Quando sono piena di formiche – Antonella Antonia Paolini

Prologo
 

Formiche. Una sensazione di formiche nel buio, mi attraversano il viso, il corpo, scendono e salgono sulla bocca, sul collo, sulle braccia, sul seno, sui polsi, entrano ed escono dalla camicia, si infilano ovunque; non le vedo perché è buio. È buio e scritto qui dove sono. È buio e stretto qui dove sono. Non so quanto tempo sia trascorso, devo essermi addormentata.
Mi fanno male le nocche delle mani. La gola.
Ho gridato. Ho bussato, battuto sulla superficie che mi schiaccia da tutte le parti.
Anche se spalanco gli occhi non riesco a vedere nulla, si divaricano per cercare una fonte di luce, ma ho la impressione del fresco sulle cornee senza che mi rimandino immagini.
Sono una cosa elettrica senza elettricità. Una casa in blackout.
Quando resto al buio ho un sentore di metallo in bocca e perdo l’appetito.
Riprendo a battere forte, le mani mi fanno male; continuo.
Smetto.
Sento il rumore del mare o forse di un motore lontano.
Ora sono ferma, però. Non mi par più d’essere chiusa in una cassa gettata nell’acqua. Non si muove niente qui se non queste formiche. Mi entrano negli occhi, continuano ad arrampicarsi, mi accorgo di schiacciarle contro la superficie.
Mi pare sia di legno, un legno pesante, la sua natura massiccia mi avvolge come, credo, una bara. Non ci ho pensato prima, eppure mi sembra così.
Ma come ci sarei arrivata in una bara?
Ho le mani gonfie. Tento di tirare anche un calcio come ho già fatto, ma poi non ci sono più riuscita per uno strano torpore. Ora riprovo più forte, ma resto al buio, tento ancora, invano.
Piango.
Credo di essermi addormentata di nuovo. Ho freddo. Le formiche non smettono di percorrermi.
Do un altro colpo. Buio. Un altro. Buio. Un altro ancora. Buio. Un colpo e un calcio. Un calcio e un colpo.
D’improvviso la luce penetra e mi acceca. Lo sportello si è aperto e si è richiuso. Un altro colpo e si apre l’altro. Un altro sportello. Vedo il cielo su di me. Sento il mare più forte in gara con la luce e l’azzurro che non riesco a tenere, devo chiudere gli occhi. C’è vento. Cerco di alzarmi; le formiche continuano a camminarmi addosso.
Ne schiaccio qualcuna contro la camicia. Mi tiro fuori di qui e guardo: non ero in una bara, ma in un armadio, a due ante, con due specchi che riflettono me, il cielo, la spiaggia, l’immondizia e il mare. La camicia ha delle chiazze d’inchiostro nero e anche le mie mani, tumefatte.
Le formiche iniziano a lasciarmi. A guardarle bene non sono formiche, ma lettere, lettere che si muovono, strisciano sulle loro estremità come organi, animali con una vita propria.
I fogli che il vento disperde sembrano bianchi; ne afferro uno e invece vedo ch’era scritto ma che le lettere lo abbandonano. Migrano sulla sabbia, si dissolvono nell’acqua che le ha raggiunte e le restituisce come inchiostro che resta sulle conchiglie a chiazze.
Non riesco a ricordare come sono arrivata qui, ma sono sollevata, respiro, mi guardo negli specchi, mi riconosco.

 
 
 
 
La mia testa è un’autostrada affollatissima
piena di incidenti, di feriti;
di morti non voglio saperne stasera.
Sono stufa della(e) tragedia(e).
 
 
 
 
Ad A.C.
 
Scrivo continuamente scrivo, scrivo sempre,
solo nella mia testa
 
Quando sono piena di formiche
talune lucenti altre opache
che mi percorrono in lungo e in largo come
fossi un continente
e sono un cortile
mi escono dalle orecchie, dal naso
mi camminano negli occhi
allora io mi fermo e scrivo
 
Premute si riversano sui fogli
 
 
Mi disannèro.
 
 
 
 
Il macello moderno
 
Eccolo quel povero Cristo,
rarefattosi assottigliatosi all’inverosimile
autoscarnificatosi
 
la violenza della paura di fallire
ha lasciato tutto lo spazio al mancato ardire del fare,
a guardarsi non saper vivere e preferirsi
a quel giovinetto ardito e assetato di gloria
un’afasia lunga
che si chiamava timidità una volta
o superbia protervia
ma poi
ci si è canzonati abbastanza
ci si è fatti a pezzi ogni giorno
più risoluti di un Signor Super Io
una cura radicale
che avrebbe ammazzato un toro
non ci ha spezzati ma
piegati, piagati con la forza delle piaghe d’Egitto
e di quelle dei Monty Python
presi a sassate in faccia ridendosi
dietro con più forza e spietatezza
a tal punto che ogni nemico era bene accetto
molto più generoso
di noi con noi
sempre presi da noi a pietrate, lapidati, tanto che di noi
è rimasta l’ombra sul muro come dopo una bomba
un’ombra rossa che s’è seccata e ha preso di macello
ognuno compra della carne dove gli pare,
qui, sono rimaste solo le ossa.
 
