Fadía – Silvio Ornella

Fadía - Silvio Ornella

Fadía, Silvio Ornella (Samuele Editore 2019, collana Scilla, prefazione di Giuseppe Zoppelli).

Fadía (Fatica) è l’ultimo agile libro di Silvio Ornella, poeta di lungo corso legato al Gruppo Majakovskij. Anche qui, come nelle precedenti opere, la lingua utilizzata è quella del dialetto friulano, che l’autore connota strutturalmente di valori etici e sacrali; valori ai quali il dialetto, per altro, ben si presta, come tutto ciò che è vestigia di mondi per molti aspetti elementali, e da molto tempo sacrificati a quella vorace modernità già descritta da Pasolini decenni fa. Un equilibrio (in fondo amaro e sofferto) tra memoria e resistenza di un’umanità perduta o sull’orlo di perdersi, per approfondire il quale rimando alla nutrita prefazione curata da Giuseppe Zoppelli.

Le tredici poesie che compongono Fadìa sono come le facce di un prisma: ognuna di esse scompone un elemento dell’unità etica, artigiana e partigiana espressa dal dialetto. Non compare l’io del poeta, ma il fare del poeta, che di volta in volta viene declinato nel fare dei mestieri contadini: un agire disperato, onesto, caparbio e disilluso.

L’attacco del libro, Mobi (Moby), evoca l’opera di Melville, le sue dimensioni bibbliche, ma quasi per sottrazione, eliminandola dall’orizzonte di ciò di cui oggi si può parlare (o magari sapere) : la negazione della grande balena bianca sembra amputare dal mondo una parte di sé stesso (la cultura, del resto, serve proprio ad ampliare i confini del reale).

Il simbolo liturgico della litania prende vita nella seconda poesia, che invoca un argine al depauperamento del presente

 
 
Cusí i slambris.
Cusí i tacòns
ta li braghessis dai dis
tacà i batòns
da li oris.
 
[…]
 
Cusí ‘l flat
par rivà in font da strada.
Cusí li peraulis
cun pons di rúia.
Cusí il núia
cu li rimis
 

Cucire gli squarci. / Cucire le toppe / sui pantaloni dei giorni / attaccare i bottoni / delle ore. / […] Cucire il fiato / per arrivare in fondo alla strada. / Cucire le parole con punti di bruco. / Cucire il nulla / con le rime.

 
 

E ulteriore senhal di un mondo sconfitto e retto su fragili orli è senz’altro il testo che descrive la degenza della madre, intramezzata da ricordi della sua dura infanzia, in una scena quasi neo-realista.

 
 
FADÍA
 
Un trapano al sgnaurèa
al ters plan da l’ospedal.
“Ghi manciava doma il trapano…”
Ti s-ciassis il ciàf
cui vui di un azúr di possa ingelada:
“A saràn davòur ch’a sèin un bras
o ‘na giamba”.
I vorès iodi in musa il miedi
ch’a ti à dat la pastiliuta rosa
ché ch’a ti à ridusút
coma un grignèl clop
dopo la tampiesta.
A savarièa la memoria
e ti tornis fantassuta
cui ris di oru e di ran
la cotuluta lungia
i piè tíners tai sòcui.
Ti sos montada parsora
il rai di lenc da la roda
ti às slungiàt i deiç
a sgarbelí i raps in sima al ciàr
par ch’a no colin.
E la roda si mòuf
e ti mosena il piè.
I ti plans e to pari ti crida
ti peta tal ciaf cul ciapièl
dur di cragna.
Al «Jentrade des degjiencis»
il bust di padre Pio vorelòn
il radar di diu
cui lumíns.
«Jessude des degjiencis»
cun suspír.
Incuntra ai ciamps di blava
esercit vert
cui fusíi di farina
la pluma tal ciapièl.
 

FATICA
Un trapano miagola/ al terzo piano dell’ospedale./ “Ci mancava solo il trapano…”/ Scuoti la testa/ con occhi di un azzurro di pozzanghera gelata/ “Staranno segando un braccio/ o una gamba”./ Vorrei vedere in faccia il medico/ che ti ha dato la pastiglietta rosa/ quella che ti ha ridotto/ come un acino marcio/ dopo la grandine.// Delira la memoria/ e ritorni ragazzina/ coi ricci d’oro e di rame/ la gonnellina lunga/ i piedi teneri negli zoccoli./ Sei salita sopra/ il raggio di legno della ruota/ hai allungato le dita/ a ravviare i grappoli in cima al carro/ perché non cadano./ E la ruota si muove/ e ti macina il piede./ Piangi e tuo padre ti sgrida/ ti picchia sulla testa col cappello/ duro di sporcizia.// All’«Jentrade des degjiencis»/ il busto di padre Pio con le orecchie a sventola/ radar di dio/ coi lumini.// «Jessude des degjiencis»/ con un sospiro./ Incontro ai campi di granoturco/ esercito verde/ coi fucili di farina/ la piuma sul cappello.

 
 

Siamo di fronte ad un libro accorato e impegnato, che interpreta con autorevolezza le tematiche più alte della poesia in dialetto.

