Poesie fuggitive – Edoardo Sanguineti

zoom_sanguineti
 

Zoom di Feltrinelli è una bella collana antologica che, a quanto ho capito, sta per aprire le porte a nuove proposte poetiche già nel 2015. Un atto coraggioso, se confermato, che però in qualche modo indica il tempo in cui siamo. Un tempo di rivalutazione della poesia, del suo valore aggiunto. Non mancano infatti (e sono veramente tanti) i reading, i Festival, le pubblicazioni delle altre due grosse case editrici inoltre sono viste con grandissima attenzione (di poco tempo fa l’esperimento di Mondadori coi quaderni degli under 40). Una fotografia del tempo che, di fronte a questo libro di Sanguineti, mi sembra acquisire un connotato veramente molto particolare.

Non conosco integralmente la poesia di Sanguineti, lo devo ammettere, ho letto e amato Laborintus e poi ho letture sparse di versi e articoli. Nulla di organico e di adeguato per poterne parlare. Ma di fronte ai versi di Poesie fuggitive edite da Feltrinelli appunto in Zoom e tratte da Il gatto lupesco (Feltrinelli 2002) non posso negare di avere provato una sensazione. La poesia in Italia è ormai generalmente prosastica, in primis altamente comprensibile. Potremmo quasi dire che pur essendoci diverse regioni poetiche alcuni minimi comun denominatori si ritrovano in tutti. Ma non in Sanguineti. Il quale dopo aver trascorso lo sperimentalismo trasformandolo in un qualcosa di concreto, quotidiano, ha incontrato un diarismo più vivo, intenso, che pur non ha mai rinunciato al suo più alto e denso intellettualismo e anzi lo ha affinato.

Ma, ripeto, leggendo Poesie fuggitive adesso, a fine 2014, emerge un sensazione: un Sanguineti che ha chiuso il periodo dello Sperimentalismo arrivando a un post-Sperimentalismo che oggi non appare nemmeno più un post-Sperimentalismo poetico, ma umano. Vi è in Sanguineti un’apocalisse continua, una trasformazione dell’uomo in ciò che ha creato e una trasformazione del creato in umano, quasi appunto una seconda creazione che cambia il creatore, che non vuole capirlo. C’è una bomba sotto i versi che esplode e non smette di esplodere restituendo la fotografia impietosa e cruda dell’uomo del nostro tempo, il quale cerca di elevarsi (anche attraverso la poesia) a un qualcosa di più alto e nobile mantenendo però quei pesi che lo trattengono volente o nolente in basso.

A me pare questo dica Sanguineti non soltando alle persone di oggi, ma anche ai poeti di oggi.

 
 
 
 
 
 
Per H.C.
 
 
 
 
Wald I
 
 
io brindo timidamente, dunque, crudele:
è un mio sogno neonato, mattutina, la blatta:
i miei ragni gestiscono demenze seriali,
parole nuziali, dubitanti ancora:
folle è l’anello, in abile esperimento,
bruto verme zelante nella notte mostruosa:
in livido vuoto devo adesso alterarmi,
raschiando molte montagne setolose:
ferri infernali in questi magri lettini,
le spietate spirali mi atomizzano:
 
 
 
 
 
 
Wald II
 
 
il cubo triplicato, chiaro e credulo,
è un segnico, minimo dattilo:
ma energiche demonie salterellano,
perle nude e gestuali, debilitate in ansia:
foglie ansimanti decretano aurore,
brumosi vermi, zanne in nicchie mobili:
un lento nano mi morde, che, agile,
rauco trasceglie mondi seduttivi:
fervide rughe in maschere legnose
disperate mi negano, almeno, i miei amen:
 
 
 
 
 
 
Wald III
 
 
in bivio duro mi fecondo, cronico:
un sonno è un nastro, e in mezzo sta la brama:
minimo globo di morbi si espone
per le mie nubili zone di durezze, di arazzi:
foreste amare. Ambre, ampolettine
blu e verdi sono zampe in alluminio:
è un lampo nerastro che qui domina l’aria,
rapido e logico, in monotona sete:
fervidi nomi, nei miei nodi chimici,
dispersi automi, sono sassi mitici:
 
 
 
 
 
 
De divina proportione
 
 
proporzionato poliedricamente,
in scheletrica gabbia trova pace,
ombra di ragno, l’uomo tipografico,
che, tra hard e soft, qui prosciugato giace:
 
 
 
 
 
 
Sequentia 13
 
 
e così ci conforta un accordo, che gentilmente ci chiude,
plebeo:
la catastrofe è in mezzo, è nel cuore: ma ci sta recintata,
arroccata:
 
 
 
 
 
 
Doppio haiku
 
 
se succhio, appena,
le tue minime labbra,
e ti degusto,
 
molle mandragora,
mi è viagra, a me, il tuo miele,
rosato e pallido:
 
 
 
 
 
 
Radiosonetto
 
 
il mio libro sei tu, mio vecchio amore:
ti ho letto le tue vertebre, la pelle
dei tuoi polsi, ho tradotto anche il fragore
dei tuoi sbadigli: dentro le tue ascelle
 
ho inciso il mio minidiario: il calore
del tuo ombelico è un tuo glossario: nelle
xilografie delle tue rughe è il cuore
dei tuoi troppi alfabeti: alle mammelle
 
dei tuoi brevi capitoli ho affidato,
mia bibbia, le mie dediche patetiche:
questo solo sonetto, io l’ho copiato
 
dalla tua gola, adesso: e ho decifrato
la tua vagina, le tue arterie ermetiche,
gli indici tuoi, e il tuo fiele, e il tuo fiato:
 
 
 
 
 
 
Fin de siècle
 
 
avrò un tre versi, un sei secondi, ancora:
millennio mio, mi è finito il cammino:
ero un file:
e il tuo bug qui mi divora: