Giacomo Vit

Giacomo Vit
 

Michele Paoletti intervista Giacomo Vit

 
 

Il tempo ha la consistenza dell’acqua nei versi di Giacomo Vit, che annodano il passato col presente attraversando la nebbia dei ricordi aggrappati sulle spalle di questi personaggi di cui riusciamo a cogliere un dettaglio, prima di perderli come un riflesso su un vetro, un’ombra nel buio della notte. Antonio racconta di quando era una chiazza di libertà fra i cespugli, di come non si smette mai di essere partigiani perché ci sono sempre ombre da combattere; Sandro invece fruga con gli occhi dentro l’acqua per cercare un brandello di passato, una pietra del mulino dove ha macinato / granello su granello, la [sua] età o quella trota, il suo lucore argentato, inafferrabile. Ma quando lo sguardo si rivolge al futuro, questo tempo liquido ghiaccia e il giovane che si affaccia sulla piazza della vita deve armarsi di sassi per spaccare il freddo di un inverno quotidiano da cui è quasi impossibile sfuggire.

 
 

Ogni notte le ombre ritornano […] e allora tu […] imbracci il tuo fucile. Una battaglia senza fine quella con il passato, accettarlo significa arrendersi?

Non tutto il passato è negativo e deve essere perciò combattuto. Lo è solo quel passato che ci viene restituito parzialmente, con delle omissioni. Quello per cui sono morte migliaia e migliaia di persone i cui ideali sono stati troppo in fretta cancellati dalla memoria collettiva. Per venire ai nostri giorni, si pensi, ad esempio, a fenomeni come il negazionismo, o al ritorno di movimenti filonazisti. Quelle sono le ombre che ci devono tenere gli occhi aperti. E di conseguenza, la vigilanza etica del poeta deve essere continua affinché non si sprofondi nei baratri (non solo culturali).

 

Come si potrebbe sciogliere questo inverno dell’esistenza?

Alla base dello scontro culturale fra generazioni, vi è la carenza di un linguaggio comune che porti ad armonizzare le diverse stagioni della vita. A volte, la prospettiva è schiacciata solo sul presente, con un passato ritenuto inutile, troppo lontano, e un futuro tanto difficile da immaginare. Lo scontro linguistico può trasferirsi fisicamente in piazza, con in mezzo un muro ghiacciato contro cui vanno a sbattere le pietre delle parole. Tocca alla buona volontà di ognuno (in primis ai poeti) cercare di sciogliere il grumo dell’indifferenza e della rassegnazione con il calore delle giuste parole.

 

Lei scrive prevalentemente in dialetto. Se ci sono, quali sono le ragioni di questa scelta espressiva?

La mia è una scelta che viene da lontano. Dall’infanzia. Le prime parole che ho appreso dai miei genitori, e con le quali ho cominciato a nominare le cose del mondo, erano in dialetto friulano. Fino agli anni della scolarizzazione, non ho conosciuto altra espressione comunicativa che non fosse la parlata materna. Il mio patrimonio linguistico era costituito da suoni secchi, a volte musicali, teneri nei loro dittonghi. E questo mondo espressivo si è sedimentato nel mio profondo. Poi c’è stata la scolarizzazione, il servizio militare, gli studi successivi che mi hanno portato a utilizzare le due lingue (friulano e italiano) con la stessa dignità e funzionalità. Tuttavia, dovendo esprimermi in poesia, sento che debbo scendere in profondità per pescare le parole più autentiche; così, se devo evocare la parola “acqua”, mi sento più a mio agio utilizzando il termine “aga”, che è più scivoloso, umido della sua traduzione  “acqua” ; se devo scrivere del fuoco, uso il secco “fòuc”, più che il lineare, prevedibile “fuoco”. I significati sono gli stessi, è vero, ma ciò che cambia è la carica emotiva riversata sul significante. In altre parole, per destino, sono legato “a un lengàs di sòpis e patùs” (a un linguaggio di zolle e alghe di fiume).