È per questa ragione che vorrei ora concentrarmi su due poesie, tra loro speculari, che probabilmente non sono da considerarsi centrali nella raccolta, ma colpiscono proprio perché trattano un tema che difficilmente (almeno in questi termini) si trova in questa letteratura: l’amore. Di seguito i testi

 
 
RIS
 
Ris, bòcui neris
coma ‘na not di estàt
cui raps da li stelis.
Ris ch’a pèin
li slanissis dal so còur
i sfuèis smarís
da li peràulis tasudis.
Tu ti sos di ‘n’altri
ch’a nol sa di vèiti
e lui al è dut di te
ch’i non ti sas di vei.
Ti varda di lontàn
flamuta sensa padima
in miès da l’aria da la zent.
Ghi sunin dentri
i grignèi da la to vòus.
Se t’i ti ‘necuàrs di lui
al sbassa i vui.
“Sé zovin stramp” ti pensis
“cussí sidín”.
Ghi fa mal la ciàr la not
a pensati
a pensà a li to píssulis mans.
Al varès doma voia
di sintí ta la bocia
il slacaiút rosa da to lenga
par murí.
E t’insumièa parsora
coma ‘na rigina
li farcadissis dretis
‘na corona di ris.
 

RICCI
Ricci, boccoli neri/ come una notte d’estate/ coi grappoli delle stelle./ Ricci che legano/ i frammenti del suo cuore/ i fogli ingialliti/ delle parole taciute./ Tu sei di un altro/ che non sa di averti/ e lui è tutto di te/ che non sai di avere./ Ti guarda di lontano/ fiammella irrequieta/ in mezzo al vento della gente./ Gli risuonano dentro/ i chicchi della tua voce./ Se ti accorgi di lui/ abbassa gli occhi./ “Che giovane strano” pensi/ “così silenzioso”./ Gli fa male la carne la notte/ a pensarti/ a pensare alle tue piccole mani./ Avrebbe solo voglia/ di sentire in bocca/ la lumachina rosa della tua lingua/ per morire./ E ti sogna sopra/ come una regina/ i mucchietti di talpa ritti/ una corona di ricci.

 
 
 
 
PRODOLÒN
Frut mincionàt
ch’a si vergogna
di coma ch’al è vistít
in miès dai fiòi di sitàt.
Frut ch’a nol à núia di contà
doma ciochis atomichis
cui amigus il sabo di sera.
Frut sensa padima
stòmit strent di tuarta.
Frut ‘namoràt
di ‘na pivida fantassina
palida e verda
ch’a no s’inecuàrs di te
dal to lavri ros di mora pestada
che nissún al bussa.
A ti rit ta la bocia
l’aga fres-cia da la pompa
dopo li corsis matis cul roco.
Si vièrs tai to palmòns
l’azúr da li montagnis lontanis
e cussí vissinis.
Còur di codolàt di not
lustri di ploia
ch’a nol sa disisi.
Frut ch’i ti sos
‘na sgivina arsa
ch’a speta l’aga da la viarta
par tornà a nassi
par sintí a bati enciamò
ta la panola da li mans
la to vita píssula e cialda.
 

PRODOLONE
Ragazzo canzonato/ che si vergogna/ di com’è vestito/ in mezzo ai giovani di città./ Ragazzo che non ha nulla da raccontare/ solo sbornie atomiche/ con gli amici il sabato sera./ Ragazzo senza pazienza/ petto stretto di venco./ Ragazzo innamorato/ di una piantina giovinetta/ pallida e verde/ che non si accorge di te/ delle tue labbra rosse di mora calpestata/ che nessuno bacia./ Ti ride in bocca/ l’acqua fresca delle fontane/ dopo le corse pazze con la bicicletta scassata./ Si apre nei tuoi polmoni/ l’azzurro delle montagne lontane/ e così vicine./ Cuore di acciottolato di notte/ lucido di pioggia/ che non sa dirsi./ Ragazzo che sei/ una proda riarsa/ che attende l’acqua della primavera/ per tornare a nascere/ per sentire battere ancora/ nella pannocchia delle mani/ la tua vita piccola e calda.

 
 

Queste sembrano riletture del Cantico dei Cantici. Forse sono influenzato, in questa ipotesi, da un altro lavoro pubblicato dalla Samuele Editore nel 2016, Nuviçute mê e sûr di Stefano Montello, una traduzione del libro biblico in forma di villotta friulana. Forse il poema, calato in un ambiente senza tempo e così fortemente rurale, ben si presta ad un rimaneggiamento in dialetto. Il caso che ipotizzo in Ornella, però, è piuttosto una mutazione, una chiosa ricca di segnali che richiamano il Cantico (uno su tutti: i ricci!), nella quale l’amore è trattato come qualcosa di straripante, irrequieto e bruciante, e tuttavia in potenza, quando non addirittura irrealizzabile. Un cantico negato.

Mi chiedo dunque se non sia questa una via d’accesso, tanto legittima quanto quella “tradizionale”, al nucleo etico del libro. Di certo è una metafora che, pur non essendo a lieto fine, dà conto di una forza più vitale e proiettata in avanti di quella che può scaturire dagli oggetti e dalla enumerazione degli stessi, presente in larga parte in Fadía. La commozione verso il passato e l’amarezza battagliera contro il presente sono doverose; ma se non collidessero con la cieca energia della vita (dell’ amore), non sarebbero altro che inerti reperti da museo. Questo lavoro deflagratorio è compito del poeta, e questo piccolo libro di Ornella è un sasso scagliato da una mano che non si nasconde.

Federico Rossignoli

 
 
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