Marina Cvetaeva

Marina Cvetaeva

 
 

Dice Marina: “Tra un poema e l’altro gli intervalli sono meno frequenti, da un poema all’altro la ferita si rimargina. I poemi – ricorda Schmidt – sono qualcosa di “stable”, “fixe”, le poesie – roba di una volta sola, di un giorno, come il furto con scasso di un’ora felice”. Ed ecco quindi una scelta tra i primi poemi. Con l’introibo per segnalare l’argomento. Qui sono, nell’edizione Einaudi bianca, i proemi di poemi degli Anni Venti che attestano l’esistenza di un mondo interiore sterminato. Sette poemi ha il libro, scelti tra i ventuno: della prima fase dell’emigrazione. Un sentimento che la accomuna a Majakovskij. Ogni raccolta di liriche sottende al desiderio di un poema. Marina Cvetaeva è nata a Mosca nel 1892. Dopo la rivoluzione lascia la Russia e va prima a Praga, poi a Parigi. Rientra in Urssnel 1939. Muore suicida nel 1941.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Poema della montagna
 
“Amato! Ti sorprende questo discorso?
Tutti coloro che si separano parlano
come ebbri, e amano la solennità”.
 
 
 
 
 
 
DEDICA.
 
Trasalirai – ti scrollerai montagne,
e l’anima – ascenderà.
Dello strazio lascia che io canti:
della mia Montagna.
 
 
 
 
I.
 
Come torace di recluta falciata
D una granata stava la Montagna.
Labbra di “vergini” esigeva
La Montagna, e reclamava
 
Consacrazione di sponsali.
Ricacciava e sfidava, la Montagna!
Oceano di un urrà che a sorpresa
dentro la valva auricolare scrosci.
Come tuono era la Montagna!
Invano stuzzichiamo i titani.
L’ultima casa di quell’altura
al limitare del borgo, ricordi?
 
Quella Montagna figurava – mondi!
A caro prezzo Dio concede pace!
Dalla Montagna principiò lo strazio.
Sulla città incombeva, la Montagna.
 
 
 
 
 
 
Poema della fine
 
I.
 
Ruggine, latta – il cielo,
e l’indice di un palo.
Nel punto fissato sbuca,
come il fato.
 
Meno un quarto. Giusto?
La morte non aspetta.
Oltremodo sinuoso,
lo stacco della tesa.
 
Ogni ciglio una sfida,
labbra tese.
Oltremodo ossequioso,
il suo inchino.
 
Meno un quarto, Preciso?
La sua voce è mendace.
Il cuore si arresta: cos’ha?
Il cervello: segnale!
 
 
 
 
 
 
Dal mare
 
Vengo col vento Nord-Sud
(lo so che non esiste,
ma se serve – esiste!),
con panni da viaggio,
 
– per-aere-vorticando,
scheggia a rotta di collo! –
Il sogno tre minuti
dura. Mi affretto.
 
Con chi tu sia a letto
non bado!- Tre minuti.
Da Oceano – ben più a lungo
Viaggerei- fino a Mosca!
 
Tragitto di fortuna.
Veloce, saettante:
nel mio nel tuo sogno
salto precipitando.
 
 
 
 
 
 
Tentativo di stanza
 
Pareti. Stanziali. Prima di me
Enumerate. E tuttavia – mattana,
caso? Tre sole ne tengo a mente
d’una quarta non sono garante.
 
Stando di schiena alla parete,
chissà? Può “esserci”, e può “non
 
esserci”. Non c’era. Ventata. Cos’era?,
se non parete – oltre la schiena?…
Quello che “non” aggrada. Dispaccio
Da Dno: Zar arreso. Non solo da missiva
 
Arriva, la nuova. Fili-corrieri,
da ogni dove e da ogni quando.
 
Stavi suonando il piano? Ventata.
Folata. Turbinio, a mo’ di vela.
Dita – ovattate. Suonata che svola.
(non lo scordare – il tuo è il nono).
 
Per la parete evanescente ho un nome:
parete di schiena ricurva
 
sul piano. Oppure – allo scrittoio,
o ancora – che armeggia al rasoio
(così – la parete – procede:
allo specchio – in corridoio
si muta. Sbirciato: – “transitato”.
Sgabello transitante vuoto).
 
 
 
 
 
 
Poema della Scala
 
Effimero buffetto
Su scala traballante.
Effimero rossore
 
Del viso sotto il trucco.
Effimero – l’incanto:
né domani, né saluti.
 
Effimero allacciarsi
su scala pericolante,
su scala tentatrice
 
Dove a notte non dormi,
ogni scala è cascata –
 
per l’Ade…
                 -lungo effluvi di verze!
Quasi a soli declivi arrangiata,
quasi a più commiati (Vita? – Vampa!)
 
Da bocche di rosa precipitati –
Talvolta scordiamo i saluti.
Di quelle labbra lasciando il reame –
Chi – mai – scorda i congedi.
 
 
 
 
 
 
Per l’Anno Nuovo
 
Buon Nuovo Anno – mondo – limbo – riparo!
Prima messiva a te nel nuovo sito
– come pascolo erboso equivocato –
(ma è ritrito…) assordante, risonante,
come di Eolo inabitata torre.
Prima missiva a te dalla mia patria
di ieri, in cui senza te mi affliggo,
che per te solo un astro tra mille
è ormai… Legge di dipartita e ritiro:
vuole che la diletta sia reietta,
qualunque, l’inusitata – insistente.
Ti racconto come della “tua” ho saputo?
Non sconquasso, non slavina.
Arriva uno – qualunque – (il diletto sei tu). La più deplorevole nuova,
– Su “Novosti” e “Dni”. Lo scrive, un pezzo?
-Dove? – In montagna. (Lini. Finestra
tra i pini). – Non legge i giornali?
Lo scrive? – No. – Ma… – Mi esoneri.
Ad alta voce: arduo. Tra me: non tradirò Cristo.
– In Sanatorio. (Paradiso a nolo).
– Che giorno? – Ieri. O ieri l’altro.
All’Alcazar verrà? – Non credo.
Ad alta voce: i figli. Tra me: non sarò Giuda.
 
 
 
 
 
 
Poema dell’Aria
 
Distico dell’Inizio,
è questo. Primo chiodo.
Uscio palesemente silente,
come uscio con dietro l’Ospite
Fisso – quale ferale abetaglia
all’ingresso (uso a vedove noto) –
traboccante pace,
come Ospite con dietro la voce
del padrone di casa, la sua
solerzia. Diciamo pure:
traboccante condiscendenza,
come Ospite con dietro il cenno
della padrona – “fiat obscuritas” –
strale che i servi sorvola!
Ectoplasma o vivent –
Come Ospite con dietro il colpo
assoluto, che di nessuno
è alla portata – di questo, si muore –
del cuore della padrona,
betulla sotto la scure.
(In mille schegge è il vaso
di Pandora, scrigno di assilli!)
Entrano, innumeri, – “i venienti”,
ma chi pur senza il colpo – aspetta?
Certezza nell’udito,
nell’ineludibile. Tutt’uno col muro,
certezza nell’orecchio
che ribatte. (La tua – in me).
Chiaroveggenza di ingresso.
 
 
 
 

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