La linea del cielo – Franco Buffoni

La linea del cielo, Franco Buffoni (Garzanti 2018).

 

Franco Buffoni, poeta ormai riconosciuto come un indiscusso caposaldo della letteratura italiana contemporanea (il tempo stenderà un velo d’oblio su molti autori che oggi osanniamo, non certo sul nostro) esce quest’anno con La linea del cielo edito da Garzanti. Libro complesso, definitivo nel superamento dell’età della maturità come afferma Gianluca D’Andrea nella recensione sul suo sito (qui):

Come «Il profilo del Rosa raccontava l’uscita dai confini dell’io» (secondo una definizione di Guido Mazzoni apparsa in una delle recensioni più illuminanti su quel libro, leggibile qui), così La linea del cielo espande il senso di fuoriuscita inaugurato vent’anni prima. A risultare trasformato è il «monocromo grigio», individuato ancora da Mazzoni come ultima evidenza di un percorso di scoperta e maturazione che avrebbe come punto d’approdo la «serialità» di ogni esperienza. Infatti, il Buffoni “maturissimo” di La linea del cielo conferma e supera, a mio avviso, quello “maturo” de Il profilo del Rosa con un’operazione che può essere interpretata proprio attraverso la lunga gittata degli anni trascorsi tra i due lavori. In primo luogo la dimensione della memoria manifesta un mutamento: dall’apertura dell’individuo alla storia si passa alla consapevolezza che la storia (l’alterità), con tutti i suoi “attimi”, è fondante per l’uomo. La linea del cielo, allora, sembra inoltrarsi nel processo dialettico che crea il “sistema relazionale” che ancora definiamo col termine “individuo”, e lo fa oscillando costantemente tra distacco illuministico e immersività romantica.

 

Buffoni riesce in un’operazione che ai poeti più giovani (intendendo le rampanti generazioni che vanno dai 25 ai 40 anni odierni) dovrebbe apparire scandalosa in un’accezione quasi pasoliniana. Buffoni parte dall’io non per eliminarlo ma per connetterlo a un io più collettivo. Per assimilare nella definizione di poeta quella di uomo in quanto tale. In quanto immerso in una storia, in una geografia, in quanto esistente in virtù delle relazioni che instaura.

Un paio di anni fa, in una mia breve collaborazione con il sito Zest, ho intervistato Franco il quale, a questo proposito, affermò (qui):

Avevo vent’anni nel Sessantotto e la prima cosa che lessi quando cominciai a occuparmi di poesia da adulto fu il Manifesto aI Novissimi di Giuliani. Quindi potete immaginare quanti proclami ho ascoltato nella mia vita. Ma non sono mai riuscito a prenderli sul serio, cioè non ho mai pensato che attraverso delle parole d’ordine si potesse arrivare a produrre vera arte. Non credo che uno possa dire: abolisco l’io e arriverò a scrivere cose sublimi; se invece mi tengo l’io scriverò delle sciocchezze: non è possibile. Il vero punto non è abolire l’io; il vero punto è possedere una grande tecnica e una vera poetica. Una poetica non è qualcosa che ti costruisci abolendo l’io. Vivere in apnea è possibile. Per qualche minuto ci si può anche illudere. Persino Zanzotto lo ha fatto. Ma poi, per tornare a galla, dovette ricorrere persino al suo dialetto.

 

La questione spinosa dell’io pare però risolversi in La linea del cielo dove l’io non è più l’autore, o il suo protagonista (per riferirsi a buona parte della produzione poetica di questi anni), ma un essere umano, un Franco Buffoni che appare come un sopravvissuto di una microstoria privata che riflette la macrostoria umana, che la comprende, la assimila e la rielabora tanto che l’analisi della prima passa inevitabilmente attraverso la seconda.

Su Pangea, rispondendo alle domande di Davide Brullo, Franco risponde (qui):

Per me è così da sempre: vivo la mitologia nella vita e la vita nella mitologia: paradigmatico al riguardo credo sia il testo incipitario di La linea del cielo, col matrimonio combinato dagli dei tra l’Ercole e la Ebe. Per questo poi ricordo Regeni nell’isola a Nord di Ortigia finalmente libero dal dolore, come nell’Odissea. Keats è stato il primo grande romantico che ho tradotto: è sempre con me, nel presente perenne della poesia.

