Pierluigi Cappello

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Pierluigi Cappello (1967-2017) ha vinto tutti i premi possibili, volevano anche candidarlo al Nobel. Viveva nel Friuli, nel piccolo borgo medievale di Chiusaforte. Qui vi presentiamo un assaggio da Questa libertà, terza edizione Bur. E da Un prato in pendio. Tutte le poesie 1992-2017, con nuove poesie e prose inedite. Il bel sorriso che ci ricordiamo di lui sorprende sapendo quanto ha dovuto sopportare dopo l’incidente che a sedici anni l’ha inchiodato su una sedia a rotelle. Scrive Jovanotti: “Affondava le radici nel futuro”, “con un verso così si può riparare il mondo. Questo verso e Pierluigi mi fanno pensare a quella prima volta in cui gli astronauti dell’Apollo guardarono dall’oblò e videro la Terra da fuori, piccola, blu, indifesa e lontana. Se non ci fossero i poeti quello sguardo si perderebbe, la terra girerebbe a vuoto nonostante l’affanno dei suoi abitanti, invece con la poesia il suo girare ha un verso, e con le poesie di Pierluigi Cappello anche un senso, pieno, sostanzioso, sostantivo”.

Buona lettura qualunque libro di Pierluigi prendiate.

Pierangela Rossi

 
 
 
 

-Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, resterebbero puro suono se abbandonate alla vaghezza dei rotocalchi o dei talk show. Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. Di versarsi in un corpo che si faccia vaso perché ne possano assumere la forma e la storia. E poiché ogni corpo è diverso dall’altro, queste parole respirano diversamente a seconda dell’individuo cui vanno incontro. E, se ogni individuo è un inizio e una fine con una storia in mezzo, sono parole che hanno bisogno di essere raccontate.

In questo libro ho cercato di dire come una libertà, la mia, sia germinata dai luoghi vissuti da bambino e poi abbia preso il volo dal mio incontro con la lettura.

Non credo esista un mezzo di trasporto più veloce dell’immaginazione; così come non penso esista un propellente più efficace di questa per spingere la nostra libertà al di fuori di noi stessi. Un uomo seduto che legge non sta fermo; anzi: quanto più sta fermo e concentrato nella lettura, tanto più è alle prese con un viaggio nelle profondità cosmiche di se stesso, più veloce delle navi spaziali immaginate da Stephen Hawking. Come se la velocità si fosse cristallizzata in assenza di movimento.

Quando mi trovo a fare delle lezioni nelle scuole, a un certo punto, per spiegare ai ragazzi come lavora la poesia, li invito a chiudere gli occhi mentre pronuncio una parola. La parola “albero”, per esempio. Poi chiedo loro di raccontarmi l’immagine di un albero che si sono fatti nella testa: battuto dalla luce o in ombra, d’inverno senza foglie o fiorente nell’estate, nel vento o sotto la pioggia, inquadrato in una radura da lontano o tanto vicino da avvertirne il sussurro. Non c’è mai un albero uguale all’altro. Ecco cos’è per me libertà. E la scrittura serve proprio ad accendere questa potenza che vive in noi.

Naturalmente, i ragazzi mi chiedono perché io scriva; è una domanda così disarmata che disarma. Col tempo, mi sono rassegnato a dire che si nasce col marchio della scrittura così come si hanno gli occhi celesti o neri, la pelle chiara o scura, i capelli biondi o castani, tanto poco è quello che sappiamo di noi. A loro e a voi posso solo raccontare “come” sono arrivato alla scrittura. È un’altra delle cose che ho cercato di fare in questo libro.

Dite la parola “Spartaco” e, se ne conoscete la storia, vi viene in mente una forma di libertà,, dite la parola “Cristo” e vi viene in mente la passione. Ho lavorato così, agendo continuamente con le immagini per riempire di carne concetti astratti. E dato che la sola persona al mondo che conosco un po’ meglio delle altre sono io stesso, ho raccontato di me per raccontare di cose senza corpi. Così nei mesi queste pagine sono diventate un’ossessione, la scrittura mi ha torto il collo e ha costretto il mio sguardo nei luoghi felici dell’infanzia o a muovere i miei passi dentro dolori intensi che pensavo di avere rimosso. Fino alla fine, l’ossessione non mi ha lasciato, tanto che, da un certo punto in poi, posti, sensazioni e personaggi abbozzati hanno fatto il loro ingresso nei miei sogni notturni. Penso che l’ossessione si sia sviluppata in parte per il gusto della sfida, in parte per l’esigenza di mettere un po’ d’ordine in me stesso.

Perché le parole servono anche a fare chiarezza, prima di tutto in chi le scrive.

P. C.

 

da Questa libertà, Bur contemporanea, pag. 184, con alcune pagine bianche per gli appunti di chi legge.

 
 
 
 
 
 
Il sì e il no della giornata,
passa attraverso minimi spostamenti dell’aria,
sono regole minute, il tagliaerba
che mozza la cima di un pensiero al sole,
lo stesso pensiero riannodato malamente,
la strada cambiata ormai senza rimedio,
un silenzio durato pochi attimi ma tali
da aprire oceani sotto di te.
Si procede, si procede e basta
la testa mezza fuori e mezza sott’acqua
la direzione controvento il vento stesso
la prora il turbamento verso l’affiorare
senza fine.
 
Inedita, Tolmezzo, luglio 2017
 
 
 
 
 
 
Da quale parte di te viene incontro festosa
questa strada data alla luce? Gli alberi
sgrondano, i lunotti sono specchi,
il riflesso di una portiera aperta e chiusa
acceca nell’aria umida; un mondo sgocciolante e bagnato ti sale
in gola e si fa respiro, prende la forma della luce
nel sole da poco scorto. È una felicità
da applauso, da palcoscenico, accesa in breve e spenta
dentro il chiarore diminuito.
 
Inedita, Cassacco, settembre 2017
 
 
 
 

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