Pedro Salinas

Pedro Salinas

 
 

Pedro Salinas (Madrid 1891-Boston 1951) era della cosiddetta generazione del ’27. Ma già nel ’23 pubblicò Presagios (affidò a Jiménez il compito di riordinarla). Insegnò alla Sorbona e negli Stati Uniti dove andò, esule volontario, alla vigilia della guerra civile spagnola. La voce a te dovuta, del 1933, è il suo capolavoro. Un canzoniere sperimentale, una sinfonia di motivi diversi ruotanti sempre intorno al tema dell’amore. Con un impianto gnoseologico – amoroso – nota Emma Scoles, nella lunga introduzione all’edizione Einaudi del 1979, che contempla la presenza dell’amata nel ricordo, la sua volubilità, note sull’usura del linguaggio amoroso, tutti temi in nuce in Presagios.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Il modo tuo d’amare
È lasciare che io ti ami.
Il sì con cu ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicon fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza parlare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.
 
 
 
 
 
 
Se mi chiamassi, sì,
se mi chiamassi!
Io lascerei tutto,
tutto io getterei:
i prezzi, i cataloghi,
l’azzurro dell’oceano sulle carte,
i giorni e le loro notti,
i telegrammi vecchi
e un amore.
Tu, che non sei il mio amore,
se mi chiamassi!
 
E ancora attendo la tua voce:
giù per i telescopi,
dalla stella,
attraverso specchi e gallerie
ed anni bisestili
può venire. Non so da dove.
Dal prodigio, sempre.
Perché se tu mi chiami
-se mi chiamassi, sì, se mi chiamassi!-
sarà da un miracolo
ignoto, senza vederlo.
 
Mai dalle labbra che ti bacio,
mai,
dalla voce che dice: “Non te ne andare”.
 
 
 
 
 
 
Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che altissima allegria:
vivere nei pronomi!
 
Getta via i vestiti, i ritratti,
non ti voglio così,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio libera, pura,
irriducibile: tu.
Quando ti chiamerò, so bene,
fra tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è che ti chiama,
che ti vuole sua,
sotterrerò i nomi,
le pergamene, la storia.
Comincerò a distruggere quanto
m’hanno gettato addosso
da prima ancora ch’io nascessi.
E ritornato ormai
all’eterno anonimato
del nudo, della pietra, del mondo,
ti dirò:
“Io ti voglio, sono io”.
 
 
 
 

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