Ecco, amate ostinati la grazia – Mattia Tarantino

Ecco, amate ostinati la grazia - Mattia Tarantino
 
 
La terra del verme
 
Allora donatemi
il cerchio e la croce. Non temete
questa parola che nasce
in altri mondi, dove nerissimi
gigli affliggono e azzannano.
 
Amate anche il canto
finale del passero; le astuzie
che nutrono i morti. Altrove
è la terra del verme, ma solo
al di qua può regnare col cuore.
 
Prima che carne nient’altro
che carne nutrì il fiore ossuto.
Prima che acqua nient’altro
che acqua devastò la mancanza
di forma: tutta loro è la colpa.
 
Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.
 
 
 
 
 
 
Qualche fiore
 
L’angelo che emerge dalla crepa
strazia e trama, crocifigge
la luce che tossisce nelle vene.
 
I bambini sono a offrire ostinatissimi
qualche fiore dal giardino dove il passo
di un Adamo malaticcio ancora vaga:
 
rose orrende del giardino, mi acclamate
quale voce che vi ordina e vi taglia.
 
 
 
 
 
 
Un’ala
 
Perché siamo ancora
dispersi nella pietra:
setacciamo il sangue aperto
dell’Impero, lo cuciamo
a un fiore storto che redime.
 
Non tradire le mie sillabe soffrendo
il precipizio della luce:
la parola è una percossa
al vento, la parola
ci salva e ci deride, ci trattiene.
 
Venga un volo bianco
in quest’acqua che collassa:
un’ala strappa il cielo e lo sovverte.
 
 
(Mattia Tarantino, Fiori estinti, Terra d’ulivi, 2019)
 
 
 
 

Le parole del giovanissimo Mattia Tarantino (classe 2001) possono trarre in inganno, a un primo approccio, per il sapore vagamente maudit dei suoi testi, che ammicca da un lato alla scapigliatura e dall’altro a certi autori francesi, se vogliamo, di formazione – penso in primo luogo a Boito e Rimbaud. Certo, il linguaggio non soffre di un pedissequo ripresentarsi di formule e lessemi storici, ma offre più d’un topos che rimanda al citato sentire (nei testi qui proposti, ad esempio, “la terra del verme”, “il fiore ossuto”, “un Adamo malaticcio”, “setacciamo il sangue”).

Vi è anche, però, la memoria di lezioni contemporanee, ad esempio qualche eco del bello “tremendo” di Rilke o della parola mistica, profetica e irriverente di Dylan Thomas, che ha origini e richiami risalenti nel tempo (penso a Blake). Non è questa la sede per soffermarmi sull’analisi di questa scelta stilistica; mi limiterò pertanto a una breve analisi dei testi selezionati.

È evidente il riferimento a immagini che richiamano una simbologia rituale (“il cerchio e la croce”, “crocifigge / la luce”, “un Adamo malaticcio”) e ad una parola “sacra”, che “nasce / in altri mondi” terribili per l’uomo, dove vita e morte sono aspetti di un solo sentire. L’invito è quello di non temere tale squarcio, consentito da questa parola, di amare “anche il canto / finale del passero; le astuzie / che nutrono i morti”. Anche se la morte è per l’uomo un eterno altrove, la sua imminenza è presente nelle tracce del quotidiano. Tale venatura di fragilità, che appare corrompere le cose mortali, va accolta ed amata, perché conferisce ad esse una “grazia” da amare con ostinazione, nonostante le incomprensibili “vie della sorte”: Tarantino invita a non cedere alla tentazione di ripararsi nell’idea della permanenza, la “sciagura dello stare”, che deforma la realtà.

Questo altrove che fa breccia nel quotidiano (“L’angelo che emerge dalla crepa / strazia”) simboleggiato dall’angelo, si oppone all’immagine dei fiori, la cui bellezza fragile e impermanente diventa una realtà da accogliere e accettare nel suo continuo estinguersi: “rose orrende del giardino, mi acclamate / quale voce che vi ordina e vi taglia”. Ecco di nuovo che il valore della parola “sacra” diventa occasione di nominazione e ordine nei fenomeni del mondo, della vita e della morte, di cui l’autore si fa interprete e profeta, voce di un tremendo altrove, che fa proprio.

Le nostre aspirazioni di eternità (“siamo ancora / dispersi nella pietra”, e la pietra ha sempre rappresentato l’aspetto più vicino alla permanenza nella storia della cultura umana) sono destinate a fallire, a cucirsi ad “un fiore storto”, lo stesso che nel testo precedente è stato reciso, che pur tuttavia “redime”.

Non bisogna soffrire “il precipizio della luce”, perché la parola, con il suo valore ieratico, anche se la sua forza è quella di una “percossa / al vento”, “ci salva e ci deride, ci trattiene”. Questo tentativo di comprensione del mondo, di prolungare il nostro esserci al di là della durata della nostra vita, per quanto destinato a sfiorire ed estinguersi, diventa pertanto dichiarazione di impegno e di dignità umana, occasione di “un volo bianco / in quest’acqua che collassa” e, infine, possibilità di contrastare l’ostinata indifferenza del “cielo” e di sovvertirlo.

E in questa coscienza disincantata, e allo stesso tempo così intrisa di un sentire attivo e conflittuale, vi è un ulteriore richiamo ad un’estetica decadente, rivestita di un tono profetico, che mostra la grazia terribile del mondo ed invita ad accoglierla, con un impegno energico che non fa mistero del dolore necessario per riuscire a sostenerla.

 

Mario Famularo

 
 
 
 

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