Massimo Morasso


 
Michele Paoletti intervista Massimo Morasso
 
 

Massimo Morasso è nato a Genova nel 1964. È poeta, saggista, narratore e critico letterario. Nel 1998 ha curato la riedizione del “Supplemento Letterario del Mare”, il foglio italiano di Ezra Pound. Nel 2001 ha scritto la “Carta per la Terra e per l’Uomo”, un documento di etica ambientale declinato in tesi che è stato sottoscritto anche da 6 premi Nobel per la Letteratura. Ha collaborato a molte riviste, letterarie e non solo, e ne dirige una. Fra le altre cose, ha pubblicato il ciclo poetico de Il portavoce (1995-2006), in più raccolte per L’Obliquo e Jaca Book, due libri apocrifi nel segno unico dell’attrice Vivien Leigh, una monografia su Cristina Campo e una su William Congdon. I suoi ultimi libri editi sono “Il mondo senza Benjamin” (Moretti & Vitali, 2014), “L’opera in rosso” (Passigli, 2016 – Premi Prata e Gozzano 2017), “Fantasmata” (Lamantica, 2017), “Rilke feat Michelangelo” (CartaCanta, 2017 – Premio Catullo 2018) e “Kafkegaard” (Lamantica, 2018).

 
 

Come nascono le tue poesie?

Io scrivo tanto, in generale, ma raramente in versi. Negli ultimi anni addirittura quasi mai. A differenza della prosa, in me la poesia, quand’è nata, lo ha fatto come risposta a un appello, quando delle tensioni interiori mi hanno predisposto all’ascolto di un “quid” che mi chiedeva con insistenza espressione, e, soprattutto, aspirava a una forma. Così, le mie poesie sono state quasi sempre il frutto di una lenta maturazione silenziosa, di un lungo tempo d’attesa che si è risolto, a un certo punto, in uno scatto mentale che mi ha spinto al gesto della scrittura. Per capirci, io non mi sono mai messo a tavolino con l’idea a priori di scrivere una poesia. Mi è capitato soltanto quando sono stato chiamato a concepire una poesia d’occasione, ed è stata sempre una grande fatica. Di solito, nei tempi di maggiore intensità e raccoglimento mentale, “qualcosa” si agita(va) in me, a poco a poco mi s’impone(va) alla coscienza, e… soltanto allora, per vie intuitive, mi porta(va) a sentire e pensare di doverne scrivere poeticamente – cioè a dire, insomma, mi porta(va) a impegnarmi per mettere a fuoco gli equivalenti linguistici in grado di dare a quel qualcosa una voce, la sua propria voce.

 

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Non è facile rispondere a questa domanda. Io sono stato e (forse ancora) sono un lettore onnivoro, di molte tradizioni, anche “antiche”: sento molto più vicina a me, e fertile anche per l’oggi, la poesia di un Cavalcanti, per esempio, rispetto a quella praticata, appena ieri, dal mio concittadino Sanguineti, con tutte le sue arguzie, o quella di tanti autori a me contemporanei apparentemente influenti, dei quali niente, col tempo, resterà… Credo, in realtà, che le “gerarchie” novecentesche e post-novecentesche che possono sembrarci acquisite, se non inalterabili, debbano essere sottoposte a re-visioni profonde. I critici e gli storiografi hanno spesso occhi distratti: la vicenda carsica e marginale della poesia “minore” è interessante almeno quanto quella che l’accademia e le antologie più à la page ci raccontano.

Le mie “influenze” sono le più diverse, e tenderei a ricondurle alla vita dalla quale esse derivano. Amo i poeti proteici, che non si saziano di percorrere una sola via stilistica, e amo i poeti nei testi dei quali si avverte con autorevolezza che la poesia non è semplicemente uno spazio d’espressione di sé, ma una vera e propria caccia metafisica. Sul piano dell’esperienza vissuta, faccio un nome che vale per molti: Mario Luzi. Conobbi Luzi di persona quand’ero ancora minorenne, e da allora è stato sempre un faro, per me, in molti sensi.

 

La tua attività di traduzione è molto intensa. Ricordiamo Yvan Goll, Chaplinata, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 1995; William Butler Yeats, Calvario. La Resurrezione. Purgatorio, Società Letteraria Rapallo, Rapallo, 1995; Yvan Goll, La rivolta di Giobbe (con testo di Erri De Luca e immagini di Giorgio Bertelli), Edizioni L’Obliquo, Brescia, 1998; Ernst Meister, Poesie scelte, Il Cobold, Genova, 1999 e, più di recente, i saggi di David Jones e i manifesti di Yvan Goll pubblicati sui numeri 2 (2017) e 3 (2018) di “AV”, la rivista che dirigi. Come affronti un percorso di traduzione?

