Premio Ossi di Seppia – Francesco Salvini


 

In occasione del 24° Premio di Poesia Ossi di Seppia Laboratori Poesia chiede ai vincitori delle passate edizioni di recensire i vincitori della presente. Le uscite saranno a cadenza domenicale. In quest’ultima uscita Gabriele Fratini, vincitore della 21° Edizione del Premio Ossi di Seppia, recensisce Crisis di Francesco Salvini.

 

Un libro è un capriccio d’ottobre,/ giusto il tempo di piovere/ per ritrovare un contrappunto d’ore …” La prima poesia è l’overture di un melodramma in versi che è lirica e anche un tributo alla musica italiana attraverso i secoli. Il “capriccio” è una composizione vocale e musicale, rinascimentale e barocca derivata dal madrigale e nobilitata in Italia da Frescobaldi e Paganini (uniti dal virtuosismo ma separati da quasi due secoli), esportata nel ‘700 dal girovago maestro di violino Pietro Antonio Locatelli; in letteratura, scartabellando tra la grande e dimenticata poesia italiana si trova un bellissimo “Capriccio” di Ada Negri (“… frugando con le molle fra la bragia.-/ Raccontami la tua vita randagia.”), senza dimenticare il più noto “Capriccio” mignon di Garcia Lorca (“Nella rete della luna,/ ragno del cielo,/ s’impigliano le stelle/ svolazzanti”), evanescente notturno del poeta spagnolo che in qualche modo tornerà alla fine del libro.

Dal capriccio e dalla tecnica del contrappunto si lancia Salvini in un’opera di virtuosi vocalizzi su carta, trilli di parole in cui i ricordi si intrecciano con la noia e i paesaggi liguri e toscani, terre che lo accomunano a Caproni e Montale, che al pari di Frescobaldi e Paganini entrano nell’opera, anche se a differenza dei musicisti la loro è una presenza più che tacita: citata. Dai cieli della Toscana il poeta si fa viandante per compiere un ideale Grand Tour antico e moderno, italiano e non solo, che tocca Genova, Torino, Roma, ma anche Treviso e Parigi. Per poi placarsi e chiedersi “Dov’è finito quel poeta/ che echeggia dentro i cuori / quando il giorno sussulta / e la sera trasuda solitudine …”, rispondendosi sinceramente: “non so dove vada la voce / una volta avventurata sulla via; saprà dirigersi a casa il tragitto/ di una nuova poesia?”. Come per tutte le Odissee della storia, il ritorno non è certo. Il viaggio riprende.

E se l’apertura di “Certe sere” (“La città stasera è un vuoto di stelle,/ il segno di un’ansia ribelle/ mentre il crepuscolo ribolle/ e lascia la sua scia di lumaca,/ l’impronta ramata della serata.//Le vie vuote avvampano/ nel silenzio che consuma l’esistenza”) ricorda l’atmosfera di certe liriche di un altro grande poeta ligure, Camillo Sbarbaro (una per tutte, il famoso incipit “Vo nella notte solo/ per vicoli deserti/ lungo squallide mura./ Al discorde rumor dei passi incerti/ echeggiando le case come vuote/ trasalgo di paura”), la lunga “Poesia senza nome” che chiude il libro ci trasporta in un paesaggio metafisico e notturno (“Chi sparò il colpo?/ Il lampione lampeggia allampanato/ e pallido lungo i tragitti/ che non riconosco … Questa sera ha l’esistenza del fiato / lunare del cane nel vuoto.”) Una notte senza nome, una città deserta, la luna tra le ombre (vedi il già citato “Capriccio” di Garcia Lorca), giochi di dadi e di maschere…

 
 
 
 
Premio Ossi di Seppia – Francesco Salvini
Stamane Pisa è un’atmosfera astrusa,
un richiamo che più non si usa
ma resta sospeso nei giorni
– forse aspettando che ritornino
i tempi in cui a promessa
corrispondeva azione,
un attimo di vuoto sul vialone
pronto a ritornar ressa.
 
Il momento di un’ape si posa sotto il portico
– segno di sole sfuggito dal corso
ma presto oppresso
dal frusciare trionfale della folla.
È un’impronta apparsa per caso
e ancora non barcolla,
pronta a resistere al suo occaso
sebbene sia eterna una svolta…
 
 
 
 
 
 
L’aria è uno schermo piatto
mentre si alzano sul mondo esistenze,
di soppiatto, che fan tremare il cuore,
i sentori di un dolore ridesto
soltanto per errore.
 
Si accendono i motori per la strada,
la mattinata rada
è nebbia che smorza gli umori
nel nerofumo del risveglio,
le ultime ombre, e per poco si sta meglio.
 
 
 
 
 
 
Dov’è quell’esistenza di tarantola
stremata che tentenna
sulla via, la corsa disperata
della locomotiva
mentre tramortisce la vita;
non basta la promessa della grandine
per arrendersi riguardo al raccolto,
piuttosto tra le vetrine
reclama il maltolto, il respiro
atteso e mai risolto
– sempre un’altra lotta
nel mondo prima della bancarotta
(scottano certi tendini tesi,
binari roventi di un treno
alla deriva, il più ed il meno
di uno zero ancor più ampio).
Uno stormo di rondini
ritenta la strada di casa
mentre la giornata si scusa
– non è per tutti avere una dimora.
Intanto il ragno tesse la sua trappola
cercando forse l’ebbrezza del vento,
gli amari grappoli del firmamento.
 
 
 
 

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