 
 
 
 
OMBRENIS TA LA NOT
 
Ti mi còntis, Toni, poiàt
ta ‘na ramassa di recuars,
di cuant che chistis stradis
a èrin pestàdis da li’ ombrenis,
e vuàltris i èris tàcis
di libertàt tai baras’cians…
Sclops e cròus, mos’cis e rais
a sùpin i gorgs
dai to’ vui…
 
Ma ti mi còntis ancia, Toni, poiàt
ta la ramassa dal vuoi,
che ogni not li’ ombrenis
a tòrnin uchì a dispicià
la lus da la luna,
e lora tu, partigiàn da la vita,
t’imbràssis il to fusìl…
 
 
OMBRE NELLA NOTTE

Mi narri, Antonio, appoggiato / a un ramo di ricordi, / di quando queste strade / erano calpestate dalle ombre, / e voi eravate chiazze / di libertà fra i cespugli … / Fucili e croci, mosche e ragni / risucchiano i gorghi / dei tuoi occhi … // Ma mi narri anche, Antonio, appoggiato / al ramo del presente, / che ogni notte le ombre / ritornano qui a distaccare / la luce della luna, / e allora tu, partigiano della vita, / imbracci il tuo fucile …

 
 
 
 
CUNTRAPUNT
 
Il soreli al vaive,
e ance jo varès vaiût,
a vedé che leve vie
tante biele zoventût.
 
 
(Il sole piangeva, / e anch’io avrei pianto, /nel veder che andava via / tanta bella gioventù.)
(villotta popolare)
 
 
 
 
La matina a è sglonfa di caligu,
cuma se ‘na gran man a ves
lassàt colà i to’ ains disdifàs.
 
Miei vistissi tal scur
par no vuardà il spieli ch’al ti buta
intor i to’ dis inciamò crus.
 
Ta la spala il zainet cun dentri
dos butiliis, la sfiondra ch’a ti à
insegnàt a fà il nonu, il fassolet scur.
 
Zint dongia la plassa
viodi movisi, cuma sarpins stracs,
bandieris e peraulis.
 
Da ‘na banda, zovins cul casco
e un par di claps in man
par spacà il freit ch’al inglassa il doman.
 
Da chealtra banda, zovins cul casco
e la divisa par fati capì
che l’unviar dal vivi a no ti lassa zì.
 
 
CONTRAPPUNTO

La mattina è gonfia di nebbia, / come se una grande mano avesse / lasciato cadere i tuoi anni sfatti. // Meglio vestirsi al buio / per non vedere lo specchio che ti getta / addosso i tuoi giorni ancora crudi. // In spalla lo zainetto con dentro / due bottiglie, la fionda che ti ha / insegnato a fare il nonno, il fazzoletto scuro. // Andando vicino alla piazza / veder muoversi, come serpenti stanchi, / bandiere e parole. // Da una parte, giovani col casco / e un paio di sassi in mano / per spaccare il freddo che ghiaccia il futuro. // Dall’altra parte, giovani col casco / e la divisa per farti capire / che l’inverno dell’esistenza non ti molla più.

 
 
 
 
SE SÈRCITU, SANDRIN, TAN CHÈ AGA?
 
Se sèrcitu, Sandrin, tan chè aga?
Un timp licuid al dislaga
dut chel ch’a era ator al to mulìn,
in duà ch’i ti às mazenàt,
gargnel par gargnel, la to etàt.
Ades al è un rudinàs, bus
par bistiutis sensa bandiera,
crostis ch’a fan straca la sera,
armamentari ch’al distrùs la to pas.
Se sèrcitu, Sandrin, tan chè aga?
Forsi chè vecia truta ch’i no ti sos
mai rivàt a brincà? Chel so luzòur
di arzent, da confondilu cul scur
di un sièl che fra un puc
uchì al colarà?
 
 
COSA CERCHI, SANDRO, IN QUELL’ACQUA?

Cosa cerchi, Sandro, in quell’acqua? / Un tempo liquido  scioglie / tutto ciò che era attorno al tuo mulino, / dove hai macinato, / granello su granello, la tua età. / Adesso è un detrito, buchi / per bestioline senza bandiera, / croste che indeboliscono la sera, / congegno che distrugge la tua pace. / Cosa cerchi, Sandro, in quell’acqua? / Forse quella vecchia trota che non sei / mai riuscito a catturare? Quel suo lucore / argentato, da confondere col buio / di un cielo che fra poco / qui cadrà?