Le forme della vita – Gabriella Musetti

Le forme della vita - Gabriella Musetti

 
 

Continuano gli speciali di Laboratori Poesia. Presentiamo Le forme della vita di Gabriella Musetti.

 
 
 
 

LE FORME DELLA VITA

 
 

La poesia non salva il mondo, non incide sulla realtà, non la sposta non la modifica. Le ragioni della poesia sono le parole che esprime e in cui si incarna per dare voce, per ascoltare. Entra nel mondo, osserva gli eventi, ciò che accade, che è accaduto. Pone domande, è voce che ascolta.

Nel mondo contemporaneo molti accentuano la distanza dalle cose, lo sguardo ironico, il giudizio rastremato e sospeso. Sono vie di accesso a una dimensione di mistero inquieto che ci abita tutti. Ma, a volte, si fa necessaria una voce che dichiari il mal-essere, lo additi nella sua faccia comune, quotidiana. Allora la poesia assume la responsabilità della testimonianza. Non è l’unica sua funzione, neppure la più importante. Ma in tempi difficili può essere un atto di mediazione del vivere civile, dove per civile si intende una società retta da regole in approssimazione condivise.

 

Gabriella Musetti

 
 
 
 

è questo il sonno

 

E quel che odi, poi, non sai se ascolti
Da vie di neve in fuga un canto o un vento

F. Fortini

 
lo sdegno passa avanza l’impotenza
la rassegnazione pavida come
una ventata d’aria soffoca
dalla calura estrema intorpidisce
l’anima la ribellione sgretola
ogni residuo anfratto chiude porte
e finestre sul desolato suolo
fattosi estraneo quale speranza
può restare intatta se la palude
ormai ha invaso i campi mettendo
sotto l’acqua che marcisce anche il grano
non cede di un millimetro il terreno
ammorba coi fetori pure l’aria
 
diventa un lusso anche la rabbia
 
Nessun vendicatore sorgerà,
l’ossa non parleranno e
non fiorirà il deserto.

 
 
 
 
 
 

I

cantabile a_pena

 
 
Chiudere tutti i porti – immagine
che cade nella mente frastornata
la pratica di rimandare indietro
chi disperato arriva per asilo.
Non contano donne incinte o bambini
se trovano la morte in questo evento
se dispersi se uccisi nel ritorno.
Le spiagge dell’Italia non dovranno
accogliere le orde d’immigrati
che turbano la pubblica opinione
e tanta ansia danno a gente onesta
che lavora che suda che fatica
per essere padrona a casa propria.
Se spartire potessi la miseria
tra tutti. Che ognuno ne abbia un po’.
Se la memoria non fosse negata
e si tornasse solo un poco indietro
al tempo dei nonni dei bisnonni
con quelle facce scure di miseria
quegli occhi spalancati sull’ignoto
di chi andava al nord. E oltremare.
Non solo foto vecchie in bianco e nero
appese negli armadi chiusi a chiave.
Ma la memoria è sentimento ondivago
rimane per gli smacchi le mancanze
e quando può portare qualche frutto.
È meglio smemorare – a colpo d’ali
scordare povertà – certi soprusi
infamie sopportate tempo addietro
proprio da noi migranti altrove
con animo sgombro da ogni pena
rendiamo ora ad altri i nostri torti.
Così è la vita che prende e che dà
senza guardare in faccia il convenuto
senza rimpianti senza riduzioni
per colpe o giuste assoluzioni
la gente già annoiata passa avanti
al nuovo evento apparso_spaventoso
 
ai morti e ai viventi resta un canto
a_pena pronunciato. a mala pena.
 
 
 
 
 
 

II

dopo tanti anni chi vuole sapere?

 
 
dopo tanti anni
chi vuole sapere che cosa succedeva
a Chiesanuova Monigo Gonars Visco
e poi Arbe-Rab sul confine orientale
tra il ’42 e il ’43
del novecento con la resistenza
slovena che preme le autorità italiane
che iniziano la grande offensiva
dei Balcani?
          Verso Lubiana verso la Croazia
fare terra bruciata ai partigiani
 
bruciati paesi di montagna di collina
deportate popolazioni
          uomini donne vecchi bambini
civili inermi prigionieri a
Chiesanuova Monigo Gonars Visco
Arbe-Rab il più terribile di tutti.
 
Ad Arbe il campo non è pronto
uomini donne bambini dissodano
il granturco piantano le tende militari
 
le donne e i bambini stanno
                   vicino al mare
d’estate arido deserto
               d’inverno torbido pantano.
 
Arbe ha più di mille prigionieri
sotto i sedici anni – poi trasferiti a Gonars –
Monigo novecento su tremila deportati
i dati escono a fatica dagli armadi
 
sfiniti dalla fame muoiono a migliaia
nascosti dalla vista fuori dai controlli.
 
Chi vuole sapere i nomi dei bambini
sloveni croati rom internati?

                  Da quale parte
si allunga la bava di memoria
quando racconta delle colpe nostre?
 
Il vitto è insufficiente
             si programma
di rendere più deboli i reclusi – a migliaia
muoiono di fame
                  a Chiesanuova
Monigo Gonars Visco
Arbe – il più terribile di tutti –
sono venticinquemila gli internati
sloveni
        quanti i bambini?
 