La prima cosa che tengo a sottolineare è che ho tradotto soltanto per “elezione”, mai per mestiere. Il tradurre la parola poetica nel senso etimologico del “trasportare, trasferire, spostare (da un luogo all’altro)” per molti anni è stata una necessità, oso dire una ragione di vita. Per cui, tradurre, per me, lo dico in metafora, ha sempre significato mettermi alla prova nel tentativo di generare dei figli che nascessero da un atto d’amore, e fossero i frutti di una lunga e saporosa conoscenza. Ho tradotto e traduco soltanto dei poeti con i quali ho avuto vivaci, non sporadiche relazioni. Fra alti e bassi, il mio rapporto con il franco-tedesco Yvan Goll e i suoi testi, per esempio, dura da più di 25 anni!

Per il resto, riassumendo tutta una serie di questioni artigianali, direi che, quando traduco, lavoro con l’intenzione di non sovrapporre il mio tono a quello, o a quelli, degli originali. Ma tradurre, si sa, è letteralmente impossibile – la pura lingua della ritrovata “equivalenza” è un’utopia, una sorta di Terra Promessa del mediatore linguistico -, e traducendo, perciò, non bisogna farsi troppe illusioni. Anche nel migliore dei casi, ciò che si otterrà nel testo di arrivo non sarà che un simulacro, una “somiglianza” di quello di partenza, e delle sue qualità più fini.

 

Quanto l’attività di traduzione “contamina” la tua attività di scrittura poetica?

Non la contamina, ma la feconda. Nel senso, soprattutto, che traducendo mi è capitato di assimilare almeno un po’ dell’energia spirituale che era stata oggettivata nei testi ai quali stavo dedicando la mia attenzione: un’energia trasformativa, che può avermi aiutato a indirizzarmi verso il mio personale destino creativo.

 

É appena uscito per Interno Poesia American Dreams. Vuoi raccontarci com’è nata questa nuova raccolta poetica? Qual è stato il percorso di scrittura?

Si tratta di un libro molto particolare, che accosta la mia scrittura poetica a un paesaggio del tutto

inedito per me, quello della poesia satirica. Che ha una lunga e benemerita tradizione altrove, e lungo i secoli naturalmente anche da noi, ma che ai giorni nostri in Italia è poco e/o in malo modo praticata.

Il percorso di scrittura che mi ha portato a “definire” i racconti in versi che ora danno corpo alla

raccolta è stato assai accidentato. I miei “sogni americani” si sono trasformati nel tempo, in quantità e qualità. Ne ho scritti più di 50, e alla fin fine mi sono deciso a pubblicarne 24. Un terzo di essi erano già comparsi, ma in una versione in prosa, nel mio zibaldone meta-narrativo Il mondo senza Benjamin, che uscì per Moretti & Vitali nel 2014.

 

Come scrivi nella nota alla fine di American Dreams, la prima stesura del libro risale al 2005. Perché hai aspettato quasi 15 anni per pubblicare questa raccolta?

La storia editoriale di qualunque scrittore di destino è cosa ben diversa dalla storia delle sue scritture. Lo iato fra la generazione di un’opera e la sua restituzione pubblica tende ad aumentare quando quello scrittore non è stato toccato dalla dea Fama, e non ha fretta di pubblicare, né contratti da rispettare. In effetti, la gestazione dei miei inediti è sempre stata lunga, per via della commistione operativa fra una naturale appartatezza e l’obbrobrio che mi ispira non dico il carrierismo letterario, ma, ancora prima e più indietro, l’idea stessa della voluttà auto-promozionale, con tutti i suoi ridicoli, indignitosi corollari.