 

Operazione che molto ricorda l’Ulysses di Joyce non dimenticando The Waste Land di Eliot. Quello che ieri era un metodo mitico in Franco Buffoni diventa contemporaneità del tutto. Ogni cosa accade nel medesimo istante che è il qui e ora che identifica l’io sono dell’uomo e del poeta. Portando il lettore alla domanda fondamentale: cos’è un uomo?

In Buffoni l’uomo è la sua storia ed è tutte le storie che lo hanno preceduto. E se l’uomo vuole avere consapevolezza di sé e del proprio esistere deve prendere atto di un percorso che è una composizione di intenzioni, di relazioni, di atti. Da questo il mosaico di storie presenti in La linea del cielo. Titolo emblematico e che è lo stesso Franco a spiegare nella succitata intervista su Pangea:

Il titolo col quale l’anno scorso proposi il libro a Garzanti era Codice Verlaine. Perché l’annuncio in codice dello sbarco in Normandia, trasmesso da radio Londra alla resistenza francese, corrispondeva all’attacco della Chanson d’automne di Paul Verlaine: “Les sanglots longs des violons de l’automne”. L’espressione “I lunghi singhiozzi dei violini d’autunno” mi è sempre parsa quanto di più decadente e insinuante una mente snob potesse concepire per annunciare l’inizio della carneficina liberatoria, cui dovevano corrispondere da parte deimaquisard azioni di sabotaggio contro stazioni e depositi di munizioni, incroci stradali e ponti. Il messaggio trasmesso il 1 giugno con quel verso significava che l’invasione era imminente e sarebbe stata confermata dal completamento della lassa entro quarantotto ore. Ma il 3 giugno radio Londra – invece di scandire il seguito: “blessent mon coeur d’une langueur monotone” (mi feriscono il cuore d’un monotono languore) – ritrasmise l’inizio. Le avverse condizioni atmosferiche avevano costretto i comandi a rimandare l’attacco. Soltanto alle 22.15 del 5 giugno la lassa fu completata. Il fatto che migliaia di uomini pronti al sacrificio supremo siano rimasti per tre giorni in spasmodica attesa di un verso tanto languido mi sembra degno del Dormeur du val rimbaudiano. Ma la proposta venne bocciata perché, dopo Codice da Vinci, i titoli con la parola codice si sono moltiplicati. Allora pensai al dualismo Milano/Roma molto presente nel libro: dalle guglie alle cupole come nel logo dei treni, quindi: skyline. Ma Il profilo del cielo non andava bene a me, avendo già pubblicato Il profilo del Rosa nel 2000 nello ‘Specchio’ Mondadori. Così sono pervenuto alla traduzione letterale: La linea del cielo.

 

Risposta che riprende in parte la nota alla poesia Codice Verlaine apposta a fine libro:

Il fatto che migliaia di uomini pronti al sacrificio supremo siano rimasti per tre giorni in spasmodica attesa di un verso tanto languido mi sembra degno del Dormeur du val rimbaudiano. D’altronde, se i destinatari del messaggio erano i maquis francesi, l’emittente era un ufficiale anglosassone. Per questo i riferimenti iniziali sono sì all’autunno (Fall), ma a quello di John Keats (swallows: rondini; season of mists: stagione delle brume). Ugualmente, l’ulteriore riferimento verlainiano è alla lirica A Orazio, ambientata tra le nebbie di Elsinore, secondo il dettato shakespeariano.

