Giochi di carte – Carlo Fontanella

Giochi di carte - Carlo Fontanella

 
 

Speciale Laboratori Poesia. Alessandro Canzian intervista Carlo Fontanella in riferimento alla sua mostra, presso la Biblioteca Civica di Pordenone, Giochi di carte.

 
 

Salve Carlo, la tua Mostra Giochi di carte, ancora attualmente in esposizione presso la Biblioteca Civica di Pordenone, quando è stata inaugurata e quando si concluderà?

È stata inaugurata il 16 novembre e terminerà il 22 dicembre.

 

È una mostra che, almeno a livello di titolo, è già stata esposta alcuni anni fa. In questa forma o ci sono state delle evoluzioni?

Ci sono state delle grosse evoluzioni. Giochi di carte inizialmente era impostata per immagini, quadri a tutti gli effetti nonostante io sia di fatto uno scultore, e ancora adesso si possono vedere tali opere rimaste in questa fase progredita del progetto. In buona sostanza ho lavorato molto su immagini bidimensionali che rappresentano i giochi di carte, cioè questi pezzetti di carta che si muovono nello spazio. E poi ho inserito altri elementi reali, sempre con la carta.

 

Rimaniamo su questa forma che ha lasciato comunque tracce, direi minime, perché sono a ben vedere circa un quinto del totale della mostra. Si nota che sono dei fogli che tendono al bianco su dei sfondi estremamente scuri. Perché?

A me non interessava l’ambientazione quanto il movimento della carta nello spazio, e quindi per me era ideale il fatto di farlo contrastare con uno sfondo inesistente.

 

Quindi nero come un qualcosa di vuoto, di ininfluente?

Esatto.

 

Il fatto che alcuni elementi escano dal quadro è recente o c’era anche all’inizio?

C’era anche all’inizio. È un mio modo di fare. Per me l’opera d’arte deve avere due situazioni di trasmissione. Uno: trasmettere emozioni. Quindi tangere l’emotività con la bellezza in senso ampio. Due: deve dare un messaggio. Nel caso specifico dell’opera con i fogliettini che in qualche modo si materializzano al di sotto della tela appesa, Messaggi dall’alto, questi portano un messaggio che, per la direzione verso il basso, vorrebbe indicare che stiamo andando verso una strada sbagliata.

 

Perché l’uso della carta? Perché per sua definizione è portatrice di messaggi? Siamo quindi di fronte non a una mostra di carte ma a una mostra di messaggi?

In linea di massima utilizzo i materiali finalizzandoli alla mia intenzione rappresentativa. Diciamo che non è il materiale che comanda ma diventa strumento. Mi sono servito della carta anche perché tale supporto nasce per essere scritto, quindi diventa lettera, messaggio. Per cui è chiaro che nell’ambito delle mie rappresentazioni tutto questo si è intrecciato e amalgamato nell’opera che vedi.

 

Hai poi cominciato un percorso per far diventare questo strumento più materico, vediamo infatti vere e proprie installazioni, quadri tridimensionali che riportano alla tua natura di scultore.

Certo, diciamo che sostanzialmente io tendo alla tridimensionalità appunto in quanto scultore, per cui anche quando mi muovo su piani bidimensionali tendo comunque a inserire un forte aspetto chiaroscurale, quindi profondità. Poi devo ammettere che mi piace anche giocare con l’arte.

 

Una curiosità più tecnica: è carta, ma come è lavorata?

In genere utilizzo delle carte o dei cartoni a seconda dell’opera. Li apro, li rompo, li taglio, li sego, a fette, per cui questo cartone il più delle volte presenta il suo alveare interno. In questo modo si espone la texture, il ritmo, che io poi valorizzo trattandolo con dei cementizi che, resi quasi liquidi, si insinuano in tutti i movimenti del cartone per far emergere e sottolineare l’armonia o la disarmoinia che dir si voglia dello stesso.

 

Una cosa che si nota è il come si collocano gli oggetti all’interno dello spazio. Nella tua esposizione si vedono opere che hanno una centralità molto netta, con una cornice definita, e opere che invece tendono a uscire dallo spazio a loro dedicato. Soprattutto nei quadri c’è un’uscire dal quadro stesso, la cornice non esiste più. La domanda è: raccoglimento contro uscita dal quadro, cosa significa?

Io non penso ci sia coscientemente una scelta o un calcolo. Penso ci sia semplicemente un’idea che nasce lavorando. Per cui in certi casi devo dire ho cominciato a costruire l’opera e durante l’operazione di assemblaggio ho visto che il pezzo che usciva mi alleggeriva l’operazione, così ho accettato questo nuovo percorso dell’opera. Non è mai un’intenzione programmatica iniziale. Perché per me l’opera d’arte deve partire come progetto, ma se arriva al termine così come era stata progettata il più delle volte rischia d’essere buon artigianato e basta. Invece quando durante il lavoro nasce l’idea, nasce la rottura, la deviazione che l’idea stessa ti suggerisce, ecco allora si sta esprimendo vera creatività, e si soddisfa anche l’artista che si applica a tale opera.

