IL VELIERO CANNIBALE 14 – CHARLOTTE E LA SCOGLIERA

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IL VELIERO CANNIBALE 14 - CHARLOTTE E LA SCOGLIERA

Quadro di Charles Cottet: Ouessant-people-mourning a dead child

 

 

Malinconie, anacronismi e moralismi del Capitano Peleg

 

 

Moby Dick è il libro che più si avvicina al Libro dei libri. In nessun altro si disputa intorno all’esistenza di Dio, o alle prove della sua inesistenza. In uno l’immensa Arca; nell’altro l’oscuro Pequod, che è di Achab, ma non è Achab, perché il Pequod è il suo proprietario, il quacchero, il dimenticato Peleg, che l’aveva addobbato “come un barbaro imperatore etiopico… Era fatto di trofei. Un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici”.

Parafrasando le parole usate da uno scrittore per parlare di un altro scrittore, il nostro Capitano Peleg, risorto con un artificio, è un naufrago del passato che il Fato ha proiettato sulle sponde di un altro tempo. A cura di Frescobaldi MacIntyre.

 

CHARLOTTE E LA SCOGLIERA

 

Che Dio mi perdoni, o chi per lui. Per quello che non sono stata.

Vivere su un’isola non è mai cosa facile. Farlo a Ouessant è peggio. Soprattutto per le persone come me.

Sull’isola eravamo quasi tutte donne. Padri, figli e fratelli erano via per gran parte del tempo. Il mio papà, come gli altri era stato imbarcato su un vascello della Marina militare dal nome eroico e di seguito su una nave da carico con quello di una donna.

Le puttane di Brest e i tavernieri del porto di Liverpool lo hanno visto molto più di me e lui conosceva loro meglio di sua figlia.

La situazione non migliorava nei brevi intervalli tra uno sbarco e una nuova partenza, perché gli uomini di Ouessant spesso sviluppano un carattere incostante e collerico. Il mare finisce per sfiancarli e incantarli, renderli schiavi dei suoi umori mutevoli, dei suoi slanci funesti. Esplode inaspettato, per motivi imperscrutabili, e altrettanto misteriosamente si placa, ho sentito dire a mio padre in uno dei rari momenti in cui non frapponeva ostacoli alla sua anima dilaniata.

A questa singolare forma di tirannia, non risponde dall’altra parte ribellione, quanto una sorta di malcelata dipendenza, che fa sì che anche le più amorevoli cure familiari esauriscano in breve tempo il loro influsso benefico, rivelandosi persino intollerabili; così la sicurezza ben presto lascia il posto alla noia e questa all’inquietudine, talvolta alla violenza. Il richiamo incessante di quell’immenso gigante, che su un’isola piomba addosso da ogni parte, attira gli uomini fuori dal guscio di noce dove hanno trovato riparo e dove i loro cari si illudono di poter dare un senso alla loro unione, sino al successivo imbarco, accolto infine con sollievo da chi parte come da chi resta.

Ouessant (una roccia che appartiene molto più allo sterminato Atlantico che le si apre davanti che alla Bretagna che a poche miglia di distanza le congiura alle spalle), la solitudine, sordità e cecità declinate diversamente ma nella stessa terribile misura da ciascuno dei miei genitori, avevano temperato una certa mia indole spensierata e ingenua con l’angosciosa convinzione dell’impossibilità di un benché minimo cambiamento nella mia vita. Il risultato finale era stato una malinconia insistente, un’ubriacatura di sensi che somigliava paradossalmente all’incantamento che il mare esercitava su mio padre. Il mio spleen era una sirena che mi chiamava per nome – niente e nessuno era capace di articolare “Charlotte” nello stesso modo – con una voce che si muoveva su una scala di toni e timbri vastissima, un sussurro, un grido, un semplice sospiro – e che mi convinceva a spostarmi improvvisamente all’interno della casa (che mia madre aveva adattato a locanda per i rari estranei, per lo più marinai o pescatori sorpresi lontano da casa con il mare in tempesta, che erano costretti a sbarcare a Ouessant), o sull’isola, che i miei occhi e i miei piedi conoscevano ormai a menadito.

Un attimo, lungo o breve che realmente fosse, e mi ritrovavo affacciata a una finestra a cercare o ad aspettare qualcosa là fuori, o a vagare da un capo all’altro di Ouessant.

Appartiene a un pomeriggio di giugno il momento della mia vita sull’isola di cui ho conservato memoria con maggior vividezza. A quell’episodio ne sono direttamente succeduti degli altri, cruciali ai fini di ciò che ho sentito da allora in avanti nel mio intimo più profondo, e del luogo dove mi trovo adesso; ma è alla scena di quel pomeriggio che tutto riporta.