 

Di seguito il testo citato:

 
Codice Verlaine
 
Non siamo ancora partiti.
Perché solo nei fumetti
Clarabella può saltare lo steccato,
Tu, mucca normanna graffi il muso
E il vento tira dritto.
Dov’è l’autunno che volevo,
L’ultimo con la scala di pietra all’abazia
In questo giugno di raffiche di pioggia?
Dov’è nascosto il Fall con i suoi swallows
Dove la season of mists delle brughiere?
Si estende da tempia a tempia
Il mio terrazzino di Elsinore,
Vi stendo i panni di un personale
Bucatino autarchico, niente lavanderia
Niente servizi prima dello sbarco.
Il costo di tutto questo è molto alto
In termini di nervi logorati
Alleanze e solidarietà, bassissimo
Per lo scarso uso di notizie.
Porcellana ceralacca lapislazzuli,
Voglio partecipare al destino dei popoli
Nel loro farsi, non alle loro vaste decadenze,
Mi verrebbe da esclamare pensando
All’uso estremo dell’autunno,
Oggi quattro giugno del ’44.
 
 

Testo che emblematicamente è attorniato da due poesie che parlano di passato e di presente, di storia e di parola:

 
Io non presi sul serio il nuovo secolo,
Mi sembrava un estraneo inopportuno:
Le carte le avevo già giocate nei decenni veri
Dei Novanta e degli Ottanta
Dei Settanta e dei Sessanta,
Così precisi e a me più somiglianti.
Adesso che mi ritrovo sul finire
Addirittura del decennio due
Del non più nuovo secolo –
Sfrontato ed ammiccante
Alla geometria dei miei errori –
Non so come smontare o cosa dirgli
Alla fine del viaggio
E nell’anno di Caporetto.
Che porteranno dritti ai fasci di combattimento
Vittorio Veneto e il XXIV maggio?
 
 
 
 
Poeti
 
Anch’io mentre di notte
Contemplo da Gignese
Le buone maniere del lago Maggiore
La sua quieta disperazione,
Penso che volentieri
Lascerei la metafisica alle chiromanti
E il parlottìo sull’eternità
Agli orologiai:
I poeti alimentano le poste
Si diceva, ora accendono
Scarichi notturni, dalla rete
Al cartaceo, non si arrendono.
 
 

Altro testo cardine della raccolta è In morte di Alessandro che bene esemplifica la contemporaneità della storia, anche recente:

 
In morte di Alessandro
 
Soltanto chi si è trovato davanti alla porta
Dietro la quale viene torturato un uomo
Che senza io si avvierà alla morte
Sa cosa davvero sia l’assurdità,
Dicevo una sera ad Alessandro
Che mi accompagnava in Centrale
Citando Hermann Broch.
Parlavamo della fine di Regeni.
Adesso da lassù sento quasi
Il borbottio degli angeli più anziani,
E bisbigliano i più timidi,
Ma certi altri alzano la voce
Mentre i grandi candelabri e i ceri spostano
In excelsis, tra Virtù e Principati…
Uscir di vita, se ci sono gli dèi,
Scriveva Marco Aurelio nei Ricordi
Non è affatto cosa esecrabile,
Perché non è possibile che ti vogliano far male;
E se non ci sono, o non si curano delle cose umane,
A che varrebbe vivere in un mondo
Senza provvidenza e senza dèi?
Io non credo in nessun dio, Alessandro,
Per questo adesso ti so
In quell’isola a Nord di Ortigia
Chiamata Syria per il sole al tramonto,
Terra beata dove in tarda età soltanto
Si muore
Per la freccia gentile di Apollo in un istante
E senza provare dolore.
 
 

In nota a questo testo Franco Buffoni spiega:

Alessandro Rizzo, un compagno impegnato nel movimento LGBT, giornalista, generoso e gentile, morto di trombosi polmonare a trentanove anni a Milano nel gelido gennaio 2017. I genitori hanno donato le cornee e la pelle per salvare ustionati. Gli ultimi versi riecheggiano Odissea XV.

 

Libro, come si è già detto, che giustifica l’identità umana attraverso un io poetico composto non da un’astratta esistenza a priori, da un facile io sono, quanto dalle azioni che si fanno e si subiscono. Da un punto di vista collettivo, non personale. Perché se la storia di ieri è la storia di oggi vale anche il fatto che la storia di uno è la storia di tutti.

