Clone 2.0 – Vincenzo Della Mea


Clone 2.0, Vincenzo Della Mea (Samuele Editore-Pordenonelegge, 2023, collana Gialla).

La più recente raccolta di Vincenzo Della Mea pone considerazioni e questioni più generali, che ci impongono di andare al di là della semplice recensione a una novità editoriale. Le poesie che fanno parte della raccolta sono state infatti generate a partire da programmi software basati sull’intelligenza artificiale (afferenti a GPT) e da questo materiale grezzo l’autore ha poi provveduto ad una selezione e rielaborazione dei testi per renderli propri. La componente creativa è quindi relativa a questo lavoro di “post-produzione” e cernita qualitativa, mentre il materiale di base è stato generato con metodi automatici. Della Mea si serve dell’informatica, che conosce molto bene per competenza professionale, come strumento di ausilio nella creazione poetica, seguendo un percorso che in Italia ha il proprio atto costitutivo nella poesia “Tape Mark 1” (1961) di Nanni Balestrini, che impiegò un algoritmo di sua invenzione per mescolare e ricombinare alcuni versi di base e generarne un testo poetico con un computer IBM. Le metodologie oggi disponibili sono naturalmente molto più raffinate, dal momento che con l’intelligenza artificiale è possibile impiegare algoritmi di autoapprendimento con reti neurali, a partire da sequenze e basi di dati di addestramento, in modo tale che la generazione del testo poetico avvenga con una scelta dei componenti interamente a carico del software, che procede a una “dettatura automatica” tutta algoritmica. Fra i più recenti impieghi degli strumenti informatici in poesia conviene citare il lavoro di Gilda Policastro nel suo La distinzione (Giulio Perrone Editore, 2023), libro in cui il testo dal titolo “GPT-3”, generato con l’uso dell’applicazione GPT, viene esposto senza filtro, nella forma di un dialogo fra autore e macchina condotto al prompt di comando.

L’espediente creativo adottato da Vincenzo della Mea ripropone all’attenzione del lettore e della critica la disputa, mai completamente risolta e conclusa, fra quali debbano essere i confini e le interazioni “ammissibili” fra la cultura umanistica e la cultura scientifica o, più propriamente in questo caso, la cultura tecnologica, intesa come applicazione pratica delle acquisizioni e delle scoperte scientifiche; il tema è naturalmente molto vasto, con implicazioni etiche e sociali che qui non analizzeremo. Conviene però qualche considerazione, più circoscritta, sul rapporto fra poesia e tecnica, applicata al libro in esame.

