Mi hanno detto che non sono capace – Claudia Di Palma

- Claudia Di Palma

 
 
Tu sei una scarpa, mio Signore,
una scarpa rotta. Raccogli i nostri
passi, le soste, le corse. Noi
così assoluti, tu così precario,
così putrefatto, corpo:
materia che scompare
e resta come un seme, la polvere.
 
 
 
 
 
 
La parola è un chiodo.
Il verbo che tu incarnavi ti tolse
di mezzo scavandoti piano.
Riconobbi il tuo volto dal vuoto
che vi cresceva rigoglioso al centro.
Da lì tu mi guardavi senza mai
sciogliermi, mi lasciavi ai miei giorni
grossolani, io mi dimenavo
con cose di scarso valore, monili
d’argento, e tu, tutto miseria e vento,
non ti offendevi, dissanguavi in croce.
 
 
 
 
 
 
Mi hanno detto che non sono capace,
mi hanno convinto,
un po’ come si convince Dio
con la preghiera, con la ripetizione.
Anche Lui ci ha creduto
e poi tra un chiodo e l’altro
ha scoperto che non era vero,
che era capace come tutti di morire.
 
 
 
 
 
 
Saranno sempre le catene
a sprigionarci
a dirci buongiorno, addio.
Saranno le catene
a metterci al mondo
lo stretto vincolo di una madre.
Non avrai altro luogo
all’infuori di me,
non avrai altro che questo nodo,
questo disordine che non si quieta.
 
 
 
 
 
 
Se io ora dormissi, almeno per un po’,
mi separerei dal mondo, taglierei da me
la tua figura, resterei da sola nel buio.
Non posso.
Sono ciò che vedo, il volto dove mi incastro.
Devo tenere gli occhi aperti per essere, devo
guardarti incessantemente.
Poi tu chiudi le imposte, sciogli le lenzuola,
e io ci provo a calare il sipario,
e respirare profondamente
– si chiama respirazione diaframmatica
questa cosa che io provo a fare,
questa marea – sul tuo guanciale.
 
 
 
 
 
 
Mi perdo nel giardino, nel tuo vestito a fiori,
nel tempo, nelle stagioni, nella tua ora
incandescente, meridiana. Mi scotto al fuoco
dei tuoi giorni. Tu sei la fornace, la madre,
il ventre gravido di luce, io la mela matura,
tu la bocca che mi accoglie e sputa.
 
 
 
 
 
 
Come veniamo al mondo
rigettati dall’onda.
Come la doglia ci spinge
fino a riva
e prima il grido poi la gioia
dell’approdo.
 
 
 
 
 
 
Il documento è stato redatto bene,
con bella calligrafia.
Il camino attende paziente la consegna
come un impiegato del catasto.
Anch’io, come tutti, sono stata scritta per il fuoco.
Ogni cosa è stata pensata per lui.
I tuoi occhi, incisi nel mio ventre,
sono un buon combustibile,
ma il tuo sguardo resta a lungo, come la fuliggine.
Io, te, ogni altro essere vivente,
siamo i progenitori della cenere,
siamo friabili come carta.
A volte ci amiamo per prepararci all’addio
davanti al camino che attende, paziente.
 
 
 
 

Claudia Di Palma, classe 1985, è dal 2016 una delle voci più interessanti del panorama poetico nazionale. Dal momento, cioè, in cui ha pubblicato la sua opera d’esordio Altissima miseria (uscita per MusicaOs Editore, di cui mi sono pregiato di curare l’editing e la prefazione dopo aver conosciuto Claudia a un ritiro poetico della Samuele Editore). Il libro è risultato vincitore del Premio Nazionale di Poesia “Luciana Notari” nella sezione “Opera prima”, finalista al Premio Gradiva – New York, finalista al Premio Internazionale di Letteratura “Città di Como”, ha meritato un attestato di Merito al Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini – Brunate, è stato altresì vincitore del Premio speciale del Presidente della Giuria del Concorso “Interferenze” indetto da “Bologna in Lettere”, infine “Medaglia d’onore” al Premio Internazionale di poesia “Don Luigi Di Liegro”. Un libro riuscito, complesso, di cui si è parlato molto è che ha rappresentato un ottimo biglietto da visita per la poetessa ma anche un’enorme peso di responsabilità per quello che sarebbe dovuto venire dopo.

