Mario Famularo

Mario Famularo
 

Michele Paoletti intervista Mario Famularo

 

L’uomo moderno fugge dalla morte. Nega a se stesso l’evidenza che la natura ogni giorno gli mostra come parte indispensabile di un ciclo appartenente a tutti gli esseri che portano il loro peso sulla terra. Non importa quanto questa fuga sia disperata, quanto sia ostinato l’accanimento. In questi testi Mario Famularo non rovescia completamente la prospettiva, ma ci offre un punto di vista diverso: accettare l’esistente, respirare la morte / mentre intorno / frinisce la vita. Un atteggiamento tutt’altro che passivo perché quest’accettazione passa attraverso un percorso radicale di cambiamento interiore. Essere un punto tra due vuoti – il prima e il dopo di noi – spinge ad immergerci nel pieno della vita, a ricamare […] architetture celesti con maggiore cura. Così con questa nuova consapevolezza ci facciamo strada tra falene [che] / stramazzano / di luce liberandoci dagli attaccamenti, in costante tensione verso l’assoluto, un tutto di cui facciamo parte e che non finisce mai di meravigliarci.

 
 

Come nascono le tue poesie?

In modo molto naturale: quella della poesia è un’abitudine che mi accompagna da diversi anni. Coltivo immagini, pensieri, idee, per un periodo che può variare da qualche giorno a settimane, mesi addirittura. Cerco di mettere a fuoco, e nel mentre rifletto sullo scavo semantico, sulla parola essenziale e insostituibile per esprimere l’immagine o il concetto per come mi si è presentato, senza troppi condizionamenti. Poi tento la rappresentazione nel testo, e spesso interviene un’opera di sottrazione, di scarnificazione, di limatura, sia formale che contenutistica, finché sento che di più (o forse dovrei dire di meno) non sono in grado di dire. A volte c’è identità con il punto di partenza, più spesso, come insegna Zanzotto, la magia della serendipità.

 

I testi che presentiamo sono tratti da una raccolta di imminente pubblicazione per Oedipus, L’incoscienza del letargo. Ce ne vuoi parlare?

Per me è una raccolta importante, perché segna il passaggio da una scrittura antiquaria e colma di sovrastrutture a dei testi più essenziali, dove ho cercato di rimuovere più elementi possibile. Ho tentato di sintetizzare delle esperienze segnanti, che hanno caratterizzato un lungo periodo della mia vita: non volevo però che i testi rappresentassero la mia dimensione privata o autobiografica, e così ho cercato di scarnificarli della dimensione lirica e della posizione privilegiata dell’io, per raggiungere un punto di vista impersonale. Per quel che riguarda i contenuti, affronto un tema che, per tante ragioni, mi ha sempre coinvolto in prima persona, ovvero il nichilismo e la perdita di senso e di riferimenti – tema di cui tento un superamento, dopo averne sondato l’abisso più profondo.

 

Mi ha colpito molto la versificazione frammentata dei tuoi testi. La poesia diventa una rappresentazione anche visiva di questa mancanza di respiro di fonte al vuoto, all’assenza. È cosi?

“La via della calligrafia è fondata sulla padronanza del vuoto” – ha detto un esponente dell’arte calligrafica cinese, Cheng Yao Tian. Le scelte formali che sottostanno a questi testi devono molto alla filosofia orientale, ma anche – senza allontanarsi troppo – all’Ungaretti de L’allegria, e alla sua capacità di dissimulare i versi in frazioni rapide, dando rilievo a diversi lemmi sugli accenti fissi di fine verso. E in effetti molti di questi testi possono essere letti con inarcature – dando luogo spesso a endecasillabi, settenari, ecc. – ma formalmente, anche per l’assenza di punteggiatura – si è di fronte a un testo che precipita, accerchiato dal vuoto che circoscrive strofe brevi, a volte anche di due o tre versi. È stata una soluzione molto naturale, probabilmente l’abito che ho indossato più spontaneamente in relazione al contenuto che tentavo di delineare. Per questo, credo che sia come dici: mancanza di respiro di fronte al vuoto, strumentale ad immergere nel problema per tentarne una soluzione: e a tal proposito, rileva il malinteso – non c’è silenzio finché c’è respiro.

 

Nella prefazione Luca Cenacchi parla di un’operazione poetica finalizzata alla “[creazione] di un rapporto di continuità tra il sé e il mondo, sulla base del vuoto” e cita la scuola di Kyoto e la cultura taoista. Sei d’accordo con questa interpretazione?

Ho conosciuto la scuola di Kyoto e diversi suoi pensatori (in primis il Nishitani Keiji di Religion and nothingness e di The self-overcoming of nihilism) in un momento della mia vita in cui vivevo come un forte dissidio certe esperienze, in primo luogo quella del vuoto, in senso ampio. La loro filosofia  nasce da un’analisi approfondita del pensiero europeo (Keiji è stato discepolo di Heidegger), e cerca di comprendere le cause che hanno portato al dissesto nichilista, vissuto come elemento disgregatore e distruttivo, in occidente. In Giappone, il vuoto e il nulla hanno un valore completamente diverso, e non sono vissuti come un antagonista ablativo, ma come assoluto potenziale, origine e destinazione. Proprio con l’avvento dell’influenza occidentale, nel corso del ‘900, anche in quel paese il nichilismo è diventato un problema, affrontato però su basi molto diverse. Il discorso è davvero molto ampio, e dovrebbe passare necessariamente per l’attaccamento all’idea dell’io su cui si fonda inconsciamente il nostro pensiero, e per l’angoscia che ci schiaccia all’idea di perdere la coscienza e la memoria. Creare un rapporto di continuità tra sé e il mondo significa vivere il mondo come può farlo un fiore, un animale, con naturalezza e senza aggrapparsi a ideologie antropocentriche, a proiezioni aberranti che allontanano dal qui e ora: un fiore è disumano – ma molto più terrestre. Naturalmente questa raccolta non è un trattato di filosofia, ma molti testi – e molte scelte formali – sono inevitabilmente influenzati da questi pensatori, anche se ho cercato di scrivere dei testi autonomi.

 
 
 
 
*
 
nella fede
nessuno è dispensato
dal ricamare nella carne
architetture celesti
 
le mosche tutto intorno
la notte senza sogni
se non depravazioni
trascendenti
 
moriremo tutti
e in fondo
non importa
 
 
 
 
*
 
gli sguardi degli amanti
incrociano l’asfalto
rigato da una pioggia
senza fine
 
li osservo da lontano
con un certo turbamento
violando quell’intesa
 
intorno le falene
stramazzano
di luce
 
dal suolo
si solleva
non so che tenerezza
e nostalgia
 
 
 
 
*
 
respirare la morte
mentre intorno
frinisce la vita
 
decantare la zaffata
che estingue ogni
tensione
 
se solo l’universo
invaso da quel vento
potesse disgregarsi
 
sgranando
esponenziale
fino alla più intima
questione irrisolta
 
perché si viene al mondo
 
e poi
zero assoluto
 
 

I testi sono tratti da L’incoscienza del letargo, di prossima pubblicazione per Oedipus ed.

 
 
 
 

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