 
Quell’odore di cantina
 
Itinerari biblici e mariani
Come prassi dolce di ascesi
Coltivata in parrocchie e rettorie:
Cristo del lago, Cristo
Del sasso per cuscino,
Cristo della barca, del monte, della strada
In versione armena etiopica slava,
E Madonne della Guardia e del Consiglio,
Annunziate e Marie Bambine,
Ornate nel giardino chiuso dell’anima
In melodie appagate.
Ma ci voleva il muschio vero del presepio
Per fare quell’odore di cantina
Che restava nell’atrio per un mese
E una bambina si faceva toccare lì.
 
 

Un passaggio che appare particolarmente emblematico è che quello tra l’ultimo testo della prima sezione e il primo della seconda. Dove l’osservazione, il vivere, la consapevolezza dell’esistere attraverso la contemporaneità della storia e di tutte le storie si dichiara come azione non passiva ma volontaria, precisa:

 
Non lasciarci stare
 
Eh sì, la simbiosi da pulizia
Del Pluvianus aegyptius
Tra i denti del coccodrillo
Per quel processo di vaporizzazione
Che subiscono anche i peggiori sentimenti
Una volta ricondotti alle loro
Componenti biochimiche.
Ma tu vibra pesante pianeta,
Vibra e respira a fondo ai nostri piedi,
Salta e poi lasciati andare
Sul materasso morbido latteo-asteroidale.
Concimaci e se puoi
Disintegraci,
Non lasciarci stare.
 
 
 
 
Mio sussulto
 
Mio sussulto
Mia ex segreta malattia
Mio stato chiuso nella vacuità
Di sguardi obliqui, mia pazienza
In mancanza di meglio, mia esuberante
Rinascita con
Una dichiarazione al mondo.
 
 

Questa Rinascita con / una dichiarazione al mondo entra nel merito dei diritti civili che non vengono definiti civili ma umani:

 
17 maggio
 
Il 17 maggio 1990 avevo quarantadue anni,
Quando nella nazione più avanzata del mondo
S’incominciò a poter dire e scrivere
Che non ero né ammalato né pazzo.
Da allora sono passati altri trent’anni
E oggi sono convinto quasi anch’io
D’essere umano. Evviva lo stato di diritto.
Evviva la Costituzione americana.
 
 

Per continuare poi nell’auspicio del storia magistra vitae al quale oggi con molta difficoltà riusciamo a credere, ma che Buffoni nella sua mitologia atemporale (perché di fatto Buffoni descrive una mitologia della vita, non un metodo mitico per spiegare la vita) afferma ancora:

 
Stelle gialle e triangoli rosa
 
Pur se spaventati dal costo politico
Della verità, il ventisette di gennaio
Giurarono i sopravvissuti ai loro figli:
La prossima volta che verranno a prenderci
Non ci troveranno inermi.
Che cosa sono i «Pride», infine,
Se non il grido modulato di una comunità
Che desidera far sapere al mondo:
La prossima volta che verrete a prenderci,
Non ci troverete inermi?
 
 

Dunque l’uomo è storia ed è figlio di una storia ed è figlio di tutte le storie. E in questo il poeta altri non è che un semplice calligrafo, un uomo che prende coscienza dei fatti e della loro successione e in virtù di questo crea un canto che oltrepassa le parole stesse, la storia stessa per far sì che nella distanza, quasi come in Dante, si possa cogliere meglio il tutto, il contesto del tutto, il tempo e la geografia del tutto. Senza dimenticare l’umanità del tutto, vero sangue e vero odore della poesia di Franco Buffoni:

 
Come l’erba che ricresce
 
Come l’erba che ricresce
Abbattendo le pareti,
La gramigna delle siepi
Sullo schermo e dei roseti
Qualche spina in prima fila,
Le faccine di quelli che alle medie
Finita l’ultima ora,
Passati tutti gli altri, aspettano
Qualcuno in macchina in ritardo
Che li venga a prendere.
Quando gli oggetti di poesia ti sopravvivono
E correggi le bozze mentre eviti
Lo sguardo d’assistente sociale del nipote,
Nulla e vagamente tutto è pertinente
Con l’arte quale arte. Sei cosciente
Che a giocare al massacro
Coi ricordi viventi sei imbiancato
Un sepolcro da niente.
Finché ti accorgi non sei più a disagio
Nelle situazioni rituali,
Che ti rilassa la ripetizione
La conoscenza delle successioni,
Uscendo solo quando il giorno è già un po’ vecchio
Con la faccia da nonno su una parallela della scuola.
L’odore quello emanato dall’asfalto
Ai bordi dopo la pioggia.
 