Io, per molti anni, traumatizzato dall’aver dato alle stampe un poemetto immaturo, a inizio secolo, che ormai ascrivo volentieri alle mie “juvenilia”, non ho mai cercato un editore: è capitato, piuttosto, che gli editori mi arrivassero, tramite endorsement, come si dice oggi, o per via di amicizie e felici circostanze occasionali. La caccia spirituale, cioè la terza parte de Il portavoce (1995-2006), uscita nel 2010 con Jaca Book, l’avevo già scritta quasi dieci anni prima, e se Roberto Mussapi, bontà sua, non si fosse interessato alla sua pubblicazione, magari sarebbe rimasta nel mio “cassetto” virtuale ancora per qualche anno, chissà mai. Lo stesso, è capitato poi anche con Il mondo senza Benjamin, che Giancarlo Pontiggia lesse in brogliaccio e mi propose di pubblicare nella collana di saggistica che dirige per Moretti & Vitali… Soltanto con L’opera in rosso e American Dreams, appunto, a “muovermi” in prima persona per trovare un editore sono stato io. A spingermi a questa infrazione alla mia regola di passività attiva, c’è più di una ragione sentimentale: L’opera in rosso volevo pubblicarlo presto, senza porre tempo in mezzo, perché è anche un omaggio ai miei genitori, che sono, in morte, gli ispiratori e i protagonisti del libro, e volevo fortemente pubblicarlo nella collana di Passigli che ha fondato Mario Luzi, il mio maestro e amico cui, forse, genitori a parte, devo più di tutti: Fabrizio Dall’Aglio ha accolto subito la mia richiesta, il che ha fatto sì che fra la scrittura e la pubblicazione dei testi che compongono quel libro cruciale siano passati soltanto due anni… Mentre non ho idea, in verità, della ragione che l’anno scorso mi ha indotto a proporre la pubblicazione di American Dreams ad Andrea Cati di Interno Poesia. Il catalogo delle sue belle edizioni pullula di autori giovani o giovanissimi. Può darsi che c’entri, dunque, il presentimento di una senilità incombente, e il desiderio di sentirmi parte, ancora, di una “compagnia” piena di futuro? Non so, non penso. Spero di no… La cosa strana, per me, non è tanto che American Dreams veda la luce a quasi quindici anni dalla sua prima idea, dopo averlo scritto, riscritto e ri-formato più volte come una sorta di controcanto giocoso in margine al lavoro maggiore del Portavoce, ma il fatto stesso che veda la luce. Suppongo che in qualche lato a me oscuro di me sia nata la voglia di distaccarmene per sempre, e far vivere i miei sogni made in USA di una vita tutta loro, finalmente distinta dalla mia.

 

Come hai scelto i vari personaggi (e non) a cui dare voce?

Anche qui, non so bene cosa rispondere. Fra gli io narranti dei miei racconti in versi c’è davvero di tutto: esseri umani, moli, animali, prigioni, siti web, crateri, aeroplani, personaggi delle letteratura e del cinema. Devo averli scelti “singolarmente” fra i mille possibili che abitano il mio immaginario senza un vero e proprio perché, da buon flâneur del sogno della scrittura – e devo averli scelti “tutti insieme” per raccontare la negatività del presente, il disorientamento spirituale della nostra epoca spaventosa, e l’attesa di una rigenerazione che forse non avverrà.

 

Nel testo Facciamo che io ero Scarlett O’Hara, il personaggio se la prende con l’attrice, Vivien Leigh, che l’ha impersonata al cinema. Nel 2005 scrivevi Le poesie di Vivien Leigh. Canzoniere apocrifo, Marietti, Genova-Milano. Questa poesia vuole in qualche modo chiudere il cerchio?

C’è una parte non piccola della mia produzione creativa dove il dominus è Vivien Leigh. Oltre alla raccolta di poesie, in giro sugli scaffali dei miei venticinque lettori ci sono anche un libro di racconti, un epistolario “falso” e tutta una serie di aforismi, appunti biografici e abbozzi narrativi leighiani, disseminati in vari libri. Per quanto posso dirne io, la mia Vivien Leigh non è un “personaggio”, né un alter ego, o una figura d’Anima in senso junghiano. Mi sembra che il concetto di “segno unico” espliciti qualcosa di essenziale della sua natura: Vivien Leigh è un nome, cui corrisponde un fantasma, un’immagine di pensiero della donna in carne e ossa che è stata un’attrice sublime, ha vinto due premi Oscar ed è morta di tubercolosi nel 1967. Con esso, con quel segno unico, ho portato avanti per anni su un piano apparentemente (auto)biografico la stessa ricerca di chiarificazione identitaria che stavo azzardando intanto, in una direzione linguisticamente “impersonale”, nei versi in più libri che fanno Il portavoce.

A me pare che anche il monologo di Scarlett O’Hara ci dica di come il sogno della letteratura possa rovesciarsi nell’incubo della vita fraintesa. E di come il sogno più vero sia sempre, alla fine, il sogno della rinascita.

 
 
 
 