Quanti bambini tra gli altri?
i dati escono a fatica dagli armadi
 
non si parla tra di noi
             di memorie vergognose
 
                  – ma
i disegni a matita colorati
 
                  dei piccoli sopravvissuti
sono lì – testimoni dell’orrore
 
 
da: “Quando morì mio padre” “ko je umrl moj oče”
disegni e testimonianze di bambini dei campi di concentramento del confine orientale (1942-1943), a cura di Metka Gombač, Boris M. Gombač, Dario Mattiussi, Centro “L. Gasparini”, Gradisca 2008.

 
 
 
 
 
 

III

la caccia
(leggere Emilio Lussu affacciati ai Balcani)

 
 
Irsuto come un piccolo cinghiale
ti muovi nello spazio
scartando a destra fissando un punto
tuo riconoscibile
col respiro affannoso e protratto
ti fermi in attesa
le narici aperte lo sguardo inquieto
a sentire un rumore.
 
Solo le foglie muovono silenti
nell’aria quasi ferma il pomeriggio
anche la radura verde nasconde
un destino incerto. Laggiù dall’ombra
giungono voci smorzate. D’istinto
senti un agguato. Fermo e ritto
sul sentiero annusi l’aria rallenti
il respiro non perdi la tensione.
 
Il capo-caccia conosce la contrada
è tiratore scelto
dispone le linee di battuta
le poste sono scelte e assegnate
e il numero risponde del fucile.

 
Troppa esperienza ti rende guardingo
conosci le trappole usate – cerchi
sprazzi di libertà dentro i cespugli
spinosi. Ritenti la vita ancora.
Come un cinghiale ferito da sé
cura le piaghe con erbe speciali
ora resti in attesa le unghie
ficcate nel terreno.
 
La notte di San Giovanni i compari
ripetono l’amicizia virile
il rito solenne che non si rompe.
Il capo-caccia conosce la contrada
dispone le linee di battuta.

 
Un cinghiale non si attacca di fronte
si aspetta a lato per sferrare il colpo
il cane lo azzanna all’orecchio ispido
scartando a balzi le zanne in sbieco –
per questo fiuti l’aria con sospetto
immobile dentro il cespuglio irto.
Già i cani avvertono la preda
e fremono di furia sulle tracce.
 
Si dice che ti salvi perchè mandi
i tuoi piccoli verso il sacrificio
incurante del sangue già versato
si dice che il demonio o la sua mente
abita in te. Ma tu non sai se questa
storia è vera o solo immaginazione
solo i racconti dei vecchi ricordano
i miti orgogliosi di gioventù.
 
I cani sono attenti tutt’intorno
al capo-caccia in piedi
le poste sono scelte e assegnate
disposte le linee di battuta
il rito si ripete sempre nuovo.

 
È proprio la libertà a guidare
i tuoi passi nella boscaglia scura
l’acuta selvatica libertà
che la natura impone
a cui non puoi sottrarti. Sei la bestia
temuta dagli umani.
Bestia-demonio: il male compiuto.
Sopporti un peso antico.
 
Non il rovello inquieto della colpa
l’odio meschino o l’atroce ira
che insanguinano guerre di dominio
non vai col filo degli orecchi appeso
al collo per mostrare i tuoi trofei
non hai saccheggiato stuprato ucciso
con gioia furibonda. E il sangue
non ti attira come maledizione.
 
Il capo-caccia conosce la contrada
dispone le linee di battuta
i cani all’erta entrano nel bosco
le ombre incalzano eccitate
e il numero risponde del fucile.

 
Ora ascolti tutto intento il suono
lo scricchiolio ogni rumore strano
resti in attesa del sibilo acuto
che – sai – verrà dal fondo
e prima ancora di sentirlo addosso
lo sai diretto a te.
 
Come violenza esalta la violenza
ti fa tremare appena
 
Non per paura o sorte già segnata
ma per quel lascito della natura
che obbliga i vinti a cedere tutto:
la forza l’ardore la gioia dei
cuccioli il proprio corpo anche la vita
e senza nulla mai avere in cambio.
 
 
 
 
 
 

IV

improvvisa fine del viaggio

 

En los labios crece esta hiedra
y la puerta añosa se cierra de golpe.

Susana Chávez

 
 
A Ciudad Juárez città del Messico
la poeta e militante
per i diritti delle donne
Susana Chávez di anni 36
che aveva scritto “ni una muerta más!
contro l’uccisone
di più 350 donne negli ultimi anni
 
a Ciudad Juárez città violenta del Messico
è stata assassinata il 5 gennaio 2011
 
ma il corpo
identificato dai famigliari
una settimana dopo seminudo
la testa avvolta in una plastica nera
una mano mozzata
 
a Ciudad Juárez Susana Chávez
amava scrivere contro le ingiustizie
i femminicidi
leggeva i suoi testi nelle manifestazioni
per donne scomparse o assassinate
 
a Ciudad Juárez città del mondo
un’altra inchiesta non porterà a niente
 
l’indignazione delle persone per bene
si perde nel suono
di una chitarra nel cimitero
 
Susana Chávez rimane una voce
senza più suono vibrante nell’aria
 
brusco final del viaje
que sólo deja exhaustividad

 
la sua parola incide la mente
come una lama ficcata nel ventre
 
 
 
 

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