 

Sezione a parte sono le poesie dedicate agli amici poeti che restituiscono uno dei migliori, e più splendidi, significati del termine poesia. Un dialogo:

 
Biagio Marin
 
Una lingua di molo illuminato
Ad allattare la corrente
A risalire come un tempo verso oriente
In porto a Monfalcone
Due o tre grate paranze semivuote
Lentamente come il tempo trascina
Una rima, qualche manciata
Di bianca farina, un po’ di nero
Dov’era la cappa
E quel bisogno di finestra chiusa
Certo quando fuori il vento…
Ma davvero per non lasciar fuggire
Per non lasciare scampo al sentimento.
 
 
 
 
Zanzotto
 
Ripensandoci dopo,
Non sarebbe stato più semplice
Dirlo subito che i fatti e i senhal
Non c’entravano niente?
Insomma, che tanta fatica potevamo evitarla,
Bastava restare in piedi a lungo sulla diga
A respirare l’urlo del tenente.
 
 
 
 
Pagliarani
 
Cade così non lontana
Dall’esistenza
La bestemmia a gote piene
Reiterata
Al distruttore fulmine
Che per quest’anno ha cancellato
La vendemmia a ottobre
L’acino che si gonfia.
 
 

Tra i poeti amici uno in particolare viene citato e cantato in una sezione a parte:

 
Vittorio Sereni ballava benissimo
 
Vittorio Sereni ballava benissimo
Con sua moglie e non solo.
Era una questione di nodo alla cravatta
E di piega data al pantalone,
Perché quella era l’educazione
Dell’ufficiale di fanteria,
Autorevole e all’occorrenza duro
In famiglia e sul lavoro,
Coi sottoposti da proteggere
E l’obbedienza da ricevere
Assoluta: «È un ordine!»,
Riconoscendo i pari con cui stabilire
Rapporti di alleanza o assidua
Belligeranza.
Ordinando per collane la propria libreria.
 
 

Ma cos’è dunque l’uomo, la vita umana, in Franco Buffoni? In questa Linea del cielo è la compresenza e la sofferenza di tutte le storie, ma è anche la gioia, la fragilità, la tenerezza, la drammaticità dell’essere umani. Buffoni arriva addirittura a confutare oltrepassando, nei fatti, alcune affermazioni di Guido Mazzoni quando alcuni anni fa riferendosi a Il profilo del rosa (qui) scriveva:

Buffoni appartiene a una generazione di poeti che non ha avuto difficoltà a rappresentare la propria vita, a ricordarla in letteratura. I suoi coetanei hanno parlato di sé senza schermi, né vergogna; come se tutti stessero ad ascoltarli, come se la loro vita particolare e limitata contenesse un significato universale. Naturalmente si sbagliavano: oggi, in un mondo sempre più conosciuto, prevedibile e prosaico, nella normalità come nell’avventura, ascoltare chi racconta un viaggio da Calais a Southampton su un traghetto di linea come se si parlasse degli Argonauti fa solo ridere. Quando le esperienze dotate di senso sono poche, raccontare la propria vita diventa difficile. La poesia lirica, il più soggettivo dei generi letterari, è il primo che registra questa crisi. I poeti contemporanei danno quasi tutti un’impressione di enorme debolezza: alcuni, i migliori, sono laconici, essendo poche le cose che meritano di essere rappresentate; altri, stravolgendo la superficie insensata degli eventi, diventano manieristi e si allontano da ciò che è comune e condivisibile; altri ancora, i peggiori, non si accorgono di nulla e rimangono degli ingenui. Buffoni ha cercato le poche esperienze autentiche che è ancora dato di vivere nelle stagioni dell’esistenza nelle quali la prosa del mondo non si è ancora solidificata attorno all’io: nello sguardo maturo sull’esistenza attraversata dal tempo o negli stadi dell’uscita da sé, dove il mondo si mostra nel bene e nel male come scoperta, e non ancora come ripetizione o come vuoto. Ne esce svalutata la vita normale che si svolge in mezzo agli altri, fra le convenzioni della vita sociale.

