POESIA A CONFRONTO – Il grande dittatore

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POESIA A CONFRONTO – Il grande dittatore

foto di Kim Manresa

 
 

POESIA A CONFRONTO – Il grande dittatore
MONTALE, BRECHT, SZYMBORSKA, MORAVIA

 
 

Il giudizio storico sulla figura di Hitler è chiaro, inequivocabile. Nessuna attenuante, nessuna giustificazione plausibile. Tuttavia, come accade per molti altri dittatori del passato e del presente, l’attenzione sul personaggio è stata e rimane molto viva, l’interesse da parte della letteratura inestinta: indagare l’origine, le ragioni del male resta un mistero irrisolto; denunciarlo, condannarlo un’esigenza irrinunciabile, senza compromessi ed esitazioni.

Analizzeremo oggi come la figura storica e simbolica di Hitler è stata oggetto di argomento in poesia, in un viaggio nei versi di quattro importanti autori della contemporaneità, che con il personaggio storico hanno avuto innegabili punti di contatto, o esperienza diretta.

Nel caso di Montale la “occasione” è il viaggio di Hitler a Roma (6 maggio 1938), la “giornata particolare” che segna l’alleanza nefasta fra Italia fascista e Germania nazista, con tutte le conseguenze tragiche che ne deriveranno. L’atmosfera della poesia è cupa, da bolgia infernale (“stagione morta”, “falene impazzite”, “messo infernale / tra un alalà di scherani”, “lugubre attesa / dell’orda”, “tregenda”); anche i negozi di giocattoli sono indizio della guerra prossima (“cannoni”, “giocattoli di guerra”), della strage bene simbolizzata dal “muso dei capretti uccisi”, dal “sozzo trescone d’ali schiantate”. Tutto sembra perduto, il destino di morte tracciato nell’evidenza delle immagini bibliche; anche l’intercessione salvifica della donna-angelo Clizia sembra stentare (nonostante il preziosissimo dantismo “il non mutato amor mutata serbi”). Ma resta ancora una labile speranza anche se “tutto” è “arso, succhiato”, una luce a margine: “respiro di un’alba che domani per tutti / si riaffacci”, per quanto da “greti arsi”, dalle rovine. Il registro è magniloquente, tragico: Hitler, tranne che nel titolo, non è mai espressamente nominato ma è presente in ogni verso, artefice silenzioso del male, che “stride come fuoco / e ha punte di sinibbio”.

Non nomina mai Hitler nemmeno Brecht che lo ridicolizza (per “i grandi tempi” che Hitler annuncia, il suo Terzo Reich millenario) con l’epiteto denigratorio “l’imbianchino”, a memoria della sua carriera abortita di artista. La poesia gioca tutto sull’allusione, l’ironia sottile e tragica scandita ritmicamente dall’epifora “noch”: l’assoluta irrilevanza degli eventi menzionati, l’ordinarietà che vi accade assume una luce sinistra nell’ultimo verso con il verbo “atmen” (respirare), annuncio di stragi prossime a venire, in cui poter respirare ancora sarà davvero un prodigio, un miracolo per molti.

Singolare la prospettiva della Szymborka che parla di un Hitler bambino, come tanti, della sua infanzia tutta vezzeggiativi (”manina”, “nasino”, “buffe gambette”, “cuoricino”, “angioletto”, “tesoruccio”). Ogni presagio è favorevole al bene per questo bambino innocuo e innocente, nulla può turbare in lui se assomiglia “ai bambini di tutti gli altri album di famiglia”. Impensabile credere che da una “cittadina” “piccola, ma dignitosa”, ai confini del mondo che conta, possa avere origine qualcuno di tragico per la Storia e per l’Umanità, qui dove “l’insegnante di storia allenta il colletto / e sbadiglia sui quaderni”. Eppure il riferimento al “sapone da bucato”, ai “cani” che ululano sono presagi inquietanti, lasciano intendere tutta l’ordinarietà (se non la banalità – H. Arendt) del male.

Nei versi di Moravia Hitler e Mussolini sono invece i protagonisti di un sogno, che ha in realtà la forma dell’incubo e che può essere cancellato solo con un gesto estremo di violenza, per poter debellare definitivamente il male (“prendevo la mira / e vi fracassavo / il cranio”). Eppure, ci lascia capire Moravia, la ragione profonda della Storia che accade è sempre da ricondurre alle “masse”: sono queste ultime, siano esse coinvolte autenticamente o siano esse plagiate, il motore che innesta le dittature, le giustifica e consente il loro operato. La peggiore dittatura nasce sempre dal consenso.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
EUGENIO MONTALE
(Da La bufera e altro – Neri Pozza, 1956)
 
LA PRIMAVERA HITLERIANA
 
Né quella ch’a veder lo sol si gira…
Dante (?) a Giovanni Quirini
Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch’esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.
Tutto per nulla, dunque? – e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell’avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani – tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio ….
Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell’Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince –
col respiro di un’alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz’ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud…
 
 
 
 
 
 
BERTOLD BRECHT
(Svendborger Gedichte, 1926-1938)
 
