Chilometri da casa – Nicola Vitale

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Chilometri da casa, Nicola Vitale (Mondadori 2017)

Ho conosciuto Nicola Vitale all’Edizione 2018 di Ritratti di Poesia, a Roma. Poeta, pittore, saggista ma soprattutto uomo estremamente gentile e al contempo ironico, pungente. Sabato 16 giugno lo presenterò all’ultimo appuntamento di Una Scontrosa Grazia a Trieste e per questo voglio raccogliere, proprio in funzione della presentazione, alcune idee.

In rete si possono trovare diverse opinioni, soprattutto video delle presentazioni, nelle quali si parla di contrapposizioni ontologiche quanto di relazioni più o meno strette, e storicamente contestualizzate, del rapporto arte/poesia. Perché inevitabilmente un pittore che scrive o un poeta che dipinge fa sorgere un interrogativo. Vitale, in un suo intervento, con elegante nonchalance ammette di non saperlo e soprattutto avverte che non è questo il nocciolo della questione.

Nocciolo che invece bene, a parere di chi scrive, focalizza Maurizio Cucchi nella presentazione milanese (dove ero presente anch’io) sottolineando l’importanza del termine ricominciare che percorre da capo al fine (per fare il verso al bel libro di Maria Milena Priviero Da capo al fine, Samuele Editore 2016) l’intera opera: Occorre ricominciare ad occuparsene, senza troppe storie o pretese di bel tempo, rimboccarsi le maniche: ricominciare […] Su quel getto in fuga / suono uniforme della maledizione / la voce improvvisa / sequenze non interpretate / rimette in gioco… / la parola, l’immagine / ricominciamo.

Il concetto del ricominciare si appoggia inevitabilmente al prefisso, fondamentale, del ri. A voler dire che siamo stati qualcosa e ci siamo persi, che è emersa una distanza che dà ragione al titolo (Chilometri da casa). D’altronde Vitale lo ammette nei versi stessi calcando sempre sul quel prefisso: Eppure, chilometri da casa / pedalando sul confine degli ultimi campi / sembra di rivederne i dintorni… / grazia di un dubbio / di fatica non sprecata.

Tale ricominciare diventa sovente anche un ritornare: La sfilata dei portoni offre alle serrande chiuse / un’occasione di commerci nascosti, di sibili / abbassati oltre la soglia udibile del mare / che qui ritorna come da giorni / attraversati senza conoscerne il suono […] Vivere può essere un male / se non sappiamo ritornare / oltre questo far finta di nulla […] Qui si ritorna, dopo giri del mondo / obbligati da un’incipiente impazienza / volta ad assecondare le illusioni.

L’opera di Vitale è una continua misura della distanza che si è venuta a creare tra quello che in qualche modo siamo stati (in un tempo x del passato, ma che in fondo possiamo anche non essere mai stati, evitando così il pericolo dell’età dell’oro senza che la dinamica della relazione venga in effetti a mancare) e quello che siamo o crediamo d’essere oggi. Tra l’assolutamente oggettivo, spersonalizzato, freddo (i chilometri) e il soggettivo, l’umano (la casa). Tema che diversi poeti negli ultimi anni stanno riproponendo (si pensi ad esempio allo stupendo L’origine di Domenico Cipriano, L’Arcolaio 2017). Una misura composta anche di leggere confutazioni interne giocate tra la poesia e l’intercalare di brani in prosa poetica che puntellano e rendono più coeso il poemetto.

È l’effetto di una contraddizione: / l’amore degli altri non viene prima / del perdono per se stessi. / Poi scopri che nessuno ascolta / è solo illazione d’altri tempi […] Forse sul fondo delle circostanze una piccola felicità conserva intatta la sua ora e il suo giorno, un rifugio in un risvolto di prato. Perché anche la consapevolezza di ciò che siamo oggi, a parte certi estremi incontestabili, rischia d’essere cosa opinabile, annegata in una poca consapevolezza del sé e del contesto oltre, ribadisco, certi estremi diffusamente negativi: Come possiamo solo cominciare / se non sappiamo che i complementari possono nascondere i contrari? / Non sono le lingue diverse la difficoltà / ma l’esserci arrogati diritti di nascita / che non ci spettano […] Dovrei punirmi con le mie stesse mani / o perdonarmi con il mio stesso cuore? / Evitare di imbandire la solita festa / per un corpo che non lo merita? […] Poi nello stuolo di numeri si ravvisano formule / credute mappe d’affetto / pensieri indecifrabili degli altri / interrotti, nel gioco che riprende… / si interrompe / riprende… tra le dita che si cercano.