 
 
Silvano il pasticciere
 
Silvano il pasticciere sedicenne
E Guido diciottenne tornitore
Profittavano a Vizzola Ticino
Delle pause-pranzo per vedersi.
Guido passava con la sua Yamaha
E insieme scendevano sul greto
A mangiarsi il panino dei baci.
Per niente strano l’incidente di ritorno
Per via dell’improvvisa
Retromarcia di un camion.
La foto sulla «Prealpina»
Mostra due mani di vaniglia
Ancora avvinte alla tuta
Sbiadita su un fianco.
 
 
 
 
Le due Maye
 
La mia nipotina Giulia di tre anni
Da qualche mese gioca con la Maya,
Gatta dal pelo nobile incapace
Di obbedirle.
Tra le cianfrusaglie di mia madre
Ieri ho trovato una minuscola
Ceramica di Thun
Riproducente una gatta sussiegosa
Con gli occhi chiusi il fiocco rosa.
Maya Maya ha gridato Giulia soppesandola
È mia? Mia davvero?
Non l’avevo mai vista così perfettamente felice,
Ero contento anch’io come non mai,
Dal tempo almeno di suo padre bambino
Col mio antico Rivarossi in funzione.
Uscendo udivo gli ordini al trenino
D’una generazione prima
Scanditi alle due Maye,
Quella brava obbediente
E la simpatica che si allontanava
Seguendo un suo binario
Indifferente.
 
 
 
 
Incidente sul lavoro
 
Un urlo come un tonfo ero al computer
Mi affacciai, tacque di colpo lo stridere di fresa,
Trambusto e poi frastuono d’ambulanza.
La vita non ha prezzo ma un esperto
Sa comunque valutarne le parti,
Di solito al primo accertamento
Quantificando le capacità lavorative,
Poi grazie ad apposite tabelle
Calcolando persino il danno morale
La pecunia doloris, per l’appunto, Vito
Il tuo braccio amputato.
 
 
 
 
Un medico romano
 
Cavo orale con palato che ne ha viste tante,
Nato quando già fumavo
Laureato quando io smettevo
Ancora un dottore a guardarmi nella gola
Di tante battaglie.
E ieri in bacheca pissidi in legno di bosso
A custodire pastiglie con spezie…
E zinco calcio zolfo per la cura della pelle:
Certo il bagaglio di un medico romano
Annegato tra l’Elba e Populonia
Su una piccola nave. Una ventosa in bronzo
Un minuscolo mortaio in pietra rosa
E lucernine anforette calamai,
Una statua da viaggio per l’offerta
E l’uncino da chirurgo.
Ci vuol poco a pensare d’esser nati
Nel migliore dei mondi possibili.
 
 

Con a tratti una sfumatura, oserei dire, alla Buzzati:

 
Dall’odore che hanno le reti da pesca
 
Dall’odore che hanno le reti da pesca
Umide nella sabbia di Vernazza
Dal sapore d’arance in Inghilterra
Al mattino terrazzo
Dal colore del cielo negli ultimi
Giorni d’agosto a Cadenabbia
Dal rumore dell’acqua alla cascata
Sul Passo della Rossa,
Di anno in anno cose d’estate
Passate in giudicato e ritrovate
Io so
Che quando sarà l’ultima volta
Quando davvero non ne avrò più voglia
L’ultima volta sarà già passata.
 