 

Il titolo è Giochi di carte. C’è una sorta di leggerezza nelle forme. Abbiamo le vele, un volare talvolta sottolineato anche nel titolo. Ma resta comunque un dubbio. È chiaro che dici di giocare, ma il concetto alla base di alcune opere è estremamente problematico e complesso. Questo gioco di carte non è forse un cercare di rendere lieve una riflessione importante che sembra quasi discordante nei confronti di quello che apparentemente vuoi far passare?

È evidente che amo utilizzare queste opere come strumento di comunicazione, però è chiaro che se mi fermassi soltanto alla comunicazione rischierei di perdere un aspetto importante. Cioè quello dell’estetica, della bellezza, dello slancio, dell’impatto emotivo. Il discorso è questo: a me piace dialogare con il pubblico, sono infatti fondamentali i titoli e invito le persone a leggerli. Sono quelli che specificano e accompagnano l’opera. Ad esempio, per parlare di come abbiamo approfittato e di come stiamo approfittando del mondo, e lo stiamo succhiando in tutti i suoi particolari rendendolo veramente invivibile, avrei potuto lavorare con dei catastrofismi, invece mi piace e scelto di far godere l’osservatore della bellezza dell’opera. L’osservatore può al limite anche non volerla leggere così come io la trasmetto, di fatto non mi interessa. Se vuole approfondirla bene, altrimenti va bene lo stesso. Il punto importante è trasmettergli inizialmente un’emozione, la bellezza. Poi nell’eventuale approfondimento ci sarà il significato.

 

Hai parlato di un catastrofismo possibile, in un’opera ad esempio hai apposto il titolo Alveare, ma compare una sola ape. Perché? Le altre sono nascoste o non ci sono più?

Non ci sono e nemmeno le volevo mettere. Quella che ho inserito se noti è un po’ mimetizzata, molti nemmeno se ne accorgono. A tutti gli effetti non voglio che se ne accorgano. Il piacere dov’è? Una persona, guardando questo quadro, voglio rimanga stupito quando e se la trova. Questo è il gioco e questo mi basta. Inoltre il concetto di alveare non è quello dell’ape ma quello del cartone, la texture, i componenti esagonali. L’alveare riporta all’ape solo in funzione dell’ape e se qualcuno la vede, ma non parte da essa.

 

Una tua opera si intitola Prendete e bevetene tutti. Una sorta di critica che può fare, volendo, anche il fruitore dell’opera altrimenti può cogliere, come hai detto, soltanto l’aspetto formale dell’opera. Ad ogni modo non puoi negare che si sottenda una critica forte, impegnata. Un’altra opera si intitola Intrusione e immediatamente riporta alla mente il mare inquinato dalle plastiche, dalle microplastiche. Quindi comunque per quanto tu affermi sia un gioco che vuole provocare emozioni, ci sono comunque dei messaggi importanti e non giocosi.

Certo, ma se togliessi quel titolo, e da qui l’importanza dei titoli di cui ti parlavo prima, il quadro Intrusione apparirebbe come un bel tondo con una texture gradevole con elementi che danno colore all’insieme. Io dico una cosa: la plastica di per sé è una gran bella invenzione, siamo noi che l’abbiamo utilizzata male.

 

Una domanda un po’ provocatoria: non rischia di essere pericoloso l’aver necessariamente bisogno di un titolo? Non rischia di dire che nell’opera manca quel contatto con il fruitore a fronte del fatto che tu dici di voler dialogare con lui attraverso l’opera? Poi però affermi di aver bisogno di un titolo, di un extra opera.

Si, è vero. Questo è vero e rientra comunque nei miei dubbi, perché io grazio a Dio ho sempre dei dubbi. Ti dirò che ho una grande paura. Il cosiddetto minimalismo. E lo odio, lo affermo senza mezzi termini. Il minimalismo può essere una gran bella cosa ma chi può permettersi di farlo? Chi ha veramente un substrato di conoscenza e qualità. Molto spesso si cade in esso avendo la presunzione di dire io sono arrivato alla sintesi estrema. Una sintesi estrema la possono fare in pochi. Ma al di là della mia paura mi rendo conto che queste opere potrebbero vivere anche da sole senza bisogno del titolo. Ma mi piace inserirlo perché se un visitatore vede l’opera e la osserva così dice inizialmente: va beh, bella! Quando invece legge il titolo nel suo cervello sicuramente, volente o nolente, si mette in moto un meccanismo di riflessione. A me questo interessa tantissimo.

