Speciale: Ciò che non siamo – sulla poesia di Claudio Damiani e Tiziano Broggiato


 

A volte tutto parte da un’immagine. Vedendo i poeti Damiani e Broggiato insieme nella locandina di una rassegna di poesia, qualche pensiero da tempo vorticante ha trovato un punto di caduta.

Come si è detto, e si dice, in ambito poetico gli ultimi due-tre decenni si sono caratterizzati per una notevole vitalità, ma anche per la difficoltà a fissare riferimenti e coordinate per orientarsi in un quadro a dir poco magmatico. In attesa di una storicizzazione da parte della critica, e auspicando nel contempo un suo ritorno attivo nel confronto costruttivo e fecondo con la creazione poetica, si può provare a trovare qualche consonanza per montaliane esclusioni, limitandosi al ciò che non siamo.

Così, ferme restando le distanze e le diversità di temi e stile tra i due poeti, si può ravvisare un punto comune nella condivisione di un’idea di poesia basata sulla chiarezza espressiva, che non giochi sulle furbe oscurità, che sappia evitare aridi e arbitrari manierismi linguistici. Infine, che abbia sì un primo livello di accessibilità, ma senza per questo impoverirsi nel dettato e nel pensiero.

Sicuramente è questo il caso di Claudio Damiani, e della leggibilità di una scrittura che ha tra i suoi fondamenti la petrarchiana “difficile facilità”, definizione richiamata nel titolo di un suo prezioso saggio. Come si conferma nel suo ultimo libro, Prima di nascere, la “forza della naturalezza” (Lagazzi) è la vera cifra di questa poesia, e trova nella storia poetica dell’autore – un’esistenza trascorsa nella poesia, anni di ricerca, di riflessione, di sperimentazione e studio – le sue ragioni e i suoi presupposti. La chiarezza e la semplicità non prescindono infatti dall’interrogazione filosofica ed esistenziale, non escludono il confronto con il pensiero dei classici, accolti anzi come numi tutelari. Una scelta stilistica che non significa quindi disconoscimento della complessità; al contrario, la complessità è riconosciuta e attraversata, e la “facilità” ne rappresenta, semmai, l’estremo approdo: “l’essere è, e tu sei con lui./ Sei tutt’uno con il cielo, con la terra, le piante”. Per questo non si può parlare di semplice flusso di coscienza, o di libere associazioni in senso simbolico, di sapore surrealista: la mente critica del poeta qui è massimamente attiva nel momento creativo, seleziona parole e immagini secondo l’ispirazione di un ritmo che ditta dentro, un sentimento recepito e trascritto sì nella sua immediatezza, ma nel solco di una linea poetica esperita e consolidata. Come ci ricorda Damiani, il fanciullo-anima, il pascoliano fanciullo musico, colui che detta agendo prima di pensare, convive con un vecchio, dotto e paziente, lettore e giudice, anima critica da cui nessun poeta può prescindere.

In Damiani è dominante una empatia cosmica, una consapevolezza luminosa dell’origine e di un destino condiviso, un senso lucreziano che annulla ogni distanza fra pensiero e materia, e quindi fra mondo animato e inanimato: “Anche mi pareva/che il modo che avevano gli alberi di correre/e di venirmi incontro salutandomi contenti…” (Endimione). E in questo, vedremo, se non vi è propriamente un punto di contatto, c’è comunque un’affinità con la visione poetica di Broggiato.

Ogni intellettualismo diventa pertanto limitante, fuorviante, in grado di esprimere null’altro che la perdita del dono del fanciullino divino, l’innocenza dello sguardo non ancora corrotto dall’esperienza: “Non dimenticarti mai del cielo”. Alla luce di ciò, la lingua, il dettato, non possono che essere consustanziali al vento celeste che turbina in ogni nostro giorno, alla felicità del respiro che si inebria del dono della vita: “pensa all’universo di infinite vite/e lascia che l’infinita vita ti vivifichi”. Nella poesia di Damiani l’intento di ritrovare e preservare la capacità di contemplazione si manifesta nella trascrizione esatta e chiara della quotidianità dell’anima, delle sensazioni che ci attraversano, prima di tornare a disperdersi irrimediabilmente nell’aria. La sua lingua vive nel confronto con la natura, “misurando l’una sull’altra”, anzi, è essa stessa natura: “la nostra mente è nella natura, e noi siamo, della natura, mente”.