Gli inediti qui proposti, in parte già usciti su Atelier e Gradiva, non tradiscono le aspettative. Claudia continua il suo percorso di commistione dell’identità individuale assetata di vita, di senso, con un mondo esterno che sempre più si confonde con il divino. Un mondo visto e interpretato attraverso la dolcissima crudeltà di una visione mistica, di una sofferenza estatica.

C’è una drammaticità teatrale, pericolosissima, al fondo dei versi di Claudia. Che non a caso studia canto e teatro ormai da anni. Un pericolo evidente e tangibile, immagine dopo immagine, dato dall’impossibilità dell’autrice (una splendida impossibilità) di compartimentare i vari settori della vita. Per questo il teatro diventa vita proprio in virtù del fatto che l’immedesimazione nel personaggio, il rapporto/approccio con gli altri personaggi, diventa anche il modo di Claudia di immedesimarsi nel mondo, di rapportarsi/approcciarsi alla realtà. Un teatro totale, che diventa una vita (purtroppo) totale.

In questo non va dimenticato il canto che si nota nello stile musicale, armonico, di versi sempre attenti anche quando deflagranti la pena e la doglia. C’è una misura, una maschera, e quella maschera è l’io che chiede al mondo di diventare sacro per rispondere a un bisogno spiritualmente e carnalmente sentimentale. Che non è solo un’esigenza d’amore, un richiamo all’altro, ma è una feroce ricerca della propria identità nel vincolo che portano spirito e corpo.

Ambedue questi tratti sono infatti presenti e si intersecano in una poesia molto materica, corporale, che tende però sempre allo spirituale attraverso il dolore di non riuscire, di non essere abbastanza, d’essere rigettata. Quasi come se l’auriga platonico si trovasse disperato di fronte ai due cavalli (l’uno bianco l’altro nero) più potenti di lui, e per tenere le briglie chiedesse a gran voce al mondo, a un Dio qualunque, aiuto. Un aiuto fisico, un aiuto spirituale, in un unico magma che è canto vivo e doloroso.

Come già mi sono trovato a dire a Claudia, a mo’ di avvertimento (Claudia è stata ospite tra le altre cose a Una Scontrosa Grazia), questo tipo di poesia rappresenta una delle punte più luminose in quanto in bilico tra stile e ispirazione, ma anche una delle più pericolose per l’autrice. Perché nei versi non sfugge il continuo ritorno della consumazione dell’autrice stessa erosa dal vivere, dal cercare, dall’aspirare, dal desiderare in fondo la consumazione stessa.

Perché in Altissima miseria era evidente il focus sulla miseria, sul ribaltamento dei valori verso un tu che era Dio, un Dio nascosto, in ombra. In questi inediti si avverte un pathos maggiore nella ricerca dell’altro, di un Dio che viene nominato quasi per esorcizzarlo, per dichiarargli l’erosione del sé e in questo sentirsi identità, parte del contesto/palcoscenico.

Poesia che continuo a considerare altissima e preoccupante. Non mancano infatti precedenti storici che ancor oggi dovrebbero insegnarci qualcosa. Sto pensando ad esempio a Claudia Ruggeri, di cui nel tempo sono convinto Claudia Di Palma diventerà pari se non superiore sia per qualità sia per importanza nel territorio. Una poesia così totalizzante che ha consumato in passato e che rischia di consumare nel presente.

Anche se, a onor del vero, la consapevolezza che la Di Palma dimostra d’avere fa sentire risolta, o iniziatasi a risolvere, la contraddizione della Ruggeri. Intendendo la consumazione di sé come offerta a qualcuno, a qualcosa. Come una maschera teatrale che alla fine viene tolta per mostrare una verità identitaria ancora più profonda, ancora più resiliente, capace di ribaltare il concetto di mondo/martirio appunto in offerta. In un senso, quindi.

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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