Oblò / Portholes – John Taylor


Oblò / Portholes, John Taylor (Pietre Vive Edizioni 2019, traduzione di Marco Morello, illustrazioni di Caroline François-Rubino, postfazione di Franca Mancinelli).

 

Pietre Vive Edizioni, ormai noto editore di piccole chicche letterarie che da anni non passano inosservate (si ricordano Fuori fuoco di Mimmo Pastore, Approssimazioni e poi Approssimazioni e Convergenze di Sergio Pasquandrea, Nulla sanno le parole di Daniela Gentile, Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato) pubblica con la tradizionale commistione di poesia e arte Oblò / Portholes di John Taylor.

Libro che lascia in prima battuta stupefatti per la rarefazione del verso che l’Editore, in maniera intelligente, sfrutta gestendo il testo a fronte nella medesima pagina:

Oblò / Portholes - John Taylor 1

Operazione riuscita che permette un immediato confronto tra le versioni, anche quando non sono perfettamente coincidenti:

Oblò / Portholes - John Taylor 2

L’opera, che ha come coordinate temporali (indicate a fine testo) Samos, August 1976 – Bessans, August 2014 si sviluppa nella forma di scatti, di sguardi attraverso un oblò che, caratterizzato dall’essere punto di osservazione in mare, sposta continuamente l’incertezza, la precarietà del passaggio tra notte/giorno buio/luce in un piano esistenziale che domanda la propria esistenza, senza nemmeno mai completare la domanda.

 

Franca Mancinelli, in postfazione, scrive:

“Non sappiamo qual è l’inizio e la meta del viaggio, siamo nell’aperto del mare, con l’orizzonte come unica linea certa, mentre ogni altra immagine affiora e torna nell’indistinto. Come lo spazio, anche il tempo è indefinito, si determina soltanto nel dialogo tra luce e ombra, nel prevalere dell’una sull’altra. Quasi scrivendo en plein air, secondo la lezione impressionista, John Taylor compone questi frammenti come intermittenze tra vedere e visione. La cornice è quella circolare di un oblò, costantemente presente fino a divenire un confine interiore, «l’ultima forma rimasta» nell’oscurità, ciò che neanche la notte più fonda può dissolvere. […] È un viaggio fatto di azioni dello sguardo: cambiamenti di prospettiva, una messa a fuoco della realtà e il suo sfocarsi, tracce di immagini che entrano ed escono dal campo visuale; e avvenimenti minimi che lo sguardo registra, ai confini del dissolvimento: voli di uccelli sconosciuti, il sorgere di un’isola all’orizzonte, una nave vicina, delfini come strati di nuvole, voci sul ponte. Ogni cosa avviene dentro il mutare costante degli elementi che restano sul bianco della pagina come su una lastra fotografica estratta dal fissaggio prima che i contorni siano definiti. Il sopraggiungere della foschia, il sole che sbianca, la pioggia sottile, le folate del vento, il sale e la sabbia sul vetro, la marea che sale, guidano il lettore dentro a un viaggio nel movimento della materia, nelle sue metamorfosi e passaggi di stato, con il ritmo di versi brevi che cullano come nel dondolio del mare. È una poesia fenomenica, che si attiene alle percezioni, e che attraverso queste conduce in una meditazione sulla sostanza della vita, in un sentire quasi presocratico, che riconosce nel trascorrere il principio e la meta di ogni consistere, in una circolarità che è la stessa in cui è racchiuso questo poemetto, dal calare del buio al sorgere della luce.”

 

Sono graffi, questi versi, più simili a carezze che a dolori. Prospettive astratte che proprio perché in mare diventano concrete, diventano verticalità, linee, orizzonti. Sono anche voci che si cerca d’udire e comprendere. Fino alla consapevolezza della ritualità dell’essere al mondo che obbliga al ritorno nella notte che si riteneva superata.

L’alba non è definitiva, le luci non sono definitive, il mondo stesso (sia nella sua oscurità sia nella sua illuminazione) è frammentato e l’osservatore può solo rimanere affascinato da quanto vede, cercare di capire e carpire, rimanere confuso, avvicinarsi e allontanarsi dall’oblò stesso attraverso il quale (suo strumento per rapportarsi all’esterno, al mondo) ha un contatto con l’esterno.

Viene detto quadrare il cerchio / dell’oblò / per sempre / tra / le possibilità come auspicio non risolto. L’acqua sempre meno luminosa (come viene reiterato all’inizio) diventa in chiusa l’albeggiare / sempre meno illuminato. Indicando una coincidenza del tutto (acqua, mondo, luce, alba, giorno) che altro non suggerisce che una critica all’io.

