Sylvia Plath

Silvia Plath

 
 

Il poeta Robert Lowell la ricorda così: “La rivedo, opaca contro il cielo luminoso di una finestra priva di qualsiasi panorama… Era alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile – una presenza tesa e brillante che la timidezza paralizzava. La sua umiltà, la sua disponibilità ad accettare tutto quanto veniva generalmente ammirato parevano a volte darle un’esasperante docilità che nascondeva la sua pazienza e la sua audacia fuori moda”. Sette anni prima, nel 1959, aveva seguito un corso di poesia alla Boston University. L’anno dopo usciva la sua prima raccolta, The Colossus tre anni dopo l’undici febbraio 1963  Sylvia Plath si uccideva. A cura del marito, il poeta inglese Ted Hughes usciva postumo, nel 1965 il volume Ariel, punto di fama internazionale. In gran parte, le liriche di Lady Lazarus e altre poesie (Specchio Mondadori, 1976, traduzione di Giovanni Giudici) vengono da Ariel. Mi rifiuto di pensare che un suicida sia in ogni punto della sua vita nient’altro che un suicida. La sua prodigiosa fioritura, che affrontava anche il male, la malattia, la morte lo testimoniano: “Morire è un’arte / come ogni altra cosa” dice nella lunga Lady Lazarus.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
I corrieri
 
Parola di lumaca sul niente di una foglia?
Non è la mia. Non ti fidare.
 
Acido acetico in latta sigillata?
Non ti fidare. E’ roba adulterata.
 
Un anello d’oro con dentro il sole?
Bugie. Bugie e dolore.
 
Gelo su una foglia, l’immacolato
Cratere, parlante e sfrigolante
 
Tutto per sé sulla vetta di ognuna
Di nove nere Alpi.
 
Un tumulto di specchi, e il mare che frantuma
Il suo, grigio – o mia
 
Stagione, amore.
 
 
 
 
 
 
Ariel
 
Stasi nel buio. Poi
L’insostanziale azzurro
Versarsi di vette e distanze.
 
Leonessa di Dio,
Come in una ci evolviamo,
Perno di calcagni e ginocchi! – La ruga
 
S’incide e si cancella, sorella
Al bruno arco
Del collo che non posso serrare,
 
Bacche
Occhiodimoro oscuri
Lanciano ami –
 
Boccate di un nero dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro
 
Mi tira su nell’aria –
Cosce, capelli;
Dai  miei calcagni si squama.
 
Bianca
Godiva, mi spoglio –
Morte mani, morte stringenze.
 
E adesso io
Spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino
 
Nel muro si liquefà.
E io
Sono la freccia.
 
La rugiada che vola
Suicida, in una con la spinta
Dentro il rosso
 
Occhio, cratere del mattino
 
 
 
 
 
 
Tempi normali
 
Sfortunato l’eroe nato
In questa plaga dove il disco s’è incantato
Dove i più bravi cuochi sono senza lavoro
E il girarrosto del sindaco va
Per conto suo, per inerzia.
 
Non si fa carriera ad avventurarsi
Lancia in resta contro il drago,
Lui stesso rinsecchito in questi ultimi tempi
Per mancanza d’azione a uno spessore di foglia:
La storia ha battuto l’azzardo.
 
L’ultima strega l’hanno bruciata viva
Più di ottant’anni fa
Con l’erba amore ardente, col gatto parlante,
Ma i bambini ci hanno guadagnato,
Il latte di mucca ha la panna alta un dito.
 
 
 
 

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