La rosa sul tavolo pensa ancora di esistere – Melania Panico

Bozza automatica 2464

© Foto di Matteo Anatrella

 
 
 
 

    C’è qualcosa che preme all’uscio di
    casa, grida aiuto
    il sogno coronato
    un inverno senza notte
    ora vieni a dirmi che è tardi
    che i gerani hanno perso colore
    ma io non credo
    non credo più al tempo lineare
    e questo è il momento che ritorna,
    mi insegue.
     
     
     
     
     
     
    Da questo punto il ricordo della neve, un ramo
    innesto che chiamiamo casa, ancora
    il ricordo ci ammansisce
    piegati alla definizione di chi chiede un gesto
    Prova a dire che ci siamo amati
    che il tavolo ignora la conversione del tarlo
    Troverai che il tempo ha soluzione: ci respinge
    con gli occhi al cielo, ci mortifica.
    L’amore al fondo della stanza, il muschio.
     
     
     
     
     
     
    Era stato d’inverno
    il cappotto chiuso per pudore
    il freddo non ancora nelle ossa
    la reticenza al dirti eccomi, sono questa
     
    Se dentro, al fondo
    avessi atteso ancora
    avrei trovato il pieno, il vuoto, la grandine che cercavo
    il limite della parola, il silenzio io come ostaggio del silenzio
    la conversione dell’isola
     
    Avevo offerto me invece
    alla porta del tram
    alla rotaia, ciao ci vediamo presto
    ciao, a presto.
    Poi non era successo nulla.
     
     
     
     
     
     
    L’ inverno finisce
    è stato il migliore di sempre
    mia madre sporta sul davanzale
    e tu con occhi nel mio braccio.
     
    È stato il migliore di sempre, ci dicevamo.
    Questo abbiamo voluto
    poi la ricostruzione dell’acino di sale
    e la memoria dei nostri occhi ingenui.
     
    Ho interrotto la composizione in primavera
    ho lasciato perdere tutto ma non era resa.
     
     
     
     
     
     
    Abbiamo scavato nel nostro amore
    come in un monte
    a cercare acqua anche dove non era,
     
    ora ho pena per questo silenzio
    il mio silenzio di pioggia, il tuo silenzio di pioggia
    forse è questa l’acqua del monte
    la si può tirar via dai vetri
    dietro la finestra che guardiamo adesso
    due sguardi diversi. Il sorriso fiero.
    La rosa sul tavolo pensa ancora di esistere.

 
 
 
 

In questi inediti di Melania Panico quello che immediatamente torna al lettore è un concetto di tempo, di sua circolarità e necessità di rapportarcisi.

 

    ora vieni a dirmi che è tardi
     
     
     
    non credo più al tempo lineare
    e questo è il momento che ritorna,
     
     
     
    Prova a dire che ci siamo amati
     
     
     
    Troverai che il tempo ha soluzione: ci respinge
     
     
     
    Era stato d’inverno
     
     
     
    Poi non era successo nulla.
     
     
     
    L’ inverno finisce
    è stato il migliore di sempre
     
     
     
    e la memoria dei nostri occhi ingenui.
     
    Ho interrotto la composizione in primavera
     
     
     
    Abbiamo scavato nel nostro amore
     
     
     
    ora ho pena per questo silenzio

 
 

Un tempo che è un continuo confronto fra un io passato e un io presente non di rado all’insegna di una ciclicità percepita come necessaria e temuta come disattesa (si noti la ripetizione di non credo al primo testo). Una ciclicità cercata, voluta, il momento che ritorna è lo che stesso che insegue ma a fronte di un non credere più al tempo lineare. Che sia positivo o meno ciò che preme all’uscio di casa, grida aiuto è indubbio che fa parte del passato e si oppone a un presente che è tardi, in cui i gerani hanno perso colore. Apparendo quindi una certezza (non sicurezza) maggiore.

