Una luce ustiona la parete – Marilina Ciaco

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Una luce ustiona la parete - Marilina Ciaco
 
 
 
 
ripensarsi come sistema semi-aperto
ridimensionare il ciclo delle verifiche
inserire, fra le strategie e gli atti, uno scarto
 
ampliare le proprie zone di comfort
imparare a parlare in pubblico in cinque mosse
imparare a nuotare
 
 
 
 
 
 
una luce ustiona la parete
la chiamano vastità/devastazione
non ha nome ed è il suo nome
(in sonno cade all’indietro o di lato)
 
(((contenere))))
 
la grande muraglia cola tracce di grafite
adesso vorrebbe un goniometro un giardino pensile
un altro clic ha perforato l’involucro
ha trasmesso una lingua veicolare:
il pavimento della sua stanza riporta a galla
a intermittenza ventricoli-colon e luci d’emergenza
 
ma i passanti camminano ancora risalgono i cola
di un periodo asimmetrico, è un periodo pessimo
per la concentrazione
 
nella siccità gli oggetti si distanziano
fra le piazze e i cancelli, tu esisti?
forse mi sono vista crogiolarmi
e le armi non le ho scelte, mi sono
crollate dall’interno e come sempre
intern-arsi e tesi e ottusità di sinapsi
 
 
 
 
 
 
tutto è oggetto
non c’è niente
né copula né predicato
il predicante
 
Distruggere e ricucire
Esasperare l’insonnia
Fallire in falsetto
(inizione)
 
 
(Marilina Ciaco, Intermezzo e altre sinapsi, Edizioni Volatili, 2021)
 
 
 
 

Già da titolo, Intermezzo ed altre sinapsi – pubblicazione sesta della collana I Cervi Volanti, Edizioni Volatili – testimonia un intervallo, uno spazio di tempo che assume il significato di pausa tra gli atti di uno spettacolo in genere. Afferendo ad un significato più ampio, un intermezzo potrebbe identificare una pausa gli eventi.

Eppure, la room note che rimane dopo la lettura dell’opera depone un significato più esistenzialista di una pausa sic et simpliciter, quasi come se il contesto “tregua” nell’opera si dia come un “luogo-in-cui-non” accada qualcosa; un istante di negazione che, tuttavia, contiene un momento di raccoglimento in cui poter assistere alla formazione di una verità relazionale che si instaura nel mezzo del collasso degli assetti categoriali.

Ne sgorga un profondo ricadere in sé per schiudersi nella semi-apertura che sfronda le verifiche ed i riscontri, in uno sguardo completamente cosciente sulla catena sfrangiata dell’esistenza in cui non solo il singolo anello pesa, ma è la somma degli eventi a realizzarne la soma effettiva.

Così Ciaco accoglie il concetto della parola poetica come ferita aperta, come trauma che sempre passa (se non anzi esordisce) dalla profonda convinzione, e radicata, dell’essere come tale ed inscalfibile, e della frattura dell’io dalla prossimità fenomenologica che intesse la realtà, e la reificazione delle cose che son prossime tanto all’io poetante, quanto al lettore.

Ma la catabasi della poesia contenuta in Intermezzo non trova la propria fine nel precipitare dell’inchiostro della pagina, ma nel più complesso equilibrio che – seppur apparente – incontra il proprio punto focale nella tensione verso le cose, e la naturale propensione allo sprofondare in queste.

La decostruzione della realtà, così come avviene nella pagina del libro, incontra un punto cerebralmente focale nella propriocezione dell’io lirico, il che squadra completamente il confronto per cui identità ed alterità si coniugano nel cortocircuito esistenziale prodotto dallo scambio osmotico dell’insignificante quotidiano, per poi diventare significativi nel consolidarsi in poesia.

In questo, l’io poetico (quando contestualizzato) si riscopre alieno alla performance più ottimizzante, e ripiega nella parola poetica come paradosso linguistico-conoscitivo che si fonda nella penombra, e che si instaura nell’opacità degli epifenomeni; e questi, in effetti, risultano di poco rischiarati nel loro altro più convincente dalla luce che solo la relazionalità di cui sopra sa gettare.

Perciò, il fare poetico, rectius: l’andamento ipnotico del verso sembra ricordare all’autrice e lo svolgimento, e gli step del rattoppo.

Perciò la poiesis di Ciaco procede nel rammendare la coscienza del proprio essere con l’in-essenza della personalità, esautorata perché contrapposta al sospetto che si insinua a causa dell’ostinatezza della realtà, poiché quest’ultima richiede adesione assoluta e senza eccezioni. E per questo il ragionamento di valore sulle premesse della realtà ne è il presupposto, e conferma la conclusione per cui il percettore-fruitore della stessa cristallizzi la debolezza del sistema percepito.

La conseguenza di questo sarà il totem dell’oggetto, declinato in un feticismo descrittivo, come se la coscienza corporale si perda sulle superfici e sulle varie consistenze della realtà.

Tuttavia, il dettato conserva la capacità di instaurare e la medianità, e la sospensione dell’equilibrista nicciano sull’abisso, in un equilibrio tra restaurazione e de-creazione, ed il verso serra in sé stesso tutta l’inappropiatezza dell’essere dilaniato da un lato dall’operatore deontico obbligativo (se non anzi coercitivo) alla scrittura – e, dunque, alla vita come testimonianza di vissuto – trattenendo la più esasperata sofferenza esistenzialistica da un lato e, dall’altro, l’umiliazione dello sforzo sintetico e del ristagno nel quotidiano – come oggettivizzazione, al cui dictat obbedisce la poesia.

Il risultato di questo sarà sempre la scollatura tra esigenza – se non di una certezza – quantomeno della tangibilità salvifica dell’oggetto consistente, e la radicalizzazione dell’essere umano come negativo, come istituzione del luogo per eccellenza del non-essere e dell’apofatismo che questo serra – se non di contraltare alla presenza della realtà come catafatica, e perfetta in quanto esistente e certa, oltre l’imperfezione che la congegna.

 

Carlo Ragliani