Il cielo sta fuori – Francesco Sassetto


 

Continuano gli speciali di Laboratori Poesia. Questa settimana presentiamo Il cielo sta fuori di Francesco Sassetto. Dal Ritiro Poetico di Laboratori Poesia e Samuele Editore dell’agosto scorso a Spilimbergo (le foto qui).

 
 
 
 

IL CIELO STA FUORI

 
 
 
 
Mani di rosa
 
Le ragazze cinesi stanno là, notte e giorno,
chiuse nel semibuio delle camerette,
prigioniere di un congegno di mercato,
obbedienti al gestore, il burattinaio padrone.
 
Le ragazze accarezzano la pelle del pagante
con movimenti sapienti, con
cortesia sorridono sfiorando gli occhi
del consumatore ad intuirne il consenso,
il grado di appagamento.
 
Matteo dice che nel regno dei cieli
loro andranno avanti, intanto
annegano le mani nel sudore
e negli umori del cliente.
 
Il cielo sta fuori, in alto
e non dice niente.
 
 
 
 
 
 
Ufficio postale
 
All’ufficio postale si armeggia tutti
col postamat, aggeggio infernale, il
codice da digitare, un vecchio impreca
allo sportello ‘non riesco, non capisco,
 
il numero l’ho dimenticato’, la fila
s’allunga, s’ingrossa, aspetta sbuffando
ferma in piedi che il vecchio si levi,
il display segna il numero otto e dietro
 
sono diciassette. La folla comincia
ad inveire, rabbiosa, la colpa è quel
pensionato, un ragazzotto gli grida
addosso, un tumulto, una sollevazione
 
popolare, è tutta gente che deve lavorare
e ogni volta è uguale, il vecchio trema,
si allontana barcollando, gli occhi bassi
velati di vergogna e di dolore.
 
Si tira un sospiro di sollievo, era ora,
si dice quasi in coro. Si consuma stamane
all’ufficio postale l’odio normale,
il nostro innocente quotidiano male.
 
 
 
 
 
 
Roxy Bar
 
Una donna gioca con le macchinette,
tiene d’occhio la carrozzina piantata
in mezzo al bar, il cinese gentile
al bancone fa i caffè, grazie,
prego, un euro, sorride e lava le tazzine.
 
Dal maxischermo il frastuono assordante
di un concerto rock.
 
Una ragazza guarda fuori se piove
ancora, fuma, aspetta qualcuno o
forse no
esce sotto il tendone
fradicio d’acqua sporca, si accende
un’altra sigaretta.
 
A tratti i colpi secchi della macchinetta,
la donna impreca, non ha mai vinto
niente.
Tutto è come sempre, nessuna
apparizione, nessun colpo improvviso
di vento, solo pioggia che scende.
 
Il bambino nella carrozzina adesso
piange, la donna gli grida di star buono
ché lei ha da fare, riprende
a giocare, borbottando piano.
 
Non è inferno né paradiso, probabilmente
neanche purgatorio.
È il nostro usuale galleggiamento,
il pane quotidiano.
 
Niente di più, niente di meno.
 
 
 
 
 
 
Foglie
 
Stamattina un tappeto di foglie gialle
sull’asfalto bagnato del viale, precipitate
la notte del temporale.
 
Un’aria gelata sulla faccia, ventate
violente a tratti
aghi sulla pelle.
 
I bambini vanno veloci verso scuola,
ridono, giocano con le foglie gonfie
d’acqua, ammassate in agonia.
 
Non sanno ancora il distacco,
la conclusione.
 
i bambini fanno rumore
corrono avanti
 
come un pallone le prendono a calci.
 
 
 
 
 
 
Signorina, per cortesia
 
sia gentile, lasci stare, le ho già detto
che non sono interessato alla sua offerta,
lo so, potrei navigare più velocemente,
ma mi capisca, io ho sempre navigato a vista
 
con la mia barchetta di laguna, andando
di bolina, lentamente, non sia insistente,
è già tanto riuscire a proseguire senza
voler cavalcare a tutti i costi l’onda
 
che sovrasta e tira a fondo, non abbia timore,
so ugualmente viaggiare – e forse più di lei –
controcorrente, ma della sua Superfibra,
mi scusi, davvero non m’importa niente.
 
