IL VELIERO CANNIBALE 12 – LA BALLATA DI WILSON BARNET, RAMPONIERE

Bozza automatica 2841

Boats Attacking Whales by William James Linton

 

Malinconie, anacronismi e moralismi del Capitano Peleg

Moby Dick è il libro che più si avvicina al Libro dei libri. In nessun altro si disputa intorno all’esistenza di Dio, o alle prove della sua inesistenza. In uno l’immensa Arca; nell’altro l’oscuro Pequod, che è di Achab, ma non è Achab, perché il Pequod è il suo proprietario, il quacchero, il dimenticato Peleg, che l’aveva addobbato “come un barbaro imperatore etiopico… Era fatto di trofei. Un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici”.

Parafrasando le parole usate da uno scrittore per parlare di un altro scrittore, il nostro Capitano Peleg, risorto con un artificio, è un naufrago del passato che il Fato ha proiettato sulle sponde di un altro tempo. A cura di Frescobaldi MacIntyre.

 
 

LA BALLATA DI WILSON BARNET, RAMPONIERE

 

Durante questo lungo viaggio, sulla lancia siamo sempre stati in otto, sempre gli stessi. Smith, Bernard, l’Irlandese, Hubbard, Little Jack e Melville ai remi; John Hall, il secondo ufficiale dell’Acushnet, a poppa, al timone; e io, che della lancia sono la punta, il terminale.

Siamo tutti e otto le parti consapevoli di un ingranaggio infernale, paradisiaco.

Hall è il messaggero del capitano Pease, il capitano il messaggero di un armatore qucchero a Nantucket, l’armatore lo schiavo di qualcuno più in alto e così via, sempre piu su, sino all’ineffabile bugiardo, sino a Dio.

Al remo delle marionette e all’estremità dell’umanità maledetta che insanguina il mondo ci sono io. Perché sono io a sfidare la bestia più meravigliosa del creato, la balena, a spillare il sangue dai suoi polmoni, mantici immensi, a far scoppiare il fegato che le fa solcare gli oceani e i sogni.

L’ho sempre saputo, dal momento in cui ho firmato per una parte su venticincque dei profitti della prima nave baleniera su cui mi sono imbarcato, quali erano le intenzioni di Dio sul mio conto. La mano destra è la mano di Dio, così mi è rimasta la sinistra per deviare il destino, per partecipare. La destra è più fortè, ho pensato, e allora se lui per un imperscrutabile disegno o un miserabile scarabocchio, ha deciso che debba essere il mio braccio a uccidere il nobile leviatano, che sia quello sinistro, quello più debole, a scagliare il rampone. Sarà il mio modo di mettere le cose in pari. L’arpione sarà meno preciso e potente, e uno sbaglio o un attimo in più del dovuto e la balena fuggirà o ci farà inghiottire dal mare; ho pensato. Perchè io credo che Dio sia il caos e noi altri l’ordine. È stato lui a piazzarmi su questa lancia proiettata tra le onde, nella spuma e nel sangue, nel sangue che è sempre innocente.

Ma è accaduto che il braccio sinistro diventasse ogni giorno più forte e preciso, più del destro alla fine. Che fare allora, adesso, per contrastare il volere di questo tiranno crudele e beffardo? Nulla. Dio e Destino sono i nomi dello stesso contorto architetto.

Io non ho bisogno di lui, ma lui sì di me.
È più forte.
E non mollerà mai l’osso.
 

 
 
 
 

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