 

Il testo conclusivo della raccolta è un saluto che Buffoni concede al lettore, quasi un avvertimento o, se vogliamo, una chiave di lettura a cui fa seguito una seconda chiusura (perché di fatto di seconda chiusura si tratta, non di prima nota) più tecnica e personale:

 
Doppio fregio
 
Per quando col mio corpo del ventesimo secolo
Sarò un relitto tra gli adolescenti
Delle classi del dodici e del tredici,
Come Caproni e Sereni, classi belliche.
Una vecchia iena di passaggio anche lì come dovunque.
Ma poi un tè con Cristina da Pizzano e Ildegarda di Bingen
Servito al tavolo da Jacques de Voragine
Con Eleonora d’Aquitania e Bianca di Castiglia
Nel divanetto accanto.
Perché, come per il navigante è dolce
L’approdo in un porto,
Fregio, doppio fregio, doppio doppio fregio,
Così per il calligrafo è la stesura dell’ultimo versetto,
Scrive e decora frate Agostino da San Gimignano
L’ultimo giorno di febbraio dell’anno 1299.
 
 

La mia genealogia «tematica» è più appenninica che lombarda, o meglio, è giuliano-friulana con Saba e il primo Pasolini, poi bolognese, quindi passa per la Perugia di Penna per giungere alla Roma di Bertolucci e Bellezza. Con sintesi efferata potrei forse schematizzare in questo modo: Saba-Pasolini-Penna-Bertolucci-Bellezza vs Sereni-Erba-Risi-Giudici-Raboni? Tentando però una conciliazione, grazie a una definizione che proprio il codificatore della «linea lombarda», Luciano Anceschi, ci ha lasciato: «La riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici e le norme operative, le moralità e gli ideali» è la poetica. Se dunque le mie moralità e i miei ideali si trovano maggiormente a loro agio nella linea appenninica, i miei sistemi tecnici e le mie norme operative – la mia officina, insomma – rimane saldamente legata a «quella faccenda di laghi e di discorsi in un gran parco verdissimo» che è la poesia in re, prosciugata e scabra, dei miei maestri lombardi, Sereni in primis. Non a caso, forse, anche logisticamente, oggi io sono un lombardo che vive a Roma. Se il risultato più evidente della fusione delle due linee in poesia è costituito da testi quali Il terzino anziano («Erano invecchiati / Anche quelli della sua età, / Con l’erba verde tra i piedi / E l’odore di maglia a righe. / Ma lui restava, in difesa, / Pesante / A sentirsi i figli / Crescergli contro / E vendicarsi»), questo libro costituisce un più organico tentativo di convogliare le poesie «lombarde» e le poesie «romane» su un unico binario, che vorrei definire di una personale linea «lombardo-appenninica», secondo un criterio etico – le mie moralità, i miei ideali – e secondo un criterio di confezione testuale: i miei sistemi tecnici, le mie norme operative. La Lombardia dei ricordi e dei continui ritorni; e la Roma dei pensieri. Come se dal Buffoni lombardo di una giovinezza che non trova scampo, in dialogo col Buffoni romano che concepisce la poesia come attività sapienziale («rivelazione di parole espressa in parole» diceva Wallace Stevens), fuoriuscisse un poeta che non miscela ma fonde, cercando di evitare il rischio di pensarla in modo diverso sullo stesso argomento, a seconda che ne scriva da Roma o da Milano. «Egli» a Roma, «lui» a Milano: un po’ come la barista cinese della poesia Confucio con Maometto a San Lorenzo. E forse un po’ anche come la sintesi della lettera di Sereni a Pasolini del 27 gennaio 1954 sul poemetto Canto popolare, poi entrato nelle Ceneri di Gramsci: «… oltre al tuo solito coraggio, c’è anche quello, non so quanto raro in te ma abbastanza raro al di sopra di un certo livello, di correre il rischio di fare dei versi brutti pur di dire una certa cosa che preme e che se non fosse detta toglierebbe buona parte del significato ai versi più belli». Con bene in vista la stilettata audeniana: «Due poesie mi chiedevano oggi di essere scritte: ho dovuto rifiutarle. Mi dispiace, mia cara, troppo tardi. Mi dispiace, tesoro, non ancora». E la sorniona grazia zanzottiana: «Nessun diritto è riservato: / magari da me si copiasse / tanto quanto dagli altri ho copiato».

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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