In una sua presentazione Nicola Vitale ha ben sottolineato quanto il travisamento contemporaneo di Hopper sia più un nostro errore che una sua intenzione. Che Hopper non è il pittore della solitudine, della critica sociale, quanto il tuffatore che entra in ciò che gli provoca dolore per trasfigurarlo. Che tale trasfigurazione è uno svelamento a sé stessi più che di sé stessi, e quindi apertura. E questa è l’operazione che anche lui fa sulla parola (e sullo stile) osservando il mondo da essere umano radicato nel mondo stesso. Osservandone le contrapposizioni (anche ontologiche) e i cortocircuiti.

E sulla contrapposizione ontologica si gioca tutto l’equilibrio di un poemetto che ha scoperto di essere tale solo in un secondo momento (a detta dell’autore stesso), e che si è formato come percorso di osservazione di contraddizioni e incertezze, fino al termine ultimo, al saldo della parola che è il saldo della vita e della riflessione del poeta: il ricominciare.

Ma perché ricominciare? Perché in questo c’è la presa di coscienza della distanza (i chilometri) e dell’umano (la casa). C’è l’affondo e la trasfigurazione di Hopper che è presa di coscienza del reale e quindi della possibilità, sulla base di una storia e (credo possiamo ben dire) di una tradizione, di un’apertura verso un qualcosa che man mano, soprattutto nelle ultime pagine, acquisisce diversi nomi: orlo (ed ecco gli indigenti sull’orlo, dove finiscono e cominciano le cose), respiro (Dalle montagne inascoltate dell’infanzia / sforzi d’ansia si allargano improvvisi / nei programmi già chiusi / riaprono lacune in trasparenza / sollevano il respiro all’orizzonte), onda (Non abbiamo più la pretesa di parlare tante lingue, di essere pronti per il mondo, ma possiamo ascoltarne l’onda), vita (Dopo la tempesta il mare è calmo / si riprende… / Mi affaccio: / in vista è la vita al bar dell’angolo), vociare (Mi rimetto al vociare del viale / dove gli alberi ci contengono nell’ombra / ormai troppo avanti / o in un irrimediabile ritardo), canto / parola / immagine (Ma poi senti che qualcuno canta / qualcosa insiste nel frastuono / porge un gratuito silenzio / ribadisce un dolore…[…] la voce improvvisa / sequenze non interpretate / rimette in gioco… / la parola, l’immagine).

Senza, e forse proprio in questo possiamo ipotizzare il trait d’union tra il poeta e il pittore, quest’apertura venga mai chiaramente tratteggiata ma solo evocata, sentita, presentita. Un ritorno e un ricominciamento a un punto non di verità ma di umanità. E l’umanità, per definizione, non ha un solo aspetto o nome ma tanti quanti sono gli esseri umani al mondo.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
 
 

Finita l’era delle novità, c’è poco da dire…
eppure i fili d’erba si danno un gran da fare, senza indizi prestabiliti della primavera. Facciamo finta di nulla, qui tutto non ha mai smesso di ricominciare. Quando si scriveva per essere qualcosa di più della solita cosa. Quando capita di provare: pennelli e colori, o scrivere da capo. Come fare? Si prova e si corregge, non ci sono mezze misure: ricominciare.

 
 
 
 
 
 
Metti questa parola solida
che sembra carne
o quella introflessa
verso sbalzi d’umore.
Metti una parola buona
per sembrare uno che vanta di notte.
Metti una parola qualunque
per cercare credito in un futuro
senza risultato.
Cosa si può scrivere in permanente ritardo?
Una parola corre
sul crinale che ci divide dal mondo
rovesciando nel contrario le cose.
 
 
 
 
 
 
Mi sono accorto in ritardo della primavera
è già Pasqua la città vuota attende
la santificazione dei muri al sole
la litania dei fiori ripercorre l’anno incidentato,
trova buone sostanze
che riscattino l’inverno nel dubbio
che forse non è stato tempo da dimenticare.
L’andirivieni degli insetti ricuce male al bene
dà agli umori inespressi speranza di maturità.
Le circostanze dell’ebbrezza mi incoraggiano,
mi buttano all’aperto col ricordo spezzato
dei nostri incontri
sfondo di una nuova attesa.
 