DER ANSTREICHEN SPRICHT VON KOMMENDEN GROSSEN ZEITEN
 
Die Wälder wachsen noch
Die Aecker tragen noch
Die Stäte stehen noch
Die Menschen atmen noch
 
 
 
 
L’IMBIANCHINO PARLA DEI GRANDI TEMPI CHE VERRANNO
 
Gli alberi crescono ancora
I campi danno raccolto ancora
Le città esistono ancora
Gli uomini respirano ancora
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
WISŁAWA SZYBORSKA
(Da La gioia di scrivere – Tutte le poesie 1945-2009 – Adelphi, 2009)
 
PIERWSZA FOTOGRAFIA HITLERA
 
A któż to jest ten dzidziuś w kaftaniku?
Toż to Adolfek, syn państwa Hitlerów!
Może wyrośnie na doktora praw?
Albo będzie tenorem w operze wiedeńskiej?
Czyja to rączka, czyja, oczko, uszko, nosek?
Czyj brzuszek pełen mleka, nie wiadomo jeszcze:
drukarza, konsyliarza, kupca, księdza?
A dokąd te śmieszne nóżki zawędrują, dokąd?
Do ogródka, do szkoły, do biura, na ślub
może z córką burmistrza?
 
Bobo, aniołek, kruszyna, promyczek,
kiedy rok temu przychodził na świat
nie brakło znaków na niebie i ziemi:
wiosenne słońce, w oknach pelargonie,
muzyka katarynki na podwórku,
pomyślna wróżba w różowej bibułce,
tuż przed porodem proroczy sen matki:
gołąbka we śnie widzieć – radosna nowina,
tegoż schwytać – przybędzie gość długo czekany.
Puk puk, kto tam, to stuka serduszko Adolfka.
 
Smoczek, pieluszka, śliniaczek, grzechotka,
chłopczyna, chwalić Boga i odpukać, zdrów,
podobny do rodziców, do kotka w koszyku,
do dzieci z wszystkich innych rodzinnych albumów.
No, nie będziemy chyba teraz płakać,
pan fotograf pod czarną płachtą zrobi pstryk.
 
Atelier Klinger, Grabenstrasse Braunau,
a Braunau to niewielkie, ale godne miasto.
solidne firmy, poczciwi sąsiedzi,
woń ciasta drożdżowego i szarego mydła.
Nie słychać wycia psów i kroków przeznaczenia.
Nauczyciel historii rozluźnia kołnierzyk
i ziewa nad zeszytami.
 
 
 
 
LA PRIMA FOTOGRAFIA DI HITLER
 
E chi è questo pupo in vestina?
Ma è Adolfino, il figlio dei signori Hitler!
Diventerà forse un dottore in legge
o un tenore dell’Opera di Vienna?
Di chi è questa manina, di chi, e gli occhietti, il nasino?
Di chi è il pancino pieno di latte, ancora non si sa:
d’un tipografo, d’un mercante, d’un prete?
Dove andranno queste buffe gambette, dove?
Al giardinetto, a scuola, in ufficio, alle nozze,
magari con la figlia del borgomastro?
 
Bebè, angioletto, tesoruccio, piccolo raggio,
quando veniva al mondo, un anno fa,
non mancavano segni nel cielo e sulla terra:
un sole primaverile, gerani alle finestre,
musica d’organetto nel cortile,
un fausto presagio nella carta velina rosa,
prima del parto un sogno profetico della madre:
se sogni un colombo – è una lieta novella,
se lo acchiappi – arriverà chi hai lungamente atteso.
Toc, toc, chi è, è il cuoricino di Adolfino.
 
Ciucciotto, pannolino, bavaglio, sonaglio,
il bambino, lodando Iddio e toccando ferro, è sano,
somiglia ai genitori, al gattino nel cesto,
ai bambini di tutti gli altri album di famiglia.
Be’, adesso non piangeremo mica,
il fotografo farà clic sotto la tela nera.
 
Atelier Klinger, Grabenstrasse Braunau,
e Braunau è una cittadina piccola, ma dignitosa,
ditte solide, vicini dabbene,
profumo di torta e di sapone da bucato.
Non si sentono cani ululare né i passi del destino.
L’insegnante di storia allenta il colletto
e sbadiglia sui quaderni.
 
(traduzione di Pietro Marchesani)
 
 
 
 
 
 
ALBERTO MORAVIA
(Da Poesie – Bompiani, 2019 – a cura di A.Grandelis)
 
IL SOGNO
 
Hitler
Mussolini
quante volte
mi avete
fatto sognare
di essere invisibile
Entravo
in portoni
tra sentinelle
che non mi vedevano
salivo scale
giravo per sale
non visto
da camerieri
ed uscieri
Alla fine
vi trovavo
in fondo
ad un salone
solenne
allora afferravo
un candelabro
un attizzatoio
un poggia carte
prendevo la mira
e vi fracassavo
il cranio
Modelli
per milioni
siete stati
il prezzo
assai caro
che abbiamo pagato
per l’educazione
politica
delle masse
Siete morti
ma noi continuiamo
ancora oggi
a pagare
il prezzo
Chissà perché
ci sono
le masse.