Feriti dall’acqua – Pietro Romano


Feriti dall’acqua, Pietro Romano (peQuod 2022).

Feriti dall’acqua di Pietro Romano mostra, già nel titolo, un paradosso che rievoca e ribadisce tutta la fragilità della specie che si lascia scalfire dall’acqua, simbolo originativo, archetipo mobile ma inanimato che si contrappone a chi vive e può farsi male, anche con poco.

Quella di Romano è una poesia apparentemente lieve, capace di manifestare con grande suggestione la sua incisività attraverso la scorrevolezza delle immagini da cui, all’improvviso, affiorano le lame del dramma esistenziale. L’ambiente appare come lo specchio della coscienza, immortala il divenire rappresentato proprio dall’elemento acquatico che si modella e che, a sua volta, è capace di modellare attraverso la sua azione abrasiva.

Si percepisce una costante sofferenza di sottofondo, una tragedia in fieri, un dolore che si manifesta in ogni cosa come caratteristica congenita, eppure non appare ancora compiuto: “come un vedere/che questo non è ancora dolore”.

Si percepisce una fitta storicità del verso, ben lontana dal risultare storicizzazione, in una evidente e simbolica mancanza di ubicazione temporale.

Locuzioni dall’eleganza novecentesca si contendono lo spazio bianco con strofe provocatoriamente spezzate nel discorso: la discrasia formale tra le due modalità espressive esalta il dettato attraverso le molte contraddizioni del contemporaneo.

Ogni cosa ha una sua posa, un suo spazio di osservazione e di contemplazione, e richiama a qualcos’altro di esterno: “Da vuoto a vuoto lo spazio di strade,/a ogni passo non so dove l’affanno”.

La lingua agisce sul reale, ne diventa parte costitutiva, imprescindibile. Il margine, spesso nominato nei suoi vari sembianti (labbra, finestre, orlo, argine, sponda) è uno status ontologico: l’uomo inizia a esistere quando comincia a finire.
Nella voce calda dei versi di Romano, si possono intercettare il canto straziante di Celan, il flusso psico- espressivo di De Angelis, l’epos raffinatamente etico di Sereni, la curiosità vivace della scoperta di Dickinson, la tensione visceralmente esistenziale di Éluard (ma senza i suoi toni politici).

Uno scenario di distruzione e di frammentazione occupa lo spazio vitale e quello semantico. La natura appare in una veste mitica, forse profetica. La divinità si misura con la sua stessa assenza e l’uomo tenta l’impossibilità di lasciare il segno nella materia di cui non ha controllo. Eppure, la sopravvivenza resiste, rimane persino nello stato perdurante e incurabile di bisogno: “Io mi disseto ancora”.

Ricorrono occhi e volti, simboli e segni di visione d’insieme e di connessioni psicofisiche.

Madre e padre sembrano confrontarsi nella distanza di due testi posti l’uno accanto all’altro. Si tratta, nel primo testo, di un dialogo che conduce alla figura della madre e, nel secondo testo, di un monologo che conduce alla figura del padre. Entrambi si trascinano nel magma della pena e cercano di sopravvivere alla difficoltà, appaiono epiche ed apodittiche.

La morte, la caducità, “l’altrove delle vene” si palesano attraverso la scrittura. Proprio il tema della morte, trasfigurato nella sua astrazione più spirituale, risulta grondante di una trascendenza non ascetica, di un al di là corporale, dell’umanissima capacità percettiva.

L’acqua è il segno del confine tra dimensioni dicotomiche, tra vita e morte, essere e non essere. Non importa, nella poesia di Romano, che l’immagine sia definita, definitiva, definitoria… rilevano lo scorcio, l’angolazione dello sguardo, il tremore che si produce dal di dentro e che inerisce la condizione umana.

Nella sezione “Dentro la foschia”, la prima poesia si focalizza ancora di più sull’immagine. Inverte la percezione tra luce, oggetti e occhi umani che ne apprendono l’esistenza. Il linguaggio “dirige il sangue” e lo rende portatore di testimonianze, di una pluralità spettatrice e documentatrice inarrestabile. D’altronde, “fuori dalla vita e dalla morte/le parole non conoscono sete”.