 
 
 
 
 

La tempesta ci sorprende in zone fuori porta che non avremmo dovuto frequentare.
Anche la montagna pareva opportunità per nuove descrizioni, osservatorio sulle beghe del mondo. Da lassù non ci eravamo accorti del pericolo che minaccia le premesse di una civiltà della certezza.
Gli stessi colori che i pittori portavano al primo appuntamento non servono più: affondi il pennello i n quella che credi buona sostanza per rappresentare, la penna per tracciare una linea nel cuore della civiltà, ma non viene su nulla: scrivere una cosa è ripeterla in cerchio, dipingerla è nasconderla.

 
 
 
 
 
 
Qui si ritorna, dopo giri del mondo
obbligati da un’incipiente impazienza
volta ad assecondare le illusioni.
Un confronto attende i nuovi paesaggi
in momenti di abbandono tra rigorose salite.
Era necessario partire? Uscire dal seminato
dalla cerchia delle mura?
Attraversare parti senza luce
che era meglio lasciare nel sonno?
Ritorniamo sprovvisti di argomenti e giustificazioni:
non sempre partire produce un beneficio
conduce ad una meta.
 
 
 
 
 
 
Quale viaggio?
Non ti accorgi che è già tutto fuori mano?
Praterie bruciate, città innalzate troppo in alto
mondi sommersi da dissennate controversie
sul concetto di realtà.
Niente ci sopravvive,
un immaginato senza circostanza
insegue il nostro battito
che non ha più forza di fermarsi
accettare questa condizione
di indeterminato silenzio.
Vivere può essere un male
se non sappiamo ritornare
oltre questo far finta di nulla.
 
 
 
 
 
 
Prova a chiamare al telefono una donna
che non sa perché chiami.
Ti risponde dalla terrazza di un abisso
e vedi che lassù le cose hanno altri nomi
i sorrisi altri significati.
Richiamerà per dirti quanto vicina è al cielo
e in controluce pare circonfusa di aspettative
di speranze non suffragate.
Come possiamo solo cominciare
se non sappiamo che i complementari
possono nascondere i contrari?
Non sono le lingue diverse la difficoltà
ma l’esserci arrogati i diritti di nascita
che non ci spettano.
Io uomo, lei donna a tutti gli effetti
col suo corollario di maternità.
Lei bella donna coi tacchi
e viceversa in preda all’ansia
dello scadere dei termini.
Io capovolto e speculare
in preda a una natura insidiosa vorrei toccarle
i punti prediletti
poi faccio progetti di vecchiaia.
Non ne veniamo a capo
siamo troppo previdenti
troppo informati su tutto.
 
 
 
 
 
 

Nella rassegna delle altre possibilità (dopo amori maldestri, fallimenti matrimoniali e matrimoni fallimentari) per poco scorre un volontario vaniloquio: «Vieni qua, dài stringiamoci la mano per interesse reciproco», strade che si uniscono per lodevoli scopi giustificati da altri, dagli affari internazionali del quieto vivere in assenza di termini.

 
 
 
 
 
 
Finita la cena, dopo le strette di mano
i sorrisi alla folla dei conoscenti giudicanti,
mi chiedo se sotto le cose
che dovrebbero essere e non sono,
c’è un punto
una cosa qualunque che rimane
una cima sulla valle tramontata
una promessa quando ancora
non sapevamo del futuro.
Mi chiedo se finita la cena
un seme è rimasto nella sera estiva
ognuno ritardando per sé
nel serio ripiegare sulle proprie memorie.
 
 
 
 
 
 
Cercando soluzioni sulla carta
si è constatato che non c’è via
per suffragata rettitudine,
che corrotti nei sentimenti,
malati di perfidia e maldicenza
siamo pronti al taglio
della lama dell’angelo.
Ma poi senti che qualcosa canta
qualcosa insiste nel frastuono
porge un gratuito silenzio
ribadisce un dolore…
spettinata tenerezza che non torna.
Su quel getto in fuga
suono uniforme della maledizione
la voce improvvisa
sequenze non interpretate
rimette in gioco…
la parola, l’immagine
ricominciamo.
 
 
 
 
 
 

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