Partendo da premesse non troppo dissimili, almeno per quanto riguarda la chiarezza espressiva, la poesia di Tiziano Broggiato, in particolare in Sorvoli, sua più recente pubblicazione, arriva a esiti molto diversi. Qui la cifra non è l’immediatezza, ma, piuttosto, la difficoltà. Alla leggibilità del dettato non corrisponde infatti una facile accessibilità al senso complessivo. La difficoltà – difficoltà, non oscurità, secondo la distinzione di Fortini – è dovuta alla mancanza di informazioni sul contesto generale in cui viene svolta l’indagine esistenziale. Paradossalmente, la descrizione esatta e minuziosa di accadimenti e stati interiori, così come i fulminei consuntivi strappati alla ripetizione dell’esistere, non fanno che risaltare il senso dell’enigma.

In questa raccolta si potrebbe dire che Broggiato abbia fatto sua e portato alle estreme conseguenze la lezione dell’ultimo Tranströmer. Al modo del maestro svedese ricorre infatti alla metafora in tanti momenti della raccolta, ma quando lo fa non la utilizza come semplice e isolata figura retorica, non si limita all’incontro temporaneo di immagini lontane. È più di questo. È come se il poeta entrasse in una dimensione tutta metaforica, e il mondo all’improvviso svelasse la sua natura poetica e simbolica, venuta all’improvviso in superficie. In fondo non è la metafora la figura retorica per eccellenza, fatta della stessa sostanza della poesia? Eliminando ogni distanza tra soggettività e oggetto, la forma delle cose trova giustificazione nei moti dell’anima che è chiamata a rappresentare: “La quiete della sera sedeva/sul davanzale di una finestra”. Gli elementi naturali, celesti o urbani, acquisiscono una espressività antropomorfa ed entrano in gioco con descrizioni che hanno le stesse dinamiche delle relazioni umane: “L’aria fredda del nord arriva/con guance lucenti e occhi rimpiccioliti”. O, addirittura, interagiscono:”la vecchia luna che sa tutto/sarà chiamata ancora una volta/a esprimere con la sua voce tormentata/l’irrevocabile”. Oltre, quindi, la stessa idea di correlativo oggettivo.

Broggiato, da sempre sostenitore in poesia di un atteggiamento e di una scrittura anti-letteraria, passa direttamente a una lingua iper-letteraria. E, paradossalmente, questa iper-metafora, assurgendo a una nuova percezione del reale, quasi perde la sua artificiosità.

Quella che era la narrazione nei libri precedenti, su segmenti di vita ordinaria, indagati nella possibile risonanza con i disegni del destino, nell’ottica e nel perseguimento di quel “perfezionamento” che rimane il nocciolo centrale e ardente di questa poetica e del suo senso tragico, ora sconfina in movimenti e rappresentazioni che rispondono a un intento unificante, congeniale ai desideri e alle suggestioni dell’anima: “…un pianto trattenuto, indifeso,/eppure necessario/per legittimare il sacrosanto perfezionamento/del destino?”. La razionalità illuministica di Broggiato incontra il suo opposto, e non lo rinnega, anzi, lo accoglie. Ma in ogni caso, i frammenti narrativi sottratti a un groviglio inestricabile di racconti d’esistenze, rimangono trame incompiute, non riescono a ricomporsi, rimangono segmenti, indizi, innumerevoli e irriducibili a ogni ipotesi di senso più grande: “Io, sovrano di nulla, custode del tempo ostinato/che rende accettabile perfino la mortale incantatrice,/aspergo di acqua piovana questa solitudine/chiamata coscienza”.

Luna Nicoletti