 

Scripta volant è un’opera di cui abbiamo parlato alcuni giorni fa in relazione a un edito della Samuele Editore, Scripta non manent di Sandro Pecchiari. Allora volant, questo concetto del volare che è molto presente in Giochi di carte, che significato ha? Cos’è il volare per te?

Io sono un appassionato del volo, sono stato un aereomodellista e ancora oggi quando passa un aereo alzo la testa nonostante i miei settant’anni. In questo caso ho giocato, come faccio spesso, un po’ provocando le situazioni. Poiché il detto afferma scripta manent, mi sono chiesto: perché non renderlo volant? Al contrario? Mi piaceva anche l’idea che oggi con il computer lo scritto volant nel senso che io scrivo qua, e a New York lo leggono immediatamente. Per questo ad esempio i libretti che da fermi iniziano a volare e diventano foglietti. Qui attingo alla conoscenza compositiva per costruire l’idea e renderla visibile. Fisicamente parlando. Mi serviva in effetti la possibilità di fuoriuscire dal contesto dell’opera, dalla sua scatola, per dare maggiore forza al concetto del volo.

 

Un grande amore: Trieste. Buona parte della mostra è dedicata a questa grande città. Si vedono ad esempio riferimenti alla Barcolana con le vele e il loro impatto visivo. Cos’è Trieste per te come uomo e come artista?

Per me Trieste, prima ancora che come artista, come napoletano è una sublimazione di Napoli. Nel senso che io non potendo andare a Napoli, per questioni di distanza, trovo in Trieste alcuni elementi di riconoscimento della mia città natale. La costiera ad esempio, Sistiana, mi ricorda quella di Sorrento che percorrevo da ragazzo. Poi Trieste ha il mare, e il mare è apertura. Poi la vela perché amo molto la forma triangolare in quanto risultante di linee che si incrociano. Personalmente mi sento molto portato a incrociare le linee, al farle virare, a tagliare il foglio in più parti in senso scritto ovviamente, non tagliato con le forbici. Quindi il triangolo mi ricorda la vela, mi riporta a questa summa che è la sintesi dell’incrocio del mare, di Trieste, di questa mia inclinazione all’incrocio.

 

Nella mostra ci sono due cubi con delle vele all’interno. Sono vele che stanno andando via o sono chiuse da qualche parte? C’è una sorta di caos che quasi riporta alla prima forma di Giochi di carte, che poi si oppone metaforicamente a un tentativo di contenimento?

Guarda, se avessi potuto costruire quest’opera facendo partire i fili dai muri, avrei eliminato il cubo. È solo una questione tecnica, anche il colore. Perché quando una cosa c’è deve esserci. E il nero in questo caso mi geometrizza la struttura. Il titolo dell’opera a cui fai riferimento, Before the race, si ispira al momento della partenza della Barcolana. Quando c’è un caos tremendo di vele che fa un gioco di triangoli uno davanti, uno dietro, uno si vede non si vede. E poi il gioco della luce diventa fondamentale.

 

Abbiamo parlato di caos. Cos’è il caos per te come artista?

Per quanto mi riguarda è un modo per vivere una maggiore libertà creativa. L’ordine, per quanto sia nelle mie corde (come vedi nelle mie opere spesso c’è la chiusura dell’impazzimento), non consegna quello che riesce il caos. Che è quella parte iniziale che mi permette di progettare cose strane senza preoccuparmi a monte che devo stare nelle linee, nei binari.

 

Ultime domande: agli artisti, a un artista giovane cosa diresti? Cosa suggeriresti?

Io direi loro di guardare moltissimo in alto, sempre in alto. Non intendo fisicamente ma gli artisti migliori, riferirsi ai grandi personaggi dell’arte e, soprattutto, essere se stessi. Ritengo sia meglio un’opera non di grande qualità ma frutto della propria ricerca piuttosto che qualcosa di preso un po’ di qua un po’ di la e proposto come un questo sono io. Penso ci voglia una grande umiltà nel campo dell’arte. Se un giovane artista si pone con grande umiltà e cerca di scavare dentro se stesso, nel frattempo guardando le cose importanti, può fare una buona crescita.

 

Sperando poi di avere quell’input in più interno fondamentale.

Ma sai, ognuno gioca con se stesso e con le proprie potenzialità. Ho visto parecchi giovani che stanno scimmiottando gli artisti del novecento. Un grande artista ha fatto un suo percorso ed è arrivato a una sintesi, ebbene questi giovani partono da quella sintesi e non capiscono niente. Così non vanno da nessuna parte.

 

Hai parlato di grandi artisti. I tuoi maestri quali sono stati?

Caravaggio. L’ho sempre amato perché ancora oggi è estremamente originale. Quando in astratto costruisco e amo i chiaroscuri, i profondi, a tutti gli effetti esprimo un’idea che ho intimamente, cioè che se non fossi uno scultore sarei un pittore caravaggesco. Nel senso che mi muoverei in questi spazi e giocherei con l’incuriosire me stesso e il pubblico con il desiderio di scavare, di entrare dentro. Attitudine di fatto di Caravaggio e motivo per cui lo riconosco come uno dei miei maggiori riferimenti.