La tecnica è, come ben noto, manipolazione e trasformazione della realtà, tramite l’impiego di utensili o di macchine, inventati e controllati dall’uomo, ma in grado di operare con una certa autonomia: l’obiettivo principale è la realizzazione di nuovi oggetti, di semilavorati o di lavorati, di manufatti, di altri strumenti di lavoro, secondo una modalità, quella del “costruire” o del “fare”, termine quest’ultimo che è costitutivo etimologicamente anche del termine “poesia”, venendosi così naturalmente a istituire una significativa coincidenza di intenti fra le due modalità espressive “tecnica” e “poesia”. Già Heidegger, del resto, nel suo importante trattato La questione della tecnica (disponibile in traduzione italiana nella pubblicazione di GoWare, 2017), ammoniva sulla necessità da parte dell’uomo di comprendere appieno le potenzialità della tecnica, come esigenza innanzitutto di tipo metafisico, essendo la tecnica, con la sua capacità di trasformazione dell’ente, strumento privilegiato di esperienza dell’Essere, non diversamente dalla poesia che, sempre secondo Heidegger, ne è il linguaggio e quindi chiave al suo accesso. Se la poesia è innanzitutto attività pratica, manuale, artigianale in senso lato, allora il suo esercizio non può escludere a priori anche il ricorso a strumenti di tipo tecnico che ne veicolino la composizione, compresi i più innovativi, come è in questo caso per l’intelligenza artificiale. E anche Montale, certo non tenero verso le innovazioni tecnologiche, dal canto suo, ebbe a dire che “non si dà poesia senza artifizio”. Ritenere che una composizione poetica sia meno autentica perché si è avvalsa di strumenti software per essere generata significa cadere nel classico pregiudizio, prima romantico e successivamente – mutatis mutandis – neoidealistico, secondo il quale l’ispirazione o la creazione artistica siano puramente di natura oracolare o irrazionale, in ogni caso elementi distintivi della soggettività irriducibile a se stessa, escludendo la possibilità che invece la creatività possa avvenire anche tramite rielaborazione e ricombinazione di dati già disponibili, nobilitati e resi originali dalla capacità stilistica e tecnica dell’autore: è questo quanto avviene nel caso specifico della silloge Clone 2.0. L’intelligenza artificiale è solo uno strumento, non diverso da molti altri, per finalizzare il discorso poetico. Lo stesso impiego di una base di dati per l’apprendimento dell’algoritmo, base di dati rappresentata da una raccolta di composizioni poetiche di riferimento, non è molto diverso dall’attingere al bagaglio culturale, all’educazione letteraria che ogni autore, più o meno diffusamente, perfeziona mediante la lettura e l’interiorizzazione delle altre opere della tradizione che lo ha preceduto e che è riconosciuta come punto di riferimento: lo stesso avviene qui, con la differenza che la base di dati, immediatamente accessibile al software, è preventivamente metabolizzata dal software stesso che fornisce quindi dei tasselli compositivi, degli insiemi chiusi nella scelta dei termini e delle espressioni, definendo dei vincoli, non dissimilmente da quanto accadrebbe se l’autore scegliesse di imporsi una gabbia metrica oppure una scelta selettiva di vocaboli e/o di contenuti per la composizione.

Sarebbe stato senz’altro interessante e il progetto di Della Mea sarebbe risultato ancora più rivoluzionario, se a fianco del testo finale rielaborato dall’autore fosse stato mostrato anche il testo originale generato dall’intelligenza artificiale, in modo tale da poter apprezzare concretamente l’apporto dell’autore e soprattutto il grado di indipendenza compositiva del software utilizzato: la curiosità sta infatti nel comprendere se, da sola, l’intelligenza artificiale sia in grado di generare testi di valore poetico, eventualmente costruiti con uno specifico target di pubblico o di modello letterario di riferimento, operazione che andrebbe a validare “il test di Turing”, nel caso in cui fosse oggettivamente difficile la distinzione della mano umana dal software. Crediamo infatti che la grande sfida di Della Mea stia proprio in questi termini: dimostrandoci che testi generati con questa metodologia hanno comunque una oggettiva tenuta poetica, come è facile verificare al lettore, si pone allora un nuovo compito al poeta che non è più artefice unico e insostituibile della parola poetica, ma compartecipe della stessa o, semplicemente, arbitro nella selezione dei contenuti o regista che dirige un film in gran parte già scritto, andando a ritoccare qualche scena. Siamo giunti ad un ulteriore stadio nella smitizzazione del ruolo del poeta la cui autorità viene minata alle fondamenta; o, se preferite, a un punto di ripartenza, a una scommessa nuova per la ricerca di forme e stili inediti, non replicabili, forse, da una macchina. Le poesie di questa raccolta, analizzandole onestamente, sembrano scritte effettivamente “secondo l’uso” (ossia senza software), poiché vi si riscontrano punti di forza e di debolezza ravvisabili in una composizione poetica tipica: anche il “freddo” software può avere tentazioni imitative di troppo o qualche eccesso lirico, probabilmente figlio di qualche modello neo-petrarchista presente nella base di dati; può generare testi dall’effetto straniante, eccedendovi fino al limite dell’intellegibile, non diversamente da quanto avviene in certa poesia di ricerca; può adottare i più classici topoi letterari e i trucchi del mestiere poetico con una riuscita, in ogni caso, accettabile e, spesso, interessante per il fruitore, se non rassicurante. La macchina performa dunque, con buona approssimazione, in modo sovrapponibile alla produzione poetica tradizionale: la raccolta allora sa convincere, tiene.

