltrattato
oltre quel grave furto dell’infanzia.

La voce che sconvolse tali giorni
proveniva dall’uscio dell’inferno,
se nemmeno capace rallentare
il travagliato flusso del cervello.
Bastava fare orecchio da mercante
o prendere la cosa sottogamba,
magari non scusarsi del disturbo
nel togliere le tende. Ma sfuggire
al demone che regge mio guinzaglio
da tutti quei decenni, più varrebbe
tentare d’arginare la marea,
forse con più probabile successo.

Creduto nel capriccio momentaneo
lo scrivere sui fogli le stesure,
invece son rimasto come schiavo
di quella tirannia d’altro terreno.
Nel tunnel senz’uscita d’emergenza
son rimasto nei pressi della luce,
che scaltrito da lustri d’esperienza
ne faccio del lirismo carta straccia;
fingendo con più aride scansioni
l’esaurirsi, tra gabbie costringenti,
degli scrosci di vivida sorgente
d’assente rimanere sulla secca.

Un richiamo privato di richiesta
che non presi nemmeno le misure,
come fosse spettato di provarci
di là dalla cautela. Ma non colpa
se rimasto da subito stregato,
dovendo tutta questa compulsione
a gente navigata nelle lettere
di quel Premio Viareggio. Forse quella
Giuria di grossi nomi dell’annata
Settantasette tenne quel riguardo
di farmi finalista Opera Prima,
come da principiante viareggino.

 

 

 

 

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