Facciamo che io ero Ellis Island
 
Facciamo che io ero Ellis Island.
E facciamo che all’inizio del secolo scorso
le mie tettoie e gli uffici della dogana
sui moli dirimpetto alla Statua della Libertà,
svettante altissima all’altra estremità di Manhattan,
erano un gigantesco spazio scintillante stipato di corpi,
un gigantesco, strabordante serbatoio di speranze.
E facciamo anche
che il mio Centro di Immigrazione
era diventato un luogo d’incubo, gelido d’inverno
e insopportabilmente afoso in estate,
un interregno a metà fra l’umano e il disumano
i cui angeli tutelari erano i Medici di Servizio,
una schiera interminabile di funzionari
affaccendati fra registri, timbri, corpi
e Inspection Cards.
Questa sottospecie di arconti,
con un tratto di gessetto su una schiena
erano in grado di orientare il corso di una vita,
e, più in là lungo la storia,
di decidere la sorte di una stirpe,
o l’estinzione, addirittura, di un cognome.
PG stava per donna incinta,
K per ernia,
X per problemi mentali.
Il segno più temibile era X,
se è vero che il regolamento d’accoglienza
recitava con imperturbabile cautela:
“I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti
e tutti coloro che soffrono
di malattie contagiose,
aberrazioni mentali
e qualsiasi altra infermità
sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano”.
A quel tempo, la mia Sala di Registrazione
era un’enorme arena in subbuglio,
un alveare di derelitti attraversato da un ronzio
fatto di decine di linguaggi diversi, sordi l’un l’altro.
Era una specie di graveolente, babelica
fabbrica internazionale di destini
percorsa da un fremito
che ventimila piedi ogni giorno producevano
pestando, strisciando, strascicando,
scalpitando sul lastrico di pietra
sotto alle panche, da un mugghiare di impazienza
irrigidito nell’attesa di un responso positivo –
un verdetto che, alle spalle di uno strano tempo dilatato
che in poche ore raccoglieva il peso e la fatica di anni,
poteva significare la prosecuzione del sogno,
oppure, tutto al contrario, la miseria
senza remissione, la miseria definitiva.
Del due per cento che veniva rifiutato
molti si tuffavano in mare, cercando
di raggiungere la terra ferma a nuoto.
Non era, il loro, che un suicidio per disperazione.
Io, però, ho sempre pensato che fosse soprattutto
un gesto di coerenza verso il proprio immaginario,
e del miraggio di libertà che lo animava.
Del novantotto per cento
che riusciva a dimostrare di essere
in condizioni di lavorare
e dunque di mantenersi,
alcuni, prima di lasciare l’isola,
non riuscivano a trattenere un urlo di giubilo,
un breve urlo vittorioso, vibrante, irrefrenabile,
il proprio futuro adorando
nell’idea dell’America.
 
 
 
 
 
 
Facciamo che io ero Marilyn Monroe
 
Facciamo che io ero Marilyn Monroe.
E facciamo che un talento prossimo al genio
come Truman Capote scrisse di me
che ero un’esplosione di sesso al platino
che aveva raggiunto fama universale.
E facciamo anche che quando chiesi a Capote
cosa avrebbe risposto
se qualcuno gli avesse domandato
come era veramente Marilyn Monroe
lui mi disse che avrebbe risposto
che ero una bellissima bambina.
 
 
 
 
 
 
Facciamo che io ero Scarlett O’Hara
 
Facciamo che io ero Scarlett O’Hara.
E facciamo che la Mitchell, quando mi inventò,
non avrebbe mai pensato che sarei diventata
un’icona del cinema
grazie al musetto attiraschiaffi
e alle civetterie di un’inglesina opportunista.
A settant’anni di distanza dal film,
non mi sono ancora convinta
che quello di Vivien Leigh fosse il modo giusto
di impersonare il mio carattere.
In Via col vento scritto, io sono una donna
trattata crudelmente dal mondo e dal destino,
una sopportatrice cui, alla fine,
si desidererebbe avvicinarsi
senza troppe cerimonie per chiederle:
“Dimmi, hai sofferto tanto?”
Nel film, insopportabilmente,
quell’isterica della Leigh
ha fatto di me una sorta di immorale, fanciullesca apparizione,
un fuoco d’artificio inestinguibile,
più duraturo, si direbbe, del destino stesso.
Così, dopo la morte prematura della mia autrice,
mi sono dovuta abituare a tenere silenziosamente
per me quello che credo di essere.
Una persona come un’altra,
che ha avuto un’infanzia felice,
che è stata ricca di speranze,
i cui piedi l’hanno portata per tante strade
lungo una vita piena di fatica,
braccata dall’incubo della storia
e dal crollo di tutte le illusioni d’amore.
Non sarebbe stata la cosa più semplice del mondo
dare espressione anche davanti a una macchina da presa
a quella serietà dell’anima in cui mi riconosco?
So bene anch’io che a volte la bellezza
può offuscare la verità di un carattere.
Ma ciò che mi fa orrore,
e che non mi consentirà di perdonare la Leigh,
è che io stessa, fissata ora e per sempre
in quella maschera furbesca e birichina,
guardo il mio volto in uno specchio
che non ne restituisce i tratti.
E il mio non-riconoscermi
corrisponde a un’altra dura assenza
da vivere, da sopportare.
 
 
Poesie tratte da American Dreams (Interno Poesia, 2019)
 
 
 
 

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