Perché in questo libro non viene raccontata la frammentazione del mondo esterno ma quella del mondo interno, dell’osservatore stesso, che si relaziona alla propria frammetarietà (arretrare / oppure alitare / sul vetro / che ti sta di fronte) misurando la distanza e l’esistenza stessa dell’oblò.

 

Perché l’oblò è strumento d’osservazione ma anche specchio di sé, del proprio limite (in questo indovinatissima la gestione grafica del testo a fronte, speculare). Anche quando si cerca d’andare oltre l’oblò stesso (apri l’oblò / la tua mano nel vento / buona come qualsiasi occhio / per quel che va visto / nessun pensiero / della fine / tranne questo). L’oblò in Taylor è in qualche modo la consapevolezza che non abbiamo un rapporto diretto con la realtà, una realtà liquida, altalenante come le onde. Una realtà anche colorata, ma sempre in bilico tra oscurità e illuminazioni.

Una realtà che esiste, ma che forse noi fatichiamo a sostenere.

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Oblò / Portholes - John Taylor 3
quick crests
waves in the twilight
 
lines
scribbled
with water
on water
 
ever less lit
 
 
now and then
darker speckled shadows
on the shadow of night
 
ever less lit
 
cluster of lights
halfway up
whichever shadow
was
 
[…]
 
sometimes the island
the mountain
the seawater
the mist over the seawater
are one
 
blue
gray
insubstantial
 
nothing
 
were it not
 
darken this side
so the other side
retains
light
longer
 
[…]
 
Oblò / Portholes - John Taylor 4
voices
on the deck
 
the voices
you seek to hear
those of the sea
the haze
the shadows on the shadow
 
the whitening light
 
the blue
the night
 
your ear on the porthole
 
 
from the deck
a vista
 
finding words
a focus
 
what you learned
from the porthole
 
handful of olives
soaked in seawater
 
like this seawater
soaked in earth and air
 
sustenance
 
[…]
 
you knew
new night would
encircle
day breaking
 
ever less lit
 
 
 
 
 
 
Oblò / Portholes - John Taylor 5
rapide creste
onde nel crepuscolo
 
versi
scarabocchiati
con l’acqua
sull’acqua
 
sempre meno luminosa
 
 
di tanto in tanto
chiazze d’ombra più scure
sull’ombra notturna
 
sempre meno luminosa
 
grappolo di luci
a mezza altezza
di qualunque ombra
fosse
 
[…]
 
talvolta l’isola
la montagna
il mare
la foschia sul mare
sono un tutt’uno
 
blu
grigio
inconsistente
 
nulla
 
se non fosse
 
scurire questo lato
così l’altro lato
trattiene
più a lungo
la luce
 
[…]
 
voci
sul ponte
 
Oblò / Portholes - John Taylor 6
le voci
che cerchi di udire
quelle del mare
della foschia
delle ombre sull’ombra
 
della luce che sbianca
 
del blu
della notte
 
il tuo orecchio sull’oblò
 
 
dal ponte
una veduta
 
trovare le parole
un punto focale
 
ciò che hai imparato
dall’oblò
 
manciata di olive
impregnate di mare
 
come questo mare
impregnato di terra e d’aria
 
nutrimento
 
[…]
 
tu sapevi
che un’altra notte
avrebbe accerchiato
l’albeggiare
 
sempre meno illuminato
 
 
 
 

John Taylor (1952) nato a Des Moines (Stati Uniti) vive in Francia dal 1977. È autore di dieci opere fra raccolte di racconti, prose brevi e poesie. Sue opere in italiano, tutte nella traduzione di Marco Morello, sono la raccolta di poesie Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007), la raccolta di prose brevi Se cade la notte (Joker, 2014) e la raccolta di poesie L’oscuro splendore (Mimesis, 2018). Ha inoltre tradotto numerosi poeti francesi e alcuni italiani, fra i quali si ricorda particolarmente Lorenzo Calogero con la raccolta An Orchid Shining in the Hand: Selected Poems 1932-1960 (Chelsea Editions, 2015) che ha ottenuto nel 2013 il premio dell’Academy of American Poets.

Caroline François-Rubino (1960) vive e lavora nei Pyrénées-Atlantiques nel sud della Francia. Oltre alla propria produzione artistica, spesso orientata alla più intima esperienza del paesaggio, ha illustrato cinque libri in collaborazione con John Taylor, Hublots (Éditions L’OEil ébloui), Boire à la Source (Éditions Voix d’encre), Vent / Wind (Éditions Æncrages & Co.), Grassy Stairways (The MadHat Press) e Remembrance of Water & Twenty-Five Trees (The Bitter Oleander Press). Ha lavorato, inoltre, con molti altri poeti francesi e stranieri.