Come spesso accadeva, la voce della mia sirena mi aveva condotto in un punto preciso della costa a  sud ovest, dove da una falesia viva che scende a picco nel mare, solevo spingere lo sguardo verso l´infinito. Quello che mi struggeva ogni volta che mi sporgevo da quell’ampia balconata di pietra, non era la grandezza di ciò che avevo di fronte rapportata all’insignificanza dell’isolana solitaria e impenetrabile (anche da parte di chi mi viveva accanto) che ero io; quanto il non trovare nulla di diverso in quel deserto d’acqua ribollente, in perenne movimento, indifferente a tutto.

Ma quel pomeriggio fu altro. C’era un vento fresco e teso, e anche se il cielo era terso, onde altissime ingrossavano il mare. A circa tre o quattro miglia incrociava un grosso battello. Per circa mezzora l’ho visto scomparire dietro un’onda, per riapparire subito dopo sulla sommità della successiva. Ma sapevo dal principio – un principio che risaliva però a molti anni prima  – che non sarebbe durata. La rotta del battello per uno strano disegno della sorte o degli elementi, attraversava un breve tratto di mare in cui correnti contrarie l’una all’altra sembravano incontrarsi e al centro del quale le onde sparivano, come precipitate in un burrone invisibile dalla scogliera, un imbuto che inghiottì la nave, per risputarla tre quattro minuti dopo a pezzi, a brani.

Quello che ho provato non può essere tradotto fedelmente con parole, e solo per semplificare posso azzardarmi a dire che fu desiderio di subire un giorno lo stesso destino che si era consumato davanti ai miei occhi, e dell’ignoto che precede ogni salto.

Corsi a casa. Non raccontai nulla a mia madre e a mia sorella. Attesi che i relitti del naufragio si arenassero sull’isola e tra le vite di chi l’abitava.

Solo in tre si salvarono dal disastro del Drummond Castle. Bertel, un pescatore che a Lampaul tutti conoscevamo, il giorno dopo ne riportò a riva uno, un passeggero, Charles Marquandt, insieme al cadavere già levigato dal sale di una bambina di tre anni, Alice Reid.

Allestirono per la bambina una camera ardente a casa del sindaco Boucher, dove fece tappa, in un pellegrinaggio grottesco, l’intero villaggio. Non riuscii a impedirmi di passare anche io. Avevano composto il corpicino, abbigliato in un vestitino tipico bretone (uguale a quello che avevo indossato io al battesimo di mia sorella), al centro della stanza, su un tavolo, tra i fiori e le candele accese; un pittore, un tale Cottet, nella penombra di un angolo della sala riportava la scena sulla tela, con pennellate rapide e decise. Unitami alla piccola processione che sfilava, quando giunsi davanti alla piccola Alice, mi fermai. Le avevano abbassato le palpebre, ma non fu difficile guardarla dritta negli occhi e leggervi non il terrore, che di certo l´aveva attanagliata all´inizio mentre la nave si avvitava nel gorgo, né una quieta rassegnazione, ma il senso, il senso di tutto.

E non furono le cronache terrificanti con cui Marquandt, il sopravvissuto, allietò le nostre cene nei giorni in cui alloggiò a casa nostra prima che fosse capace di ripartire e lasciarsi dietro l’inferno, a cambiare la verità a cui mi stavo avvicinando giorno dopo giorno: Ouessant, l’irrequietezza che costringeva gli uomini a scappare e i loro cari a non trattenerli, il tratto di mare a ovest dell’isola dove le onde venivano ingoiate dall’oceano e che dopo la costruzione del faro de la Jument non è stato capace di attirare altre navi ma solo di rimuginare sui morti custoditi sul fondale, la scogliera che vi si affacciava, la sirena che come una bussola impazzita mi dettava itinerari solo in apparenza sconclusionati, la scogliera, io stessa, eravamo il centro di un cerchio perfetto tracciato dal compasso di qualcuno.

È in quei giorni che ho deciso di cedere, e di naufragare.

Ho preparato tutto  nei minimi particolari e ci sono voluti anni.

Non è facile scomparire.

Io l’ho fatto in pieno giorno, e con il sole, come si conviene; con un cielo bellissimo che se ne fregava di Dio.

Sono uscita di prima mattina, con un vestito uguale a quello di Alice Reid alla sua veglia a casa del sindaco Boucher e sono andata dritta alla scogliera. Ci ho messo quasi un’ora a trovare il punto minuscolo in cui le onde inspiegabilmente si inabissavano. E ho fatto lo stesso.

Era piena notte e non ero ancora tornata; mia madre ha avvertito i vicini e la piccola gendarmeria dell’isola. Mio padre era lontano, naturalmente. Mi hanno cercato ovunque. Solo il pomeriggio dopo mia madre ha pensato atterrita alla scogliera. È corsa lì, a perdifiato, Si è affacciata dal picco, ma non ha visto che mare, risacca e rocce.

Quando è tornata, però, la mia stanza non era più vuota. È stata  la prima e ultima volta che l’ho vista felice.

Lei non sapeva che le mie ossa già imbiancavano ai piedi della scogliera, in un anfratto nascosto agli occhi degli uomini; e che la giovane donna che stava abbracciando adesso non ero io.