L’epigrammista Anite e gli animali

In questo breve articolo si prende in considerazione la presenza del mondo animale negli epigrammi della poetessa Anite di Tegea, autrice di notevole modernità a ragione dei temi trattati e di un’apprezzabile levità e la grazia nella scrittura.

La rappresentazione dell’animale nella letteratura antica è condizionata da una visione antropocentrica di matrice biblica ed aristotelica. In particolare, Aristotele presume la superiorità dell’uomo in quanto dotato di ragione e di capacità di parola. Tuttavia non mancano le voci dissonanti, riconducibili soprattutto alla tradizione pitagorico-empedoclea; lo scrittore e pensatore Plutarco, ad esempio, riconosce l’animale come parte integrante nel consesso dei viventi.

Nella poesia greco-latina, e specialmente nell’epigramma, animali ed insetti compaiono con una certa frequenza, talora nel ruolo di aiutanti, altre volte come antagonisti dell’io lirico. In un testo del prolifico autore Meleagro (II-I sec. a.c.) si esorta una zanzara a recarsi in veste di messaggera presso l’amata, che l’innamorato attende invano (cfr. ant. pal. V 152); diversamente, i volatili sono destinatari di invettive, talvolta minacciose, per la consuetudine di disturbare il sonno degli umani di primo mattino: così il gallo in Marco Argentario (Ibid. IX 286) e le rondini in Agazia (Ibid. V 237).

La poetessa Anite, vissuta tra la fine del IV e il III sec. a.c., proveniente da Tegea, località dell’Arcadia, venne definita «Omero donna» in quanto autrice di componimenti di ispirazione epica, oltre che di epigrammi. Secondo alcune fonti, Anite fu a capo di una scuola poetica nel Peloponneso e, per i suoi alti meriti, i concittadini le eressero una statua. Delle sue opere ci sono pervenuti ventuno epigrammi, tramandati nell’Antologia Palatina. La natura costituisce un elemento di rilievo nella produzione della poetessa, che è solita dedicare una particolare attenzione ai bambini e agli animali. Così nei versi che seguono (ant. pal. VI 312):

I ragazzi ti hanno messo briglie di porpora, o capro
e un morso alla bocca pelosa, e giocano alle gare
dei cavalli intorno al tempio del dio, perché tu
mite li porti mentre si divertono.

Una descrizione di un gioco infantile, in cui l’interlocutore-protagonista risulta essere il capro, ritratto nel farsi complice dei fanciulli, che si divertono a cavalcarlo come fosse un cavallo. L’animale è raffigurato nella sua arrendevole mitezza, in un quadro di bucolica serenità.

Gli altri due testi che riporto rientrano nella tipologia degli epitaffi funebri (ibid., VII 190; VII 202).

A un grillo, usignolo dei campi, e a una cicala,
abitante di querce, una tomba comune fece Miro
versando lacrime di fanciulla; entrambi i suoi giocattoli
le portò via Ade crudele.

Il contesto è in parte analogo a quello del precedente epigramma, e rimanda ai giochi della fanciulla Miro con un grillo e una cicala. I due animaletti sono contrassegnati da epiteti generici, riconducibili all’ambito campestre. Ma qui l’accento è sul dolore della bimba per la simultanea perdita dei suoi «giocattoli» e sulla delicata sensibilità con cui Miro predispone loro un comune sepolcro.

Nel componimento successivo, invece, l’io poetante si rivolge ad un gallo:

Non più come prima, battendo le fitte ali,
mi tirerai giù dal letto svegliandoti di buonora;
mentre dormivi, un ladro si avvicinò di soppiatto
e ti uccise, affondandoti in gola le rapide unghie.

Il volatile non viene esplicitamente nominato, ma è reso ben riconoscibile attraverso precise caratteristiche ed azioni. La notizia della morte violenta del gallo, non esente da dettagli cruenti, è anticipata dalla malinconica constatazione del venir meno del suo canto; all’assenza fisica si accompagna la scomparsa della voce, elemento, questo, di grande attualità e interesse.

Nell’insieme, possiamo osservare come negli epigrammi di Anite il rapporto uomo-animale sia tendenzialmente armonico e sereno; gli uomini sono allietati dalla vicinanza degli animali e si addolorano per la loro dipartita. Certamente non vi è ancora la prospettiva di una relazione paritaria: l’animale si configura, di fatto, come un diversivo per fanciulli e si inserisce in descrizioni generiche e stereotipate; risulta privo di una autonomia ontologica, in quanto appare costantemente in rapporto – armonico o conflittuale – con gli esseri umani; ma costituisce una presenza costante e sicura nel quotidiano, suscitando la compassione della poetessa qualora sia colpito da sciagura o divenga oggetto di prevaricazione.

 
 
 
 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Fiore dell’Antologia Palatina, Garzanti, Milano 1977.
Antologia della letteratura greca. Il periodo ellenistico, Zanichelli, Bologna 1991.