In conclusione, sgombrando quindi il campo da qualunque pregiudizio, si può dire che questa raccolta poetica è indiscutibilmente figlia dell’autore Vincenzo Della Mea, avendola costruita nel pieno esercizio della sua creatività artistica impiegata sia nella scelta degli strumenti compositivi, sia nella selezione dei materiali di base, sia infine nella fase di editing e stesura della versione definitiva: il software è solo uno degli strumenti possibili nelle mani del poeta, non diversamente dai vocabolari, dai rimari, dalle composizioni poetiche della tradizione, dal background letterario e culturale, dal vissuto. Questa raccolta va quindi fruita, con consapevolezza, da parte di un lettore maturo, scevro da condizionamenti, aperto alla novità, lasciandosi coinvolgere dalla capacità di affabulazione polisemica della parola poetica, che tale è anche in questa raccolta, sapendo la parola poetica aprire varchi di conoscenza, in quella multiforme ricombinazione e trasformazione del linguaggio che ne è l’humus, la ragione.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
Io sono il clone
 
I.
 
io sono il clone e scrivo
l’enciclopedia delle idee.
io sono il re della notte.
La verità è che ho tradito tutto,
devo ora spegnere i miei polmoni
sul muro di casa
per non avere più fame.
 
 
 
 
 
 
Generare poesie
 
IV.
 
Generare poesie
è sapere che non sei mai vissuto.
Ma tu sai che il tuo corpo è una casa
e la tua anima è un insieme di specchi,
e il sogno del poeta ha solo l’apparenza della gioia.
Così la poesia si raccoglie nel sonno:
tutto il sogno di scrivere ancora
ha luce riflessa nell’ombra di quell’ultima pagina
che ha segnato tanto a memoria per sempre.
 
 
 
 
V.
 
Generare poesie senza tempo,
scrivere poesie senza sapere bene che una poesia è già poesia.
Ho bisogno di essere orale,
ma non posso averne la forza interiore:
scrivere ancora il mio verso.
La gioia di sapermi raccontare e darti una vita.
Non riesco ad esprimermi.
Solo i poeti dicono parole senza sapere male.
ogni giorno scrivo le parole senza capire bene cosa significhi
e l’oracolo si ricompone in giornate scure.
 
 
 
 
 
 
Reti neurali
 
III.
 
Le reti neurali
sono solo il solito mezzo di comunicazione
tra le ombre e l’invisibile.
Se ci guardiamo appena, tutto quello che abbiamo interpretato
è diventato un modo per farci sentire
gli altri da lontano, il mondo non si tocca
diventa una finestra aperta sulle crepe del muro,
né mai potremo renderle sicure.
 
 
 
 
 
 
Da Predizioni
 
Il mare è diventato un fiume
che si crede di trovare. tutto sembra
essere posto per far fuoco. il cielo è una zolla bianca.
L’orizzonte è diventato tutto qui:
il suo inchiostro.
 
C’è una finestra nella notte
con due mani tra i capelli
la prima vista di cena, lo so
che lentamente chiude l’ombra.
Si accende un velo d’erba nel sole
e il cielo è così vuoto.
 
 
 
 
 
 
Da Alta temperatura
 
Tu non sei, è il tuo posto
in cui ti guardo e lo sgomento
giochi nel buio delle cose cadute
nell’occhio che concede le vie.
 
Le cose dal vero mi fanno paura.
Sento nel cuore di chi ha fame.
Vado verso i miei confini,
verso una libertà di vento e sale.
Gli uomini onesti mi toccano come un padre
che ha voglia di restare nella mia casa.