 
 
 
 

Di seguito alcune immagini della Mostra
la biografia di Carlo Fontanella
e alcune immagini dell’Inaugurazione.

 
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Carlo Fontanella, nato a Torre del Greco (Napoli) nel 1948, si diploma in Scultura all’Istituto Statale d’Arte e Magistero di Napoli. È presente dal 1970 in manifestazioni artistiche di rilievo in Italia e all’estero. Nel 2007 partecipa alla 52° Biennale di Venezia (eventi collaterali). È autore di sculture monumentali e affreschi. Da anni è protagonista di prestigio nel mondo artistico contemporaneo del Nord Est italiano.

È stato invitato a presentare le sue opere in trasmissioni televisive su Rai 2 e TeleCapodistria.Una serie di sue fotografie sul tema dei mestieri antichi è stata acquisita dalla Società Filologica Friulana di Udine.Ha fatto parte del Centro Friulano Arti Plastiche di Udine. È membro dell’Associazione “AURA- Associazione Artistico Culturale del Friuli Venezia Giulia” e della “Casa Comune Europea”. È promotore di eventi d’arte che coinvolgono enti e artisti a livello nazionale e internazionale.La sua formazione di scultore fa sì che il disegno costituisca l’ossatura fondante della propria produzione artistica; anche nelle opere grafiche e pittoriche si individua la tridimensionalità. Profondo conoscitore della prospettiva, ha realizzato scenografie per manifestazioni teatrali.Ha esperito vari materiali come ferro, legno (prevalentemente di recupero), cemento, gesso, polistirene, carta. Le sue composizioni, prevalentemente astratte, nell’ultimo decennio si evolvono acquisendo un taglio concettuale indirizzandosi verso temi simbolico-evocativi. La texture e la modularità (ricorrenti sono il cerchio, il triangolo e il quadrato) costituiscono l’aspetto pregnante della sua produzione. Qui il ritmo, segnato dal chiaro-scuro e dai pieni-vuoti, tende a rendere dinamiche le superfici, suggerendo spesso la fisionomia di una sorta di scrittura. Ha esposto sue opere in personali e collettive a Milano, Udine, Palmanova, Pordenone, Perugia, Ferrara, Venezia, Torino, Parigi, Albona, Cracovia, Trieste, ecc. Hanno scritto di lui, tra gli altri: Enzo Santese, Virgilio Patarini, Marianna Accerboni, Pino Bonanno, Alessandra Santin, Paolo Venti, Claudio Mario Feruglio, Alessandro Fontanini.Riviste specializzate, quali Juliet, Arte, KunstARTE ecc., si sono interessate del suo lavoro.Galleria di riferimento, “Spazio E” di Milano.

 

MOSTRE RECENTI

2013 – Incontro -collettiva tre artisti, 20 ottobre17 novembre, “La Castella”, Motta di Livenza (PN)

2014 – Mostra Personale Rigore e Libertà, opere 2010 – 2013; teatro Comunale Pier Paolo Pasolini, Casarsa della Delizia (PN)- 8 febbraio.
Il Tagliamento– un “fiume” d’Arte- 5 aprile 26 ottobre, Castello di S. Pietro, Ragogna (UD)
Luce non Luce – Paesaggi Opposti; Fontanella-Furlanetto, 11 aprile 11 maggio, Palazzo D’Attimis, Maniago (PN)

2015– Mostra Personale, Cerchi, Spirali e altre forme dello spirito, 4 luglio, Palazzo della Racchetta, Ferrara.

2016 – Mostra Personale, Giochi di carte, 4-21 agosto, Museo Carà, Muggia (TS)
11 luglio, Tra ragione e sentimento, collettiva, 11 luglio, Grotte del Boldini, Ferrara
23 luglio, Tra ragione e sentimento, collettiva, galleria ItinerArte, Venezia
29 settembre, invitato a Telecapodistria per presentare la propria attività artistica
15 ottobre, Tra ragione e sentimento, collettiva Galleria Muef, Roma

2017 – Rainbowie festival, Collettiva dedicate a David Bowie, organizzato da A EST DELL’EDEN, Naviglio Grande, Milano (sedi varie) dal 6 maggio al 23 settembre.

2018 – E IL MONDO VA, mostra personale, Palazzo Conti d’Attimis a Maniago (PN), dal 26 maggio al 10 giugno.
GIOCHI DI CARTE, mostra personale, Biblioteca Civica di Pordenone, dal 16 novembre al 22 dicembre

 
 

Inaugurazione di Giochi di carte
a Pordenone, 16 novembre

 
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