César Vallejo

Bozza automatica 2189

 

L’umor cupo delle poesie di Cesar Vallejo (1892-1938) ha una ragione d’essere e come potrebbe altrimenti darsi? Al poeta peruviano vissuto in esilio, mal riconosciuto, perseguitato perché marxista, espulso dalla Francia dopo viaggi nell’Urss. Capitò anche un caso singolare: quello di finire in prigione dopo una mischia a una festa di paese ed esser poi perseguitato, una volta fuori, dai ricorsi.

Gran parte delle opere è stato pubblicato postumo. Fu riconosciuto da un grande saggista nel 1928, José Carlos Mariàtegui e Cesar Vallejo si sentì come riconosciuto per la prima volta da un critico.

La morte precoce e misteriosa, l’irregolarità della vita, ne hanno alimentato il mito postumo.

Dal modernismo compì un grande salto nello sperimentalismo. Un verso che difficilmente si dimentica è: “volevo l’alloro e incipollisco”.

Le poesie sono tratte da Un secolo di poesia, collana del Corriere, 2012.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Gli araldi neri
 
Ci sono colpi nella vita, così forti… Io non so!
Colpi come dell’odio di Dio, quasi dinanzi a loro
la risacca di quanto si è sofferto
facesse pozza nell’anima… Io non so!
 
Sono pochi, ma sono… Aprono solchi oscuri
sul volto più gagliardo, sulla schiena più forte.
Sono forse i corsieri di Attila barbarici
o i neri messaggeri che ci manda la Morte.
 
Son dei Cristi dell’anima le cadute profonde,
di una fede adorabile che il Destino bestemmia.
Quei colpi sanguinosi sono lo scoppiettio
di un pane che ci brucia sulla bocca del forno.
 
E l’uomo… Povero… povero! Gira i suoi occhi, come
quando sopra la spalla una mano ci chiama;
gira i suoi occhi folli e tutta la sua vita
fa pozza, come un fango di colpa, nello sguardo.
 
Ci sono colpi nella vita, così forti… Io non so!
 
 
 
 
 
 
Parigi, ottobre 1936
 
Di tutto ciò son l’unico che parte.
Lascio qui questa banca, i miei calzoni,
il mio eminente stato, le mie azioni,
il mio numero scisso a parte a parte.
Di tutto ciò son l’unico che parte.
 
Dai Campi Elisi oppure dalla svolta
della strana viuzza della Luna
se ne va il mio decesso, la mia cuna,
e, circondata da una sparsa accolta,
la mia umana identità si volta
e rinvia le sue ombre ad una ad una.
 
Me ne vado perché tutto resta immoto
a dir la mia presenza simulata:
la mia scarpa, il suo buco, anche il suo loto,
e perfino la piega che ho nel gomito
di questa camicia abbottonata.
 
 
 
 
 
 
Intensità e altezza
 
Voglio scrivere, e mi viene fuori schiuma,
voglio dire moltissimo e m’ingolfo;
ognni cifra parlata è successione,
ogni scritta piramide ha il suo nucleo.
 
Voglio scrivere, ma mi sento puma;
voglio l’alloro e invece incipollisco.
Ogni tosse parlata si fa bruma,
né dio né uomo v’è senza sviluppo.
 
Andiamo! Andiamo dunque a mangiar erba,
carne di pianto, frutta di lamento,
la nostra triste anima in conserva.
 
Andiamo! Andiamo! Io sono ferito;
andiamo a bere ciò che è già bevuto,
a fecondare, corvo, la tua corva.
 
 
 
 

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