Tale relazione torna nel verso a questo punto il ricordo della neve che immediatamente, essendo il primo del testo, pone l’attenzione tra un momento esatto dell’adesso e un momento di un tempo passato (il ricordo). Anche in questo caso il passato appare maggiormente positivo in quanto il ricordo ci ammansisce . E nonostante sia controverso (nel testo precedente premeva all’uscio, gridava), in questi versi ha soluzione: ci respinge con gli occhi al cielo, ci mortifica. Una mortificazione che è soluzione e resto, infatti al fondo della stanza rimane muschio e amore. E il resto acquisisce particolare importanza in quanto denota l’identità di un presente che contiene il passato, denota la relazione tra un cos’è stato ieri e cos’è oggi.

Ieri era stato d’inverno, era stata un’offerta che poteva risolvere il focus dell’identità, avrei trovato il pieno, il vuoto, la grandine che cercavo / il limite della parola, il silenzio io come ostaggio del silenzio / la conversione dell’isola. Quello che resta invece, cogliendo quel resto come muschio e amore, è invece un non successo, un non accaduto privo di giudizio diretto, quasi una domanda aperta all’oggi.

E se ieri era stato d’inverno con un’ipotesi, un’offerta non realizzata, l’inverno poi finisce ed è stato il migliore di sempre. Quello stesso inverno che era stato, alcuni versi prima, sogno coronato, un inverno senza notte. La relazione tra passato e presente qui è evidente, oltre alla nominazione del passato in inverno: È stato il migliore di sempre, ci dicevamo. / Questo abbiamo voluto / poi la ricostruzione dell’acino di sale / e la memoria dei nostri occhi ingenui.

Ciò che prima era resto (muschio e amore, non accaduto in non era successo nulla) ora diventa un ho lasciato perdere tutto ma non era resa. E non stupisce la negazione della resa a fronte del fatto che, nella combustione tra ieri e oggi, c’è sempre della cenere che resta e che ne rappresenta la sintesi, il senso. Con tutta probabilità l’io.

Cenere metaforica che però non risulta mai evidente, palese all’occhio. Va cercata, scavata. Non a caso abbiamo scavato nel nostro amore / come in un monte / a cercare acqua anche dove non era. Il passato in questo caso rappresentato dal cercare acqua anche dove non era (curioso parallelo con quell’inverno senza notte, con il freddo non ancora nelle ossa) si relaziona ancora al presente in ora ho pena per questo silenzio. Con un atteggiamento maggiormente attivo in forse è questa l’acqua del monte / la si può tirar via dai vetri / dietro la finestra che guardiamo adesso che denota la volontà di cercare, di non lasciarsi alla resa. E infatti la rosa sul tavolo pensa ancora di esistere, con un’ostinazione da sentenza che ricalca i versi già detti questo è il momento che ritorna, mi insegue […] il tempo ha soluzione: ci respinge […] ho lasciato perdere tutto ma non era resa.

Interessante poi notare quanto la stagionalità entri nei versi non solo a livello di contesto ma quasi come presenza assillante, identificante:

 

    il sogno coronato
    un inverno senza notte
    ora vieni a dirmi che è tardi
     
     
     
    Da questo punto il ricordo della neve, un ramo
    innesto che chiamiamo casa
     
     
     
    Era stato d’inverno
    il cappotto chiuso per pudore
    il freddo non ancora nelle ossa
     
     
     
    L’inverno finisce
    è stato il migliore di sempre

 
 

Inverno che solo nell’ultimo testo non ritorna per preferire un a cercare acqua anche dove non era (in realtà c’è un riferimento alla pioggia che in qualche modo potrebbe apparire stagionale, ma è più riferito alla metafora dell’acqua). A ben vedere però l’inverno è mancanza di calore, e ben si avvicina a quanto si dice nella mancanza d’acqua dell’ultimo testo.

Ma resta comunque qualcosa. La rosa sul tavolo pensa ancora di esistere ha il medesimo significato di l’amore al fondo della stanza, il muschio e che nel verso ho interrotto la composizione in primavera testimonia il superamento dell’inverno. Certo essere oggi qualcosa che è dovuto essere ieri, vivendo ciò che il passato ha trascorso e consegnato, non è mai cosa facile. Ma l’oggi è sempre un atto di resistenza e non di resa. Anche se ciò che resta può apparire un silenzio, il mio silenzio di pioggia, il tuo silenzio di pioggia.

Ciò che conta, per essere vivi, è sempre che la rosa sul tavolo pensa ancora di esistere.

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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