Fin qui visse un uomo – Gerardo Masuccio

Fin qui visse un uomo - Gerardo Masuccio

foto di Gianni Lauria

 
 
 
 
Ne ho appena bruciato le carte,
gli appunti, le note,
adesso che armato di morte
– difesa legittima, credo –
si è imposto alla vita.
 
Tra i fogli ho bruciato
perfino un ritaglio di bianco
su cui aveva scritto
– nell’angolo, in calce al suo vuoto –
d’incerta grafia: “Conservare”.
 
Quel verbo indifeso
– l’enigma di ciò che resiste
disperso nel nulla –
è nient’altro che me, è ogni uomo
che si ostina a restare e non è.
 
“Conservare”, ma io l’ho bruciato,
protesta d’amore.
 
Ora che la mia vita mi esige
e persevero in questo ritardo,
non sono un poeta,
ma ripudio l’essenza dell’uomo.
 
 
 
 
 
 
Nemmeno ricordo il tuo nome
e – a non maledirlo –
avrei rinnegato anche il mio.
Noi siamo frammenti d’eterno
nel fiato di un lampo,
opachi riflessi di cetra
all’occhio di un sordo.
 
Lo specchio che pende dal muro
– estrema, silente protesta –
del vano sventrato da un sisma
cui non resti altro.
 
 
 
 
 
 
Certo il mio amore è la colpa
di un liuto scordato
che rischia la nota,
ma vivo di te o già morto
io non posso durarti oltre.
 
 
 
 
 
 
Eccomi, adesso tramontano
scarti di luce
tra i ruderi delle mie ciglia,
dove – scalzo – l’esilio del buio
costringe alla resa.
 
Di là dal confine diradano
la mia dogana
i dazi di questo dolore.
 
E qui, invece, accanto alle mie
attendono – chine – i tuoi occhi
le due lenti, sull’orlo del letto.
 
 
 
 
 
 
riflessione sulla poesia
 
Non ha senso
e ne dà. Come un giglio
che gridi a chi passa,
da un ciglio di via:
“Fin qui visse un uomo”.
 
 
 
 

C’è una protesta sottesa, a volte esplicitata a volte nascosta nell’accorta misura del verso, in questi inediti di Gerardo Masuccio. C’è un’autocritica che tende continuamente a considerare il sé come essere umano, come parte di un tutto nel quale il singolo può rappresentare un esempio.

Ma quell’esempio, quel singolo, è esso stesso un riflesso che pende dal muro e che soffre una storia, un vissuto, l’essere stato e l’essere qualcosa. Cosa inevitabile, ma che obbliga a considerare la vita sempre in tensione tra rinnegare e conservare.

Cosa va rinnegato e cosa conservato in un uomo? In una vita? Masuccio dichiara di dar fuoco a un foglio in cui lui stesso aveva scritto conservare. E da questa constatazione nascono due riflessioni fondamentali: la vita esige, e il ripudio dell’essenza dell’uomo.

La vita esige. Dato incontestabile. Si è vivi non per volontà e si deve percorrere la strada nell’impossibilità di stare fermi. Perché un uomo volente o nolente fa qualcosa, anche quando pensa di non fare nulla. Anche la non azione, la non scelta, è un’azione e una scelta precisa. La vita esige e in questo da definizione: noi siamo […] Lo specchio che pende dal muro / – estrema, silente protesta – / del vano sventrato da un sisma / cui non resti altro.

Resta il sisma, la frattura. Anche quando si costringe alla resa a be vedere resta sempre una presenza che essa stessa in qualche modo esige, esige in quanto esiste (attendono – chine – i tuoi occhi / le due lenti, sull’orlo del letto).

Una frattura, il sisma, che è parte integrante dell’io (purtroppo) e della sua continua autocritica e che ha come risultato la non accettazione dell’essere umano in quanto tale. Serve altro, serve oltrepassare il limite della propria storia e del vissuto, del contesto stesso, per andare oltre il ripudio, il rinnegare.

Gerardo Masuccio in questi versi, come detto, identifica l’io come riflesso e riverbero del tutto, dei tutti, cercando di comprendere senza soffocare l’insieme con la propria identità. Cosa che emerge perfettamente anche dall’equilibrio misurato, pacato, dei versi, che godono continuamente di una certa rotondità e chiuse mai aggressive seppure quasi epigrammatiche.

Ma Gerardo Masuccio ci dimostra anche che ha iniziato a risolvere il ripudio in due distinte direzioni, ancora non conciliate in punti di tangenza. Leggiamo infatti ma vivo di te o già morto / io non posso durarti oltre […] E qui, invece, accanto alle mie / attendono – chine – i tuoi occhi. E ancora, in altra direzione Quel verbo indifeso / – l’enigma di ciò che resiste / disperso nel nulla – / è nient’altro che me, è ogni uomo / che si ostina a restare e non è […] riflessione sulla poesia – Non ha senso / e ne dà. Come un giglio / che gridi a chi passa, / da un ciglio di via: / “Fin qui visse un uomo”.

S’intuisce immediatamente un io che si appella a una presenza umana positiva, emozionale e sentimentale, capace in qualche modo di appianare il sisma pur non diventando mai effettivamente salvifica (d’altronde non sussiste il bisogno). Una presenza che si avvicina più a un punto di osservazione altro, altre pupille si potrebbe quasi dire echeggiando montale, due lenti, sull’orlo del letto.

E allo stesso tempo, su un altro piano, oltre l’io privato e intimo Masuccio affronta il sisma chiedendo ragione alla poesia (intendendo per poesia un’azione che Non ha senso / e ne dà), allo strumento che può in qualche modo dare significato all’uomo e risolvere l’esigenza di rinnegarlo:

 
Non ha senso
e ne dà. Come un giglio
che gridi a chi passa,
da un ciglio di via:
“Fin qui visse un uomo”.
 

Particolarmente importante il concetto che emerge dall’ultimo verso: fin qui. Perché il foglio che era stato bruciato era un ritaglio, i dazi del dolore diradavano da un confine, senza dimenticare quel io non posso durarti oltre. C’è un continuo segnare un confine che vede l’io privato trovare significato nella presenza umana al di qua del confine, e l’io più ampio trovare significato nel fatto che si possa riconoscere il confine stesso, il bordo. Che, in virtù della sua consapevolezza data in questo caso specifico dalla poesia, diventa anche il significato (non rinnegabile) dell’uomo e della sua essenza.

Perché se l’uomo è potuto arrivare fin lì, a quel ciglio di via, e se attraverso al poesia possiamo comprenderne l’esistenza in quel dato punto di arrivo, ecco allora la vita e l’essenza di quell’uomo ha avuto senso.

Resta la domanda, in qualche modo sottesa nei versi (anche per la giovane età di Gerardo, cosa da non sottovalutare): e la nostra vita? Ha senso?

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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