Anteprima editoriale: Alla fine del giorno – Alessandro Catà


Alla fine del giorno, Alessandro Catà (Moretti & Vitali, di prossima uscita, collana Fabula, prefazione di Giancarlo Pontiggia).

«Catà non rinuncia alla dizione affilata e al rigore verticale della parola, che è stato sempre il sigillo della sua poesia» leggiamo dalla quarta di copertina firmata da Giancarlo Pontiggia. E ancora dalla postfazione di Sebastiano Aglieco: «È un libro sul lutto questo, sulle immagini del lutto e di ciò che si contorce, come un girotondo, intorno alle forme di uno stato psicologico alterato: pensieri che producono immagini e simboli, forse provenienti da altri mondi, non lo sappiamo, o che abitano da sempre in noi stessi».

Il libro è diviso in quattro sezioni: Qui dove siamo, La scuola di tutti, Nord e Alla fine del giorno. Il Poeta apre la porta del linguaggio su uno scenario straniante, dominato da una «malia di voci», parole che si rincorrono precise come in un quadro di Escher, minute esatte nelle quali compaiono, come in una natura morta, gli oggetti «Uno alla volta, intorno, gli oggetti / accadono, si sporgono dalla / scultura di sé». Si può dunque pensare di essere nel reale, in una dimensione spazio-tempo connotata, ma allargando lo sguardo sulla pagina, ecco che i piani si mescolano, si ribaltano e dal centro si stagliano vie di fuga dove ciascuna retta insegue la propria prospettiva quasi incurante, ma coesistente, con le altre.

Alessandro Catà ci conduce attraverso un viaggio linguistico che non frattura la parola, ma la integra “quadro nel quadro”, verso dopo verso, una struttura che costringe il lettore a entrare porta dopo porta, a indagare spazi, a viaggiare al contrario nel tempo riflesso in uno specchio, a restare immobili mentre intorno le parole sfrecciano a una velocità supersonica. Ci troviamo «in un pomeriggio astratto» dove domina il colore, il bianco stratificato nella neve del Nord ci appartiene, come se fosse la nostra storia, le esperienze che, accumulate negli anni, ci identificano, ma che ci ricordano anche di ere che abbiamo perduto per sempre «il colore di una lingua estinta».

Dalla quarta di copertina del libro: disegno di Milo De Angelis (17 dicembre 1994) fatto in regalo a Matilde Iarlori, detta per gli affetti e amici Tilde, moglie di Alessandro Catà, a cui è dedicato il libro

In questo quadro astratto, dove non esiste una prospettiva centrale e domina il bianco, quando l’autore sente di stare per uscire definitivamente dal piano sintattico del reale, si ancora alla parola materica «Tormenti le chiavi senza motivo» e alla parola esatta della fisica ̶ Alessandro Catà ha insegnato fisica, ha scritto e lavorato con installazioni scientifiche riguardanti la natura della luce e la misura della sua velocità – . Compare la durezza del ferro «l’acciaio delle navi spezzate dal morso del ghiaccio», «il coltello», «la lancetta», così come compaiono lame metaforiche che tagliano e nodi che stringono e che segnano i momenti salienti dell’esistenza.

Il reale può portare immagini ingannevoli, come il gambo del fiore che pare spezzato immerso in un bicchiere d’acqua, e il rischio, se si ignorano le regole della fisica e se non si maneggiano gli strumenti della scienza, è di vivere senza consapevolezza di ciò che è reale «La luce curva in cui voi esistete ‒ castelli in aria».

Nell’ultima sezione, Alla fine del giorno, tutto si ricompone in una pagina bianca, torna la materia e il pensiero, sotto forma di pulviscolo. La macchina da presa del Poeta rallenta e si ferma nel momento del dolore, nomina «la fede al dito» per fermarsi successivamente in «Preghiera» a contemplare ciò che non è più, ciò che divide la parola che pronuncia dalla parete “aldilà”, dove tutto è silenzio e senza luce. Le parole piangono spontanee lacrime su una panchina, parole che alla fine vengono ricacciate indietro, che l’autore non pronuncia.

Il libro si chiude con il contrasto tra il colore nero « ed esce sangue nero / del colore / del giorno della tua morte» e il bianco della neve « unica luce che conosco», forse una luce di speranza per riuscire ad andare avanti anche senza chi non c’è più.

Elisa Longo

 
 
 
 
Notte insonne
 
Notte profonda e insonne.
Vagando, scrutando l’anima
curva sul tavolo, assorta su
quell’inutile disegno di girasoli
stampati sulla tovaglia
per allietare chi?
Uno alla volta, intorno, gli oggetti
accadono, si sporgono dalla
scultura di sé.
Battiti di un orologio sparsi lungo
i cristalli della notte.
Riappare il viso smarrito
di pallide esistenze
vissute dietro a un vetro.
Si stacca un raggio, lontano, al largo
dell’Adriatico, un raggio che tinge
di porpora la parete.
Cadrà la data di una vittoria.
Nel calendario, spunterà
il giorno di qualche beato o santo.
 
 
 
 
 
 
Zona fredda
 
Bianco su bianco. Come se fosse
il vuoto, il colore di una lingua
estinta, la neve di quest’anno
sopra la neve dell’anno passato,
per sempre, lassù, nel grande cerchio,
alla foce della Lena.
Devi esserci stato. Devi aver visto
l’acciaio delle navi spezzate dal
morso del ghiaccio, la forma
della purezza estrema. Occhi senza
lusso, fermi, che ti fissavano
dal cuore di una tempesta magnetica.
Occhi di una fanciulla siberiana.
 
 
 
 
 
 
Deriva
 
Indaghi, chiedi conto alla bussola
e alla sua malattia. Almanacchi
sulla rotta sbagliata, sulla deriva
lungo le coste di quella terra
incognita.
Rimuovi l’ago e il quadrante;
smonti< cerchi, pezzo per pezzo,
la pazzia.
Ma nella bussola non trovi
niente, solo nodi stretti. Soltanto
lampi della tua frenesia.
 
 
 
 
 
 
Il biglietto giallo
 
È l’ora di chiusura, ma tu sei
ancora nel museo infinito
e parli alle ombre.
«Chi eri? Che data,
che giorno, è mai questo?»
Ma nessuno risponde ‒ sei solo.
Tormenti le chiavi senza motivo.
Estrai dalla tasca un biglietto
giallo
 
 
 
 

Alessandro Catà è nato nel 1951 a Porto San Giorgio, nelle Marche, davanti al mare Adriatico. Ha scritto in poesia Blocco riassunto (Corpo 10, Milano 1991), L’ordine del respiro (La Vita Felice, Milano 2007), Ascoli, poemetto in prosa con foto di Mario Dondero (Marte, Colonnella 2008), Continenti persi (Moretti & Vitali, Bergamo 2013). È nel Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020 curato da Mario Fresa (Società Editrice Fiorentina, 2021) e nell’antologia La poesia delle Marche, Il novecento e oltre di Guido Garufi (Affinità Elettive, 2021). Nel 1991 e nel 1994 ha curato, per le edizioni Trifalco di Roma, due antologie di poesia sui temi della Notte e del Viaggio. Ha pubblicato La luce, opera composita di poesia, scienza e arte (la Palma, Palermo 2000). È autore di scritti e installazioni scientifiche riguardanti la natura della luce e la misura della sua velocità. Ha insegnato fisica.