 
 
 
 
 
Escursione sull’Antelao
 
Volersi bene si fa difficilmente.
 
Felici veramente i pochi capaci
di gambe e desiderio che conduce
sulla cima a respirare l’incanto
nell’enigma dell’altro, alto
 
il sibilo del vento
nei tuoi occhi da ascoltare.
 
Il resto è albergo, scampagnate, sagra del maiale.
 
 
 
 
 
 
Capirsi
 
sarebbe come capire quest’acqua di laguna
che ora corre rapida al maestrale ora lenta
scivola nell’afa, acqua che sa di fiume e
di sale, risale le barene, il suo mistero
silente di riflussi, la sua quiete apparente.
 
Stare così, alla riva, ad osservare il moto
assiduo dell’onda che si allarga a tondo
nell’aria sospesa squarciata da grida
improvvise di gabbiani. Quest’acqua che
ti appartiene, che ti porti nel cuore e nelle
 
vene, acqua che non sai e conosci bene,
tu ne ignori i vortici profondi che alzano
la melma dei fondali e polvere grigia
un poco viene a galla, poi scompare
nel suo canto di sirena che risuona
 
in un fremito di scaglie luminose. Ed è
in questo balenare il suo grande amore,
il tuo amore di pescatore fermo
a contemplare la voce accecante
di questo mare senza sosta, quest’acqua
 
senza risposta. Ma è nei tuoi occhi inquieti
il senso del tuo indagare
perché l’amore
vive nella tua sete di conoscenza, nella
tua dolce ignoranza
nel divenire
che non sai e non puoi capire.
 
 
 
 
 
 
Sarà questa pioggia lenta
 
che vela gli occhi e rallenta il tempo,
sarà questo dover vedere cose
già viste, sapere ogni passo da dover
fare ancora, andare senza passione
nella stessa direzione, che stanca,
 
che sfianca, lasciare ogni mattina
il tuo calore per un’assurda
replicazione di gesti e di parole,
durare le fatiche senza senso
di un quotidiano galleggiamento.
 
Senza più aspettare un segnale di terra
o di cielo, un lampo di sole nel cieco
vagare come oranti reiteranti
salmi e rosari da sgranare
 
senza più domandare niente agli umani
 
né a un dio probabilmente amareggiato
di averci amato tanto inutilmente.
 
 
 
 
 
 
Che nulla ritorni
 
e tutto si ripeta lo sapevi bene,
era scritto sul biglietto che ti hanno
dato all’ingresso del girone, neanche
poi tanto male per noi
anime poco prave.
 
Noi mediocri, bravi a scansare gli artigli
e le nerbate, a ballare la tresca collettiva
dell’autoassoluzione da peccati perlopiù
veniali, portatori sani di modesti mali
 
noi ci mettiamo in riga, obbedienti
ai segnali imbocchiamo direzioni
sempre uguali, noi ci sposiamo e
produciamo prole, lavoriamo,
abbiamo crociere a buon mercato,
gonfiamo i cellulari con sequenze
di paesaggi e volti traballanti,
l’audio che gracchia un poco, fotogrammi
inutili e banali come le nostre esistenze
oscillanti e per niente a fuoco.
 
I più sciocchi riempiono le carte
di queste ed altre cose senza scopo.
 
Anche fare versi è forse solo un gioco.
 
 
 
 
 
 
Andare via
 
Andremo via anche noi, un giorno o l’altro,
come sono già andati in tanti, mio padre
sparito a quarant’anni, un crollo al cuore,
e mia madre, molto tempo dopo, per lento
scivolamento, e Asako volata in un istante
e Maria precipitata giù per un burrone.
 
Dovrà arrivare anche per noi il giorno
che si dovrà finire, chiudere un portone.
 
Non sarà quello il momento di contare
l’avuto e il dato, quello che abbiamo
rubato e regalato, ci sarà forse ancora
da camminare per qualche altro deserto
sconosciuto o sarà finalmente
un modo migliore di viaggiare.
 
Terminate le corse affannate, le parole
dette tanto per parlare, i goffi
voli presuntuosi
 
il nostro insensato continuare.
 
Si spegnerà ogni voce, qualcuno avrà
il tempo per un’orazione, un saluto,
mani tremanti occhi svuotati.
 
Andremo soli come soli
siamo sempre andati.
 
 
 
 

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