 
 
 
Gente ubriaca a tutte le ore
nessuno sopporta più sobrio la vita.
 
 
 
 
Ci sono poesie che servono solo
a far germinare un’altra poesia che
sta in piedi da sola,
che risplende
sui cadaveri
di quelle altre,
disfatte per nutrirla.
 
Da Macello moderno, Antonia Antonella Paolini (Aragno, 2025)
 
 

Ho letto Macello moderno di Antonia Antonella Paolini velocemente, non distrattamente, non razionalmente. Devo dire nemmeno emotivamente. Per chi come me ricorda ancora il detto di alcuni anni fa la poesia deve dare un pugno nello stomaco, e ne ha preso motivatamente le distanze, questi versi appaiono (pur sempre nella direttrice interno/esterno) connotati da un marchio non esposto, un segno non gridato, quasi una cicatrice stretta nella mano. Escludendo la storia personale dell’autrice (che conosco pochissimo) c’è una frantumazione violenta di un io che diventa il vero e proprio soggetto (al posto dell’io stesso). Una frantumazione stratificata, ossessiva, quasi patologica, tanto da domandarsi se l’io è l’unità iniziale, l’autrice, o l’insieme disordinato dei frammenti.

Anni fa avevo una carissima amica (Rocío Bolaños, di cui il suo bellissimo La vida incierta, ne ho scritto qualcosa QUI) che aveva pubblicato un libro con in copertina delle formiche. Quel tratto nasceva da un fatto molto concreto: in bagno per un certo periodo aveva una colonnina di formiche tutte in fila che, quando la spezzava, si ricostituiva in altra direzione. E quello spezzarsi le faceva pensare alle varie fratture della propria vita che, in quelle formiche, diventava metafora. Antonia non si muove in ambiti molto distanti considerando le formiche come una proiezione del proprio io. Le camminano addosso, in un addosso che è sopra e sotto una pelle che è pelle/corpo/io. E che a tutti gli effetti la rendono corpo (esistente e percepito) diventando poi parole.

Ma le parole sono sempre solo una blanda espressione della complessità di ciò che siamo (e che avveniamo). Queste in Antonia restano trauma, attrito. Una combustione lenta che è sopravvivenza dell’io ma allo stesso tempo proiezione letteraria. Le parole, la lingua, sono un’invasione che fa sopravvivenza e ferita al contempo e da cui l’io emerge come corpo claustrofobico.

I versi si dimostrano capaci di intessere Leopardi, Ariosto, Valéry, Balestrini, innervandoli senza esposizione, riflettendoli senza vanità. Cogliendo quella che è la matrice reale e naturale della letteratura: il confronto. Non c’è tregua o rarefazione e già questa è lettura di una vita che non si addomestica.

Le formiche, dunque, sono lettere. La mente un luogo intasato. Il mi disannèro un termine che non indica solo il tentativo di liberamento/emersione dall’oscurità ma dalla saturazione stessa. Il Macello moderno è autoscarnificazione che dichiara l’infierire del sé su sé. In una sorta di lucidità corrosiva che evita ogni estetica e monumentalità del dolore.

La poesia serve a far germinare altra poesia, la poesia come morte e nutrimento di altra poesia. Rovine, scarti, ferite, che alimentano altre rovine, scarti ferite, dove l’io non ha scampo alla pressione circolare e ridondante d’essere sempre uguale a sé. Nessuno sopporta più sobrio la vita nonostante ci siano nette e strutturate sfumature d’ironia che tentano di rinsaldare.

Piegati, piagati con la forza delle piaghe d’Egitto / e di quelle dei Monty Python / presi a sassate in faccia ridendosi. L’ironia qui è tanto feroce quanto difensiva. Il male appare enorme, quasi biblico, ma la tragedia assume i connotati del grottesco, della dissacrazione. La parodia del sacro massacra e al contempo si deride. Una violenza amara di autoconsumo.

E quindi? Il Prologo già confessa tutto: Non riesco a ricordare come sono arrivata qui, ma sono sollevata, respiro, mi guardo negli specchi, mi riconosco. L’emersione dal macello dell’io frammentato che comprende che la sua natura, la sua identità, sono proprio quei frammenti doloranti, è consapevole del male onnipresente, del dolore che sta sopra e sotto il corpo, che è l’insieme delle formiche che come matrioske sono la molteplicità che contengono, consapevoli che è tutto un circolo da cui non si può fuggire e che preme.

Ma c’è qualcosa nel processo osservato, qualcosa che non salva del tutto e nemmeno consola del tutto. Ma c’è. E il vero problema non è tanto la frammentazione o il male o il dolore ma il riuscire ad accettare la compresenza, colloidale, di tutto. Accettando al contempo che noi siamo quel tutto.

Questa riflessione, nonostante e grazie al fatto d’essere stata portata all’estremo dall’autrice, resta valida per ogni lettore.

 
 
La datura, una natura
 
La natura della datura
è come quella di una madre fragile
e velenosa per debolezza,
debolezza delicata
dai petali sottili,
si apre solo di notte
la madre e non per la figlia.
È un soliloquio il suo che ha un sentore
di rimpianto.
Vissuta sempre morendo per la malinconia di non
saper vivere.