La sete è una costante dell’opera, preciso e puntuale contraltare dell’acqua: racconta di quella vertigine endogena, immancabile, insuperabile che riguarda ogni essere vivente. La lingua è altrettanto presente nello scenario simbolico del verso, lo rimpolpa con la sua costanza. Possibili cenni memoriali si innestano nell’immagine – e non il contrario – per avere una funzione di canalizzazione del discorso poetico verso improvvisi riferimenti a esperienze comuni: “Occhi socchiusi:/luna riversa in acqua di flebo”.

Se il sangue, come correlativo oggettivo, invade la maggior parte di questi testi, scrittura ed espressione linguistica sono altrettante costanti della silloge poiché ineriscono ogni aspetto dell’esistenza.

L’autore, nel pieno possesso del tormento della vita, indirizza l’opera all’atto volitivo dell’abitare il sé, dello sviscerare la terra della psiche individuale e collettiva.

La parola, la fisica, la psiche e l’etica hanno vene, innervazioni che le radicano nell’universo di cui non si può avere contezza. Il sacrificio, come condizione imprescindibile, ricorre anche senza essere nominato, riguarda la rinunciabilità insita in quasi tutti gli aspetti della vita, si compie nella parola attraverso cui l’uomo disconosce sé stesso proprio nell’atto di individuarsi nel linguaggio: “L’occhio si addensa dove disancora il volto/dall’acqua: il sangue attraversa la lingua,/ogni parola è sacrificata”.

L’altrove rincorre i versi, è come un contraltare della finitezza umana ma, per assurdo, è insito nell’uomo, non sembra esterno: “Un altrove ingombra le arterie:/ nessun fuoco è nell’occhio del mondo”.

L’inattingibilità è un altro concetto che affiora spesso tra questi versi, ribadisce le molte impossibilità ontologiche umane, le attua nel mistero della quotidianità attraverso un immaginario del tutto anti-mimetico e metaforico.

Si inverte il senso delle cose, mantenendo univoca la consapevolezza della reciproca frangibilità tra corpi e oggetti: “La finestra è una pozza d’acqua/al cui tocco la mano si increspa”.

La sezione “Sono qui ad attendere riparo” apre la via a una poesia maggiormente personalistica in cui, pur non comparendo in modo costante un io poetante, si percepisce una più forte intonazione drammatica. È come se qui confluisse un richiamo atavico alle ragioni del sé che, pur non del tutto compiuto e individuato, svela l’accoramento per le esperienze quotidiane, per il trauma inerente alla vita.

Ciò che non è compiuto è ancora da compiersi: ecco il mistero evoluzionistico della parola poetica.

Gisella Blanco

 
 
 
 
Un turbinio, rumori umani, viali.
Quel che è successo infuria in un tempo
cristallizzato: l’aria è il passo
verso la costa, gli occhi che guardano
sono le case, il corteo, le panche.
Mantenere la vita, sollevarla
alla bocca, senza occhi a sponda della fine.
 
 
 
 
 
 
Non si appiana la sete. È un altro giorno.
Scatole vuote, parole deposte a margine.
Costruzioni, una favola antica.
Ascolto il vaticinio dell’onda,
mi si riconosce figlia: s’infrange
su un padre che si recide la lingua.
 
 
 
 
 
 
Finestre chiuse dentro il piangere,
lumi di figure accosti ai vetri. Il sangue
scrostato da sotto il letto ritorna
nell’alfabeto bianco
cui restano appesi gli occhi dei figli.
 
 
 
 
 
 
Rimanere negli abiti consunti
come dire un sentiero di impronte,
i cappotti infangati, ancora
seppellire l’infanzia. Non c’è vento
tra gli ulivi riarsi,
né altre età da annaffiare. Com’è
orfana questa sete senza lingua,
com’è rara quest’ombra che ci idrata.
 
 
 
 
 
 
Croste di pane raffermo in acqua